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La pagina riproduce integralmente il contributo di Massimo Panizzi, comprensivo delle note. Il volume completo è disponibile liberamente online.

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Indice

I contenuti della pagina

  1. Perché questa pubblicazione
  2. Sommario del contributo
  3. 1. Premessa
  4. 2. La trasformazione del conflitto e la centralità della mente
  5. 3. Dal dominio informativo al dominio cognitivo
  6. 4. Il campo di battaglia algoritmico
  7. 5. La frammentazione della realtà e la dissoluzione dello spazio pubblico
  8. 6. La crisi dell’autorità della conoscenza
  9. 7. Emozioni, neuroscienze e manipolazione della pietas
  10. 8. Il pensiero critico come infrastruttura strategica
  11. 9. Intelligenza culturale e consapevolezza cognitiva
  12. 10. Educazione, leadership e resilienza democratica
  13. 11. Conclusioni
  14. Note
  15. L’autore
Il volume

Perché questa pubblicazione

Guerra cognitiva e sicurezza nazionale. Profili giuridici e istituzionali, a cura di Roberto Sgalla e Alessandro Sterpa, nasce dall’esigenza di comprendere una trasformazione ormai strutturale della sicurezza nazionale. Le minacce ibride agiscono in uno spazio nel quale guerra e pace, informazione e influenza, dimensione interna e competizione internazionale tendono a sovrapporsi. La pressione cognitiva investe direttamente percezioni, fiducia, capacità di giudizio e processi decisionali.

Nell’introduzione, Sgalla e Sterpa collocano il problema dentro una tensione costituzionale decisiva. Le democrazie liberali devono costruire strumenti di risposta efficaci senza indebolire i principi che intendono difendere. Libertà e sicurezza, diritti e doveri, intervento pubblico e autodeterminazione soggettiva restano elementi da tenere insieme anche davanti a una minaccia inedita.

Questa impostazione spiega il carattere interdisciplinare del volume. Diritto, scienze sociali, intelligence, tecnologia e analisi strategica sono chiamati a dialogare, superando confini professionali e scientifici diventati troppo rigidi rispetto alla qualità della minaccia. Diventa necessario riconsiderare i concetti stessi di guerra e sicurezza nazionale nel contesto aperto dei nuovi media e delle interdipendenze globali.

Il volume raccoglie le riflessioni emerse durante il seminario del 21 gennaio 2026 presso il Centro Studi Americani e nasce dalla collaborazione con l’Università degli Studi della Tuscia. In questa cornice, il contributo del Gen. C.A. (ris.) Massimo Panizzi analizza la mente quale terreno strategico della competizione contemporanea e individua nel pensiero critico, nell’intelligenza culturale, nell’educazione e nella leadership responsabile le principali infrastrutture della resilienza cognitiva e democratica.

Difendere la democrazia oggi significa proteggere la capacità di pensare in modo libero, consapevole e responsabile.
Contributo integrale

La mente quale obiettivo strategico.
La difesa della dimensione cognitiva attraverso lo sviluppo del pensiero critico

* Generale di Corpo d’Armata (ris.) dell’Esercito Italiano.

Sommario: 1. Premessa. – 2. La trasformazione del conflitto e la centralità della mente. – 3. Dal dominio informativo al dominio cognitivo. – 4. Il campo di battaglia algoritmico. – 5. La frammentazione della realtà e la dissoluzione dello spazio pubblico. – 6. La crisi dell’autorità della conoscenza. – 7. Emozioni, neuroscienze e manipolazioni della pietas. – 8. Il pensiero critico come infrastruttura strategica. – 9. Intelligenza culturale e consapevolezza cognitiva. – 10. Educazione, leadership e resilienza democratica. – 10. Conclusioni: difendere la democrazia significa difendere la capacità di pensare.
Contributo

1. Premessa

Il mutamento della natura del conflitto rappresenta uno dei tratti distintivi dell’attuale fase storica. Se nel XX secolo la competizione strategica si è sviluppata prevalentemente nel dominio militare-industriale, il XXI secolo è caratterizzato da una progressiva estensione del confronto nella sfera cognitiva e percettiva. La pressione strategica non si esercita più soltanto attraverso la forza o la deterrenza, ma mediante l’influenza sui processi di interpretazione della realtà.

In tale contesto, la mente umana assume una centralità inedita. Essa non è più soltanto il luogo in cui il conflitto viene compreso o giudicato, ma diventa essa stessa oggetto e strumento del confronto strategico. Opinioni pubbliche, sistemi informativi e piattaforme digitali costituiscono oggi spazi di competizione permanente, nei quali l’obiettivo principale non è la conquista territoriale, bensì l’orientamento delle percezioni, delle emozioni e delle categorie interpretative.

Il presente lavoro si colloca in questa prospettiva e intende analizzare la guerra cognitiva come fenomeno strutturale delle democrazie contemporanee. L’assunto di fondo è che la risposta a tali dinamiche non possa essere esclusivamente tecnica o normativa. È necessario un approccio culturale e strategico, fondato sul rafforzamento del pensiero critico, della consapevolezza cognitiva e dell’intelligenza culturale come fattori di sicurezza democratica.

Contributo

2. La trasformazione del conflitto e la centralità della mente

Nel corso della storia, la guerra ha sempre riflesso la struttura profonda delle società che la combattevano. L’attuale fase storica è segnata da una trasformazione significativa: il conflitto non si manifesta più esclusivamente attraverso lo scontro armato, ma si sviluppa in modo continuo e diffuso all’interno delle architetture cognitive delle comunità politiche.

La mente umana non rappresenta più soltanto il luogo della comprensione del conflitto, ma diventa essa stessa oggetto di pressione strategica. Opinioni pubbliche, comunità digitali e individui iperconnessi sono al tempo stesso bersaglio e vettore di influenza. In tale contesto, la distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra risulta sempre più sfumata, sostituita da una condizione di competizione cognitiva permanente3.

Le piattaforme tecnologiche svolgono un ruolo centrale in questo processo. Esse non si limitano a veicolare informazioni, ma strutturano l’accesso alla realtà attraverso meccanismi di selezione, amplificazione e gerarchizzazione dei contenuti. La realtà non è negata, bensì filtrata. Ciò che appare nei flussi informativi assume rilevanza e legittimità, mentre ciò che resta invisibile perde progressivamente cittadinanza nel discorso pubblico.

La guerra cognitiva, al riguardo, non mira a imporre una verità alternativa, ma a compromettere la possibilità stessa di costruire una verità condivisa. Il suo obiettivo non è convincere, ma disorientare; non creare consenso, ma frammentarlo. Quando viene meno un orizzonte epistemico comune, la democrazia perde la propria capacità deliberativa e si trasforma in uno spazio dominato da reazioni emotive e polarizzazione1.

In questo quadro, la sicurezza non può più essere concepita esclusivamente in termini militari o tecnologici. Difendere la sicurezza oggi significa anche difendere la capacità delle società di interpretare, comprendere e decidere in modo consapevole. La cultura e la formazione cognitiva diventano, pertanto, elementi strutturali della strategia.

Contributo

3. Dal dominio informativo al dominio cognitivo

Per gran parte della seconda metà del Novecento, la competizione strategica nel dominio informativo è stata concepita come una lotta per il controllo dei messaggi e dei canali di comunicazione. La guerra dell’informazione si fondava sull’assunto che l’influenza fosse esercitata principalmente attraverso la persuasione, la propaganda e la gestione delle narrazioni pubbliche.

Nel contesto contemporaneo, questo paradigma risulta superato. La guerra cognitiva rappresenta un’evoluzione qualitativa, poiché non agisce prevalentemente sui contenuti, ma sui processi mentali che regolano attenzione, interpretazione e giudizio2. L’obiettivo non è sostituire una convinzione con un’altra, bensì intervenire sulle condizioni stesse del pensiero.

L’ambiente informativo digitale contribuisce in modo determinante a questa trasformazione. La combinazione di sovraccarico informativo, l’accelerazione dei flussi comunicativi e la stimolazione emotiva continua producono una compressione del tempo cognitivo. In un contesto caratterizzato da urgenza permanente, la riflessione viene progressivamente marginalizzata, mentre la reazione immediata diventa la modalità dominante di risposta.

Gli algoritmi di selezione e raccomandazione svolgono un ruolo centrale in tale dinamica. Essi determinano quali contenuti siano visibili, rilevanti o prioritari, influenzando implicitamente l’agenda cognitiva degli individui. L’influenza assume così una forma indiretta e sistemica: non è necessario imporre un messaggio specifico, è sufficiente orientare l’attenzione3.

La guerra cognitiva prospera in questo spazio, in cui la manipolazione non si presenta come atto ostile esplicito, ma coincide con il funzionamento ordinario dell’ecosistema informativo. Le società democratiche, fondate sull’apertura e sul pluralismo, risultano particolarmente esposte a tale pressione, poiché la libertà di espressione e la circolazione delle informazioni costituiscono al tempo stesso una risorsa e una vulnerabilità.

In questo quadro, la sicurezza cognitiva non può essere ridotta a un problema di contenuti falsi o ingannevoli. Essa riguarda la capacità delle società di mantenere condizioni cognitive che consentano il giudizio critico, la deliberazione e la responsabilità individuale. La transizione dal dominio informativo al dominio cognitivo impone dunque un ripensamento profondo delle strategie di difesa democratica.

Contributo

4. Il campo di battaglia algoritmico

Nel contesto della guerra cognitiva, il campo di battaglia non è più esclusivamente umano. I sistemi algoritmici non si limitano a supportare la comunicazione, ma intervengono attivamente nei processi di selezione, classificazione e prioritizzazione delle informazioni, esercitando un’influenza strutturale sull’esperienza della realtà.

L’automazione dei processi informativi introduce una trasformazione cruciale: l’influenza diventa sempre più machine-driven. Le competizioni cognitive si svolgono a livello di modelli, dati e sistemi di raccomandazione, spesso prima che l’essere umano entri consapevolmente nel processo decisionale4. Gli individui ne sperimentano gli effetti a valle, sotto forma di percezioni già strutturate.

Questo spostamento produce una progressiva delega dell’autorità cognitiva a sistemi tecnologici opachi. Ciò che è reso visibile nei flussi informativi appare legittimo e rilevante; ciò che resta invisibile perde progressivamente peso nel discorso pubblico. La realtà non viene negata, ma mediata secondo logiche non trasparenti e non sottoposte a controllo democratico diretto.

Una delle conseguenze principali di questo processo è la frammentazione dell’esperienza collettiva. Ogni individuo riceve una rappresentazione personalizzata del mondo, calibrata su comportamenti, preferenze ed emozioni. In assenza di un terreno epistemico comune, il confronto democratico s’indebolisce e lascia spazio a polarizzazioni emotive e identitarie5.

Dal punto di vista strategico, il campo di battaglia algoritmico rappresenta una sfida che va oltre la dimensione tecnologica. La questione centrale non è soltanto come regolare i sistemi automatici, ma come preservare il controllo umano sui processi di senso. Senza una consapevolezza diffusa dei meccanismi di mediazione algoritmica, le società rischiano di perdere la capacità di interpretare criticamente la realtà che esse stesse producono.

Contributo

5. La frammentazione della realtà e la dissoluzione dello spazio pubblico

Uno degli effetti più rilevanti della trasformazione dell’ambiente informativo contemporaneo è la progressiva frammentazione della realtà condivisa. Le democrazie moderne si sono storicamente fondate sull’esistenza di uno spazio pubblico nel quale fatti e informazioni, pur interpretati in modo diverso, erano riconosciuti come base comune del confronto politico. Tale presupposto risulta oggi sempre più fragile.

La personalizzazione algoritmica dei contenuti informativi produce ambienti percettivi differenziati, nei quali ogni individuo accede a una selezione della realtà coerente con le proprie preferenze, convinzioni ed emozioni6. Questo processo non genera pluralismo, ma isolamento cognitivo. La moltiplicazione delle cosiddette echo chambers riduce l’esposizione alla complessità e rafforza meccanismi di conferma identitaria.

Nel contesto della guerra cognitiva, la frammentazione della realtà non è un effetto collaterale, ma una condizione strategicamente vantaggiosa. Non è necessario imporre una narrazione dominante; è sufficiente impedire la costruzione di un terreno epistemico comune. Quando viene meno la possibilità di riconoscere fatti condivisi, il confronto democratico si trasforma in una competizione permanente di percezioni.

La dissoluzione dello spazio pubblico produce un indebolimento strutturale della fiducia: nelle istituzioni, nei media, nella competenza e, più in generale, nella possibilità stessa di una conoscenza affidabile. In assenza di fiducia, la deliberazione democratica perde efficacia e si riduce a una sequenza di reazioni emotive polarizzate7.

Difendere lo spazio pubblico oggi significa, quindi, difendere la possibilità di una realtà condivisa, pur nella legittima diversità delle interpretazioni. Si tratta di una sfida eminentemente culturale, che richiede strumenti di consapevolezza cognitiva più che soluzioni meramente tecniche.

Contributo

6. La crisi dell’autorità della conoscenza

La frammentazione della realtà condivisa conduce a una crisi più profonda e strutturale: la crisi dell’autorità della conoscenza. In un ambiente informativo saturo e “disintermediato”, diventa sempre più difficile stabilire chi sia legittimato a definire ciò che è vero, rilevante o affidabile.

Le istituzioni tradizionalmente deputate alla produzione e alla validazione del sapere – scuola, università, stampa, comunità scientifica – vedono progressivamente erosa la loro autorevolezza. Tale fenomeno non deriva necessariamente da una perdita di competenza, ma dalla trasformazione dell’ecosistema informativo, nel quale l’autorità è percepita come sospetta e l’intermediazione come una forma di controllo8.

In questo vuoto si inseriscono i sistemi tecnologici. Motori di ricerca, piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale assumono un ruolo crescente nella selezione e nell’organizzazione delle informazioni. Essi non dichiarano cosa sia vero, ma determinano cosa sia visibile. In un contesto cognitivo, la visibilità equivale spesso alla legittimità.

Si assiste così a un cambio di regime epistemico: il dibattito pubblico non verte più sulla solidità delle evidenze, ma sulla fiducia nel sistema che le ordina e le presenta. La domanda fondamentale non è più «è vero?», bensì «chi lo rende credibile?»9. La guerra cognitiva opera precisamente su questa faglia, contaminando l’ecosistema della conoscenza piuttosto che sostituirlo.

La delega dell’autorità epistemica a sistemi automatizzati comporta un rischio strutturale per le democrazie. Laddove il potere di definire il senso non è più ancorato a responsabilità umane e a processi trasparenti, la legittimità democratica si indebolisce.

Difendere la conoscenza significa dunque preservare la capacità umana di giudicare, distinguere e assumersi la responsabilità del discernimento.

Contributo

7. Emozioni, neuroscienze e manipolazione della pietas

La guerra cognitiva non opera principalmente sul piano della razionalità, ma su quello delle emozioni. Le neuroscienze hanno dimostrato che le risposte emotive precedono e orientano l’elaborazione cognitiva, influenzando in modo significativo il processo decisionale.

Le strategie cognitive contemporanee sfruttano questa architettura neurobiologica. I messaggi più efficaci non sono necessariamente quelli più accurati, ma quelli emotivamente più attivanti. In questo senso, la guerra cognitiva non mira a convincere, bensì a innescare reazioni. Paura, indignazione e compassione diventano leve strategiche.

Tra queste emozioni, la pietas occupa una posizione centrale. Intesa come riconoscimento della vulnerabilità dell’altro e responsabilità morale verso la sofferenza, essa rappresenta un valore fondamentale delle società democratiche. Proprio per questo, è particolarmente esposta alla strumentalizzazione.

La selezione delle vittime degne di empatia, la decontestualizzazione del dolore e la narrazione emotiva asimmetrica possono orientare giudizi morali e posizioni politiche senza passare attraverso la comprensione razionale10. Il problema non è l’emozione in sé, ma la sua separazione dal contesto cognitivo e culturale.

Quando la pietas non è accompagnata dal pensiero critico, si trasforma in reazione automatica. La guerra cognitiva non distrugge l’etica, ma la utilizza. Recuperare la pietas nella sua autenticità significa reintegrarla in un quadro interpretativo che ne impedisca l’uso manipolatorio e la renda compatibile con il discernimento.

Contributo

8. Il pensiero critico come infrastruttura strategica

Nel dibattito pubblico contemporaneo, il pensiero critico è spesso trattato come una competenza individuale o come un obiettivo educativo di carattere generale. Tale impostazione ne riduce la portata strategica. Nell’ambito della guerra cognitiva, il pensiero critico deve essere invece considerato una infrastruttura immateriale essenziale per la sicurezza e la resilienza delle democrazie.

Il pensiero critico non coincide con lo scetticismo sistematico né con il relativismo epistemologico. Esso presuppone l’esistenza di criteri di verità e di affidabilità, pur riconoscendo la complessità dei fenomeni e la fallibilità dei processi conoscitivi. In termini operativi, consiste nella capacità di distinguere tra fatti, interpretazioni e opinioni, di valutare le fonti, di riconoscere bias cognitivi e di collocare le informazioni nel loro contesto11.

Dal punto di vista strategico, il pensiero critico introduce un elemento di attrito cognitivo all’interno dell’ecosistema informativo. Esso rallenta la risposta immediata agli stimoli emotivi, interrompe l’automatismo della reazione e restituisce spazio alla deliberazione. Proprio per questo motivo, il pensiero critico rappresenta uno degli obiettivi indiretti della guerra cognitiva, la quale tende a renderlo impraticabile attraverso saturazione informativa e accelerazione comunicativa.

Una società in cui il pensiero critico è diffuso e strutturalmente sostenuto risulta meno vulnerabile alla manipolazione. Ciò non elimina il conflitto, ma lo rende governabile all’interno di procedure democratiche. Al contrario, l’assenza di attrito cognitivo favorisce polarizzazione, radicalizzazione e delega emotiva delle decisioni.

Considerare il pensiero critico come infrastruttura implica riconoscere che esso non può essere lasciato alla sola iniziativa individuale. Esso deve essere coltivato sistemicamente, attraverso politiche educative, culturali e comunicative coerenti. La sua erosione non produce soltanto disinformazione, ma una vera e propria insicurezza cognitiva, con ricadute dirette e pesanti sulla legittimità democratica.

Contributo

9. Intelligenza culturale e consapevolezza cognitiva

Se il pensiero critico fornisce gli strumenti analitici per valutare informazioni e argomentazioni, l’intelligenza culturale rappresenta la capacità di interpretare i messaggi nel loro contesto simbolico, storico e antropologico. Nel caso della guerra cognitiva, tale competenza assume una rilevanza strategica.

Le narrazioni non operano mai in modo astratto. Esse parlano alle identità, alle memorie collettive, ai codici culturali e ai sistemi di valori. Senza la capacità di riconoscere questi livelli, l’individuo resta esposto a una doppia vulnerabilità: reagisce emotivamente e interpreta in modo decontestualizzato ciò che osserva12.

L’intelligenza culturale consente di distinguere tra valori universalistici e rappresentazioni culturali specifiche, evitando letture letterali o semplificate di messaggi costruiti per produrre reazioni emotive immediate. In questo senso, essa costituisce una forma di difesa cognitiva preventiva, che agisce prima della polarizzazione.

La consapevolezza cognitiva nasce dall’integrazione tra pensiero critico e intelligenza culturale. Quest’ultima può essere definita come la capacità di riconoscere non solo il contenuto di un messaggio, ma anche il contesto che lo rende efficace. Significa comprendere quando una determinata reazione emotiva viene sollecitata strategicamente, quali bias vengono attivati e quali interessi ne traggono beneficio.

Dal punto di vista strategico, la consapevolezza cognitiva trasforma l’individuo da bersaglio passivo a soggetto interpretante. Non elimina il conflitto, ma ne limita la capacità di colonizzare la mente. In assenza di tale consapevolezza, la guerra cognitiva opera in modo silenzioso e pervasivo, sfruttando vulnerabilità culturali più che informative.

Contributo

10. Educazione, leadership e resilienza democratica

La difesa cognitiva delle democrazie non può essere affidata esclusivamente alla responsabilità individuale. Essa richiede una strategia educativa e culturale di lungo periodo, capace di rafforzare in modo sistemico le capacità di discernimento e interpretazione dei cittadini.

L’educazione alla consapevolezza cognitiva non coincide con la semplice alfabetizzazione digitale o informativa. Essa implica l’apprendimento del pensiero critico, la comprensione dei meccanismi emotivi e la capacità di riconoscere le dinamiche culturali che rendono efficaci le narrazioni. In questo senso, scuola e università non sono soltanto luoghi di trasmissione del sapere, ma spazi di formazione del giudizio13.

Accanto all’educazione, la leadership svolge un ruolo determinante. I leader politici, istituzionali e culturali non sono soltanto decisori, ma modelli cognitivi. Il modo in cui interpretano la realtà, comunicano le crisi e gestiscono l’emotività collettiva, incide direttamente sulla resilienza o sulla fragilità delle società democratiche.

Una leadership che semplifica e polarizza accelera la degradazione cognitiva dello spazio pubblico. Al contrario, una leadership che spiega, contestualizza e riconosce la complessità contribuisce a rafforzare la fiducia e la capacità deliberativa. In questo quadro, la resilienza democratica non è il risultato di un singolo intervento, ma di una cultura condivisa del discernimento.

Investire in educazione e leadership responsabile significa investire nella capacità delle democrazie di resistere alla pressione cognitiva senza rinunciare ai propri principi fondamentali.

Contributo

11. Conclusioni: difendere la democrazia significa difendere la capacità di pensare

L’analisi svolta nei capitoli precedenti mostra come il conflitto contemporaneo abbia progressivamente oltrepassato i confini tradizionali della dimensione militare e informativa per insediarsi in modo strutturale nella sfera cognitiva. La guerra cognitiva non rappresenta una tecnica accessoria delle minacce ibride, ma una trasformazione profonda del modo in cui il potere è esercitato e contestato14.

In questo nuovo contesto strategico, la mente umana diventa il principale terreno di competizione. Non attraverso forme evidenti di coercizione, ma mediante la frammentazione della realtà, la saturazione emotiva e l’erosione dell’autorità della conoscenza. Il risultato non è l’adesione a una narrazione alternativa, bensì la perdita delle condizioni cognitive che rendono possibile una deliberazione democratica condivisa15.

Le democrazie risultano particolarmente esposte a questa forma di pressione. Fondate sull’apertura, sul pluralismo e sulla libertà di espressione, esse presuppongono cittadini capaci di discernere, confrontare e giudicare. Quando tali capacità risultano indebolite, la democrazia non collassa improvvisamente, ma si svuota dall’interno: le istituzioni restano formalmente in piedi, mentre la fiducia che le sostiene si dissolve16.

L’elemento più critico che emerge dall’analisi è la crisi dell’autorità della conoscenza. In un ambiente informativo mediato da sistemi algoritmici opachi, la distinzione tra vero e falso tende a essere sostituita dalla distinzione tra visibile e invisibile. La delega dell’autorità epistemica a sistemi automatici, percepiti come neutrali ma non responsabili, rappresenta una deriva incompatibile con i principi democratici17.

Di fronte a questa sfida, le risposte puramente tecniche – regolamentazione delle piattaforme, contrasto alla disinformazione, fact-checking – risultano necessarie ma insufficienti. Esse intervengono sugli effetti, non sulle cause. La vera posta in gioco è la capacità delle società di preservare il controllo umano sui processi di senso.

In tale prospettiva, il pensiero critico emerge come una vera e propria infrastruttura strategica. Esso introduce attrito cognitivo, rallenta la reazione immediata e restituisce spazio alla deliberazione. Senza pensiero critico diffuso, la libertà d’informazione si trasforma in vulnerabilità strutturale18.

Accanto al pensiero critico, l’intelligenza culturale e la consapevolezza cognitiva svolgono un ruolo decisivo. Le narrazioni agiscono sempre all’interno di contesti simbolici e identitari. La capacità di riconoscere tali contesti consente di sottrarsi alla manipolazione empatica e alla strumentalizzazione di emozioni fondamentali come la pietas, restituendo all’etica una dimensione riflessiva e responsabile.

Educazione e leadership rappresentano, in questo quadro, i pilastri della resilienza democratica. Educare non significa soltanto trasmettere informazioni, ma formare il giudizio. Guidare non significa soltanto decidere, ma offrire modelli cognitivi responsabili. Una leadership che semplifica e polarizza accelera la fragilità cognitiva; una leadership che spiega, contestualizza e riconosce la complessità rafforza la fiducia e la coesione.

Difendere la democrazia oggi significa quindi proteggere la capacità di pensare in modo libero, consapevole e responsabile. Non si tratta di orientare ciò che le persone devono pensare, ma di preservare le condizioni che rendono possibile il pensiero stesso. In un’epoca di automazione crescente, la tutela dell’autorità umana sul giudizio non è un ostacolo al progresso, ma una condizione essenziale della libertà.

Apparato critico

Note

  1. Cfr. M. Castells, Communication Power, Oxford University Press, Oxford, 2009.
  2. Cfr. N. Bolt, E. Lange-Ionatamishvili, The Next Generation Information Environment, NATO Strategic Communications Centre of Excellence, Riga, 2026.
  3. Cfr. C. Sunstein, #Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media, Princeton University Press, Princeton, 2017.
  4. Cfr. N. Bolt, E. Lange-Ionatamishvili, The Next Generation Information Environment, cit.
  5. Cfr. E. Pariser, The Filter Bubble, Penguin Press, New York, 2011.
  6. Cfr. ibidem.
  7. Cfr. C. Sunstein, #Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media, cit.
  8. Cfr. T. Nichols, The Death of Expertise, Oxford University Press, Oxford, 2017.
  9. Cfr. L. Floridi, The Fourth Revolution, Oxford University Press, Oxford, 2014.
  10. Cfr. G. Le Bon, La psychologie des foules (1895), Hogwords, Torino, 2022.
  11. Cfr. D. Kahneman, Thinking, Fast and Slow, Farrar, Straus & Giroux, New York, 2011.
  12. Cfr. S. Ang, L. van Dyne, Handbook of Cultural Intelligence, Routledge, Londra, 2008.
  13. Cfr. J. Dewey, Democracy and Education (1916), Simon & Brown, Londra, 2011.
  14. Cfr. N. Bolt, E. Lange-Ionatamishvili, The Next Generation Information Environment, cit.
  15. Cfr. C. Sunstein, #Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media, cit.
  16. Cfr. L. Freedman, The Future of War, cit.
  17. Cfr. L. Floridi, The Fourth Revolution, cit.
  18. Cfr. T. Nichols, The Death of Expertise, cit.
Massimo Panizzi
L’autore

Massimo Panizzi

Direttore Editoriale di DYNAMES

Generale di Corpo d’Armata (ris.) dell’Esercito Italiano e Direttore Editoriale di DYNAMES, contribuisce all’impostazione culturale e strategica della piattaforma, con particolare attenzione alla cultura della difesa, alla formazione e al rapporto tra sicurezza, istituzioni e cittadinanza.

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