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La pagina riproduce integralmente il contributo di Vincenzo D’Anna, comprensivo delle note. Il volume completo è disponibile liberamente online.

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Indice

I contenuti della pagina

  1. Perché questa pubblicazione
  2. Sommario del contributo
  3. 1. Introduzione
  4. 2. Il concetto di violenza e il superamento della coercizione fisica
  5. 3. L’essenza della propaganda nelle democrazie liberali
  6. 4. Il caos: analisi e sfruttamento per il vantaggio
  7. 5. Confini cognitivi e possibili strategie di risposta
  8. 6. Conclusioni
  9. Note
  10. L’autore
Il volume

Perché questa pubblicazione

Guerra cognitiva e sicurezza nazionale. Profili giuridici e istituzionali, a cura di Roberto Sgalla e Alessandro Sterpa, nasce dall’esigenza di comprendere una trasformazione ormai strutturale della sicurezza nazionale. Le minacce ibride agiscono in uno spazio nel quale guerra e pace, informazione e influenza, dimensione interna e competizione internazionale tendono a sovrapporsi. La pressione cognitiva investe direttamente percezioni, fiducia, capacità di giudizio e processi decisionali.

Nell’introduzione, Sgalla e Sterpa collocano il problema dentro una tensione costituzionale decisiva. Le democrazie liberali devono costruire strumenti di risposta efficaci senza indebolire i principi che intendono difendere. Libertà e sicurezza, diritti e doveri, intervento pubblico e autodeterminazione soggettiva restano elementi da tenere insieme anche davanti a una minaccia inedita.

Questa impostazione spiega il carattere interdisciplinare del volume. Diritto, scienze sociali, intelligence, tecnologia e analisi strategica sono chiamati a dialogare, superando confini professionali e scientifici diventati troppo rigidi rispetto alla qualità della minaccia. Diventa necessario riconsiderare i concetti stessi di guerra e sicurezza nazionale nel contesto aperto dei nuovi media e delle interdipendenze globali.

Il volume raccoglie le riflessioni emerse durante il seminario del 21 gennaio 2026 presso il Centro Studi Americani e nasce dalla collaborazione con l’Università degli Studi della Tuscia. In questa cornice, il mio contributo analizza il passaggio dalla coercizione fisica all’influenza cognitiva, il ruolo strutturale della propaganda nelle democrazie, l’impiego strategico del caos e la necessità di definire confini cognitivi capaci di proteggere la deliberazione pubblica.

La guerra cognitiva agisce sulle condizioni entro cui individui e collettività percepiscono, interpretano e decidono.
Contributo integrale

Conflitti e confini immateriali.
Violenza ibrida, propaganda e governo del caos

* Co-fondatore di DYNAMES e Consigliere della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana (FERPI) del Lazio.

Sommario: 1. Introduzione. – 2. Il concetto di violenza e il superamento della coercizione fisica. – 3. L’essenza della propaganda nelle democrazie liberali. – 4. Il caos: analisi e sfruttamento per il vantaggio. – 5. Confini cognitivi e possibili strategie di risposta. – 6. Conclusioni.
Contributo

1. Introduzione

Le forme attuali di competizione internazionale si sviluppano sempre più spesso in spazi ambigui, nei quali diventa difficile distinguere tra pace e conflitto, informazione e manipolazione, confronto politico legittimo e azione ostile intenzionale. Non siamo più soltanto davanti a minacce che occupano territori o distruggono infrastrutture, ma a dinamiche che agiscono progressivamente sulle percezioni, sulle emozioni, sulla fiducia e sulla capacità di giudizio delle collettività.

Questa condizione è particolarmente evidente quando l’obiettivo riguarda gli elementi fondanti delle democrazie liberali. In questi sistemi, aperti per natura al pluralismo, alla libertà di espressione e alla competizione delle idee, l’attacco può assumere forme indirette e difficili da attribuire. Non sempre punta a imporre una verità alternativa; spesso mira piuttosto a indebolire la possibilità stessa di riconoscere un terreno comune di realtà, di fiducia e di decisione. Il conflitto cognitivo si sviluppa precisamente in questo spazio fluido, dove gli strumenti tradizionali della sicurezza si intrecciano con dimensioni simboliche, percettive e narrative, e dove l’obiettivo non è necessariamente la distruzione fisica dell’avversario, ma la alterazione delle condizioni entro cui individui e collettività percepiscono, interpretano e decidono.

In tale prospettiva, la tecnologia non va intesa come causa originaria di queste dinamiche, bensì come potente fattore di accelerazione, amplificazione e diffusione di processi relazionali, psicologici e politici più profondi. Il centro di gravità del conflitto resta l’uomo, non soltanto come individuo, ma come parte di una collettività esposta a flussi informativi continui, a stimoli emotivi concorrenti e a meccanismi di influenza sempre più difficili da attribuire e da contenere. La guerra cognitiva si colloca dunque all’incrocio tra dimensione politica, sfera pubblica e struttura comunicativa delle società contemporanee, ponendo interrogativi che investono direttamente la tenuta del consenso democratico, la qualità della deliberazione e la stabilità dell’ordine liberale.

Il presente contributo non ambisce a fornire una lettura totalizzante del fenomeno, ma propone una chiave di analisi orientata ad individuare alcune logiche profonde della minaccia ibrida nei confronti delle democrazie contemporanee. In primo luogo, il lavoro ricostruisce il progressivo slittamento dalla centralità della coercizione fisica verso forme indirette di influenza cognitiva. In secondo luogo, esamina la propaganda come componente strutturale delle società di massa, mostrando come il suo ruolo si sia progressivamente trasformato dall’orientamento del consenso alla frammentazione sistemica della volontà collettiva. Infine, dedica particolare attenzione al passaggio dalla vulnerabilità del singolo alla dinamica emergente del comportamento collettivo, evidenziando come, in ambienti caratterizzati da volatilità, polarizzazione, non linearità e saturazione informativa, il caos possa essere analizzato non soltanto come effetto della complessità, ma come possibile strumento di vantaggio strategico.

Da questa prospettiva, la difesa delle democrazie liberali non può essere ridotta alla protezione di infrastrutture o alla smentita di singoli contenuti falsi. Essa richiede piuttosto una riflessione più ampia sulle condizioni cognitive, culturali e istituzionali che rendono possibile l’esercizio consapevole della libertà politica. È su questo terreno, immateriale ma decisivo, che si colloca oggi una parte crescente della competizione strategica.

Contributo

2. Il concetto di violenza e il superamento della coercizione fisica

Nel dibattito strategico e politologico contemporaneo, il concetto di violenza richiede una ridefinizione che tenga conto delle profonde trasformazioni intervenute nei rapporti tra potere, società e conflitto. Lungi dal poter essere interpretata esclusivamente come deviazione patologica dell’ordine politico, la violenza costituisce una costante strutturale della convivenza umana e dell’organizzazione del potere. Come mostrato dalla tradizione del pensiero politico moderno, essa non rappresenta un accidente eliminabile, bensì un elemento fisiologico in continua trasformazione.

Già in Hobbes la violenza emerge come sfondo permanente della condizione umana: l’ordine politico – e si intenda anche quello internazionale – nasce precisamente dall’esigenza di contenere e regolare una conflittualità originaria che, se lasciata priva di argini, renderebbe impossibile qualsiasi forma stabile di cooperazione sociale1. In questa prospettiva, lo Stato – e in diverse forme e tentativi le organizzazioni regionali e internazionali – si configura come detentore del monopolio della forza, non per negare la violenza, ma per sottrarla alla dispersione e ricondurla a una forma centralizzata e prevedibile. Max Weber, riprendendo e modernizzando tale intuizione, definirà lo Stato come l’istituzione che rivendica il monopolio della violenza legittima, collocando l’uso della forza all’interno di un quadro di responsabilità politica e di razionalità strumentale2.

Questa impostazione consente di cogliere un primo elemento decisivo: la violenza non scompare con la modernità, ma viene progressivamente normata, amministrata e giustificata in funzione della stabilità dell’ordine politico. Ciò che muta, nel tempo, non è la sua presenza, bensì la sua efficacia relativa come strumento di governo e di competizione tra attori. È su questo punto che si innesta la riflessione di Hannah Arendt, la quale distingue con nettezza la relazione tra potere e violenza, mostrando come il ricorso crescente a quest’ultima segnali, paradossalmente, una crisi del primo3. Nelle società complesse e altamente organizzate, l’uso sistematico della violenza fisica tende a produrre costi politici, simbolici e di legittimazione sempre più elevati, riducendone l’efficacia strategica complessiva. È il caso della bomba atomica, che segna il picco storico dell’uso della violenza dopo il quale ogni simile azione può rivelarsi addirittura controproducente e sposta l’essenza della sua efficacia dal piano dell’effettivo uso alla mera rappresentazione simbolica come elemento di deterrenza.

In questo quadro, la violenza tende a spostarsi dal piano visibile della coercizione fisica a quello meno tangibile, ma non meno incisivo, dell’influenza cognitiva. L’obiettivo non è più primariamente la distruzione delle capacità materiali dell’avversario, bensì la modifica del suo orizzonte percettivo e decisionale. Tale slittamento è stato descritto, in chiave prevalentemente analitica e non come dottrina univoca, nelle riflessioni sulla cosiddetta Fifth Generation Warfare (5GW), che individua forme di conflitto caratterizzate dall’assenza di dichiarazioni formali di guerra, dalla difficoltà di attribuzione delle responsabilità e dalla prevalenza di azioni “sottosoglia”, volte a incidere sulla volontà politica e sulla coesione sociale più che sul confronto armato diretto4. In questa prospettiva, la violenza non viene negata, ma ricondotta a modalità indirette, diffuse e continuative.

Le riflessioni di Thomas C. Schelling e di Alexander L. George consentono di tradurre questa dinamica in termini strategici. In Arms and Influence, Schelling mostra come la violenza, o anche solo la sua minaccia, operi principalmente come forma di comunicazione, volta a manipolare aspettative, percezioni del rischio e calcoli di convenienza5. George, elaborando il concetto di coercive diplomacy6, evidenzia come la pressione politica possa essere esercitata efficacemente attraverso una combinazione calibrata di segnali, ambiguità e credibilità, riducendo il ricorso al confronto armato diretto. Nel contesto contemporaneo, tale pressione tende inoltre a intrecciarsi con forme di public diplomacy e media diplomacy7, cioè con modalità di influenza rivolte direttamente ai pubblici di Stati terzi senza la mediazione esclusiva dei canali diplomatici tradizionali. In entrambi i casi, la dimensione cognitiva si rivela centrale: il successo non dipende dalla quantità di forza impiegata, ma dalla capacità di incidere sui processi decisionali dell’altro.

La considerazione di Serge Tchakhotine sulla propaganda come “violenza psichica”8 consente infine di cogliere con particolare lucidità la natura di questo slittamento. Analizzando i meccanismi di mobilitazione di massa del primo Novecento, il sociologo tedesco evidenziava come l’azione politica moderna potesse fare a meno della coercizione fisica sistematica, facendo invece leva su stimoli simbolici ed emotivi capaci di produrre comportamenti prevedibili e conformi. In questa stessa direzione si colloca, in forma ancora embrionale ma sorprendentemente lucida, l’analisi di Arthur Ponsonby sui meccanismi ricorrenti della propaganda bellica. Già all’indomani della Prima guerra mondiale, Ponsonby mostrava come essa operasse attraverso schemi ricorrenti volti a costruire consenso, ridurre la complessità e neutralizzare preventivamente il dissenso, anticipando così l’idea di una manipolazione sistematica delle percezioni come alternativa alla forza. Tali schemi sono stati successivamente sistematizzati da Anne Morelli nei suoi «Principi elementari della propaganda di guerra». I “dieci principi” non costituiscono singoli messaggi, ma vere e proprie matrici operative sul campo cognitivo, tuttora richiamate nella riflessione sulla comunicazione politica9.

Infine, tali intuizioni trovano un’eco significativa nelle analisi contemporanee di Byung-Chul Han, secondo cui le forme attuali di potere tendono a operare non attraverso l’imposizione esterna, ma mediante processi di interiorizzazione e auto-sfruttamento cognitivo10. Nel contesto dei sistemi democratici liberali, il superamento della centralità esclusiva della violenza fisica non coincide dunque con una sua scomparsa, ma con la sua trasfigurazione e con la sua integrazione in forme più sottili e pervasive. La violenza cognitiva si configura come integrazione necessaria della violenza tradizionale, più compatibile con società complesse, interdipendenti e sensibili ai costi politici della coercizione diretta. Essa agisce sui presupposti cognitivi e simbolici della convivenza democratica, ponendo interrogativi ineludibili sulla tenuta dei processi deliberativi e sulle condizioni di possibilità del consenso.

Contributo

3. L’essenza della propaganda nelle democrazie liberali

La propaganda rappresenta uno degli elementi più controversi e, al tempo stesso, più strutturali della vita politica nelle democrazie contemporanee. Lungi dall’essere un’anomalia o una deviazione patologica del processo democratico, essa si configura, come ha mostrato in modo particolarmente netto Jacques Ellul, come una componente fisiologica delle società di massa fondate sul consenso. In sistemi politici in cui il potere non può essere esercitato stabilmente attraverso la coercizione, la convergenza delle volontà individuali verso una direzione comune diventa una necessità funzionale. La propaganda risponde precisamente a questa esigenza: orientare, stabilizzare e rendere durabile il consenso all’interno di comunità politiche complesse11.

In una democrazia liberale, infatti, la decisione politica non è mai l’espressione di una volontà unitaria preesistente, ma il risultato di un processo di mediazione tra interessi, valori e aspettative differenti. La politica democratica è, per sua natura, un’operazione di sintesi e di compromesso, nella quale la pluralità delle volontà individuali viene ricondotta a una linea d’azione condivisa. In tale contesto, Bernays prima e successivamente Ellul, hanno ragione nel sostenere che la propaganda non costituisca un corpo estraneo alla democrazia, bensì uno strumento attraverso cui essa riesce a funzionare e a mantenere un minimo di coesione interna. Essa opera come meccanismo di integrazione, rafforzando l’adesione ai presupposti del patto democratico e consolidando lo status quo di coloro che occupano una posizione di forza nel sistema politico12.

Questa dinamica si manifesta su almeno due piani distinti. Sul piano interno, la propaganda contribuisce a stabilizzare la maggioranza intesa non solo come dato numerico, ma come insieme di cittadini che riconoscono e accettano le regole del gioco democratico. Sul piano esterno, essa diviene uno strumento di posizionamento strategico, attraverso il quale gli Stati proiettano la propria influenza su attori terzi, senza ricorrere necessariamente alla coercizione militare. Le esperienze storiche di esercizio dello smart power mostrano come la capacità di orientare percezioni e preferenze possa risultare decisiva quanto il controllo delle risorse materiali13.

È tuttavia proprio questa natura strutturale della propaganda a renderla un potenziale fattore di vulnerabilità per le democrazie liberali. Come ha osservato Tzvetan Todorov, tali sistemi politici sono minacciati non tanto da nemici esterni, quanto dalle loro stesse predisposizioni interne. I principi che fondano la democrazia – libertà, sovranità popolare, pluralismo – possono trasformarsi, se assolutizzati e sganciati dai necessari equilibri istituzionali e normativi, in strumenti di erosione dall’interno. La propaganda “nera”14 si inserisce in questa tensione, sfruttando le aperture del sistema democratico per amplificarne le contraddizioni15.

Il voto universale rappresenta, in questo senso, la massima espressione della libertà politica e dell’equilibrio tra volontà individuali e, proprio per questo, costituisce anche un punto di particolare esposizione. Processi decisionali concentrati in singoli eventi – come referendum o consultazioni plebiscitarie – offrono occasioni privilegiate per interventi di influenza intenzionale, volti a orientare l’esito complessivo agendo selettivamente su segmenti dell’elettorato. In tali contesti, la cittadinanza tende a trasformarsi in un pubblico permanentemente esposto e reattivo, che può essere profilato, “targettizzato” e polarizzato in modo sistematico, non tanto attraverso l’imposizione di specifici contenuti, quanto mediante lo sfruttamento congiunto del sovraccarico informativo e delle predisposizioni cognitive ed emotive preesistenti. Come evidenzia Di Gregorio, l’erosione dei processi deliberativi e la centralità dell’attivazione emotiva favoriscono una forma di consenso immediato e volatile, rendendo la partecipazione politica dei cittadini più vulnerabile a dinamiche di semplificazione, polarizzazione e manipolazione cognitiva16.

Ci si sofferma ora sulla dimensione individuale e sul ruolo del singolo che compone il complesso sociale: il cittadino, oggi “net citizen” o “netizen17. Immerso in un flusso informativo continuo, ipertrofico e ridondante, l’individuo dispone di un accesso potenzialmente illimitato alle informazioni a fronte di risorse cognitive limitate per elaborarle criticamente. Ne deriva una crescente dipendenza da schemi interpretativi semplificati, coerenti con i propri bias cognitivi e rafforzati da ambienti informativi omofili. In tale contesto, la propaganda contemporanea non impone più una narrazione unitaria, ma frammenta lo spazio del senso, combinando macro-narrazioni rivolte all’infosfera generale e micro-narrazioni adattate a pubblici specifici. Questa trasformazione si riflette empiricamente, non in termini deterministici ma come tendenza strutturale osservata, nella discrepanza tra l’elevata esposizione a contenuti politici sui social media e la persistente o crescente disaffezione verso la partecipazione elettorale tradizionale. Studi comparativi mostrano come l’intensa attività politica online favorisca forme di partecipazione espressiva e identitaria, senza tradursi in un aumento sistematico dell’affluenza alle urne18. In alcuni casi, la dipendenza dai social come fonte primaria di informazione politica risulta addirittura associata a una minore propensione al voto.

Il passaggio da una propaganda intesa come gestione dei flussi del consenso a una logica di frammentazione cognitiva produce così un indebolimento strutturale dell’immaginario democratico condiviso. La moltiplicazione dei frame e delle narrazioni non rafforza il legame tra informazione, decisione e azione collettiva, ma lo dissolve, contribuendo a una sfiducia sistemica nelle istituzioni e nella capacità del voto di produrre cambiamento politico significativo19. Seppur formulata in un contesto storico e culturale radicalmente diverso, questo concetto è rintracciabile nello Stratagemma XX della tradizione strategica cinese, noto come «intorbidire l’acqua per catturare i pesci»20. Il principio sotteso, che sarà successivamente approfondito, non consiste nell’annientamento frontale dell’avversario, bensì nella creazione deliberata di confusione e disordine, tali da compromettere la sua capacità di discernimento e di reazione coerente.

Non solo. Altri contributi recenti aiutano a rendere più leggibile la natura concreta della minaccia. Byung-Chul Han ha mostrato come le forme contemporanee di potere tendano a operare meno attraverso la coercizione esplicita e più mediante meccanismi di auto-sfruttamento cognitivo: l’individuo non è costretto dall’esterno, ma è indotto a esporsi volontariamente, a produrre contenuti, a reagire continuamente a stimoli informativi e a prendere posizione su questioni sempre nuove. La partecipazione costante al dibattito pubblico digitale, l’obbligo implicito di “esserci” e di esprimere un’opinione, trasformano così l’attenzione in una risorsa continuamente consumata, spesso senza che vi sia il tempo o lo spazio per una reale elaborazione critica21. Su un piano complementare, Bernard Stiegler ha posto l’accento sul ruolo dell’attenzione e del tempo come risorse strategiche. Nel contesto attuale, la competizione cognitiva non si gioca tanto sulla falsità o veridicità dei singoli contenuti, quanto sulla saturazione dell’ambiente informativo: l’accelerazione dei flussi, la moltiplicazione dei canali e la sovrapposizione di temi politici, emotivi e identitari riducono la capacità dei cittadini di distinguere ciò che è rilevante da ciò che è contingente. In questa prospettiva, la propaganda non agisce più soltanto convincendo, ma modellando l’ecosistema cognitivo nel quale le decisioni prendono forma, rendendo strutturale la reazione immediata e intermittente22. La conseguenza è una dinamica politica sempre più orientata al breve termine. Governi e attori politici si trovano a rispondere a crisi comunicative continue, a oscillazioni dell’opinione pubblica misurate in tempo reale e a campagne di influenza che sfruttano l’emotività del momento. In tale contesto, la programmazione strategica di lungo periodo diventa difficile da sostenere, mentre prevalgono logiche di marketing politico e di competizione elettorale permanente, nelle quali la gestione dell’attenzione conta spesso più della costruzione di decisioni stabili e condivise23.

Contributo

4. Il caos: analisi e sfruttamento per il vantaggio

L’esposizione continua a flussi informativi accelerati, la frammentazione dell’attenzione e la reattività immediata non restano confinate alla sfera del singolo cittadino, ma si riflettono e si moltiplicano nell’interazione tra individui, contribuendo alla formazione di pattern sociali complessi e instabili.

In questo senso, appare necessario compiere un ulteriore passaggio analitico, spostando il focus dalla dimensione individuale a quella collettiva, al fine di comprendere come tali dinamiche si traducano in trend emergenti dell’intero sistema sociale. Il comportamento collettivo non può infatti essere interpretato come semplice somma lineare di decisioni individuali, ma deve essere compreso come il risultato crescente di interazioni distribuite tra una molteplicità di attori interconnessi. In questa prospettiva, il concetto di “netizen” trova una sua più compiuta rappresentazione se letto attraverso la metafora dello sciame o della mormorazione: un sistema dinamico in cui il comportamento globale non è determinato da un centro decisionale, ma emerge dall’adattamento continuo di ciascun elemento alle azioni dei soggetti più prossimi.

Come nello stormo di uccelli, ogni individuo regola il proprio movimento sulla base di informazioni locali, limitate e parziali, reagendo a variazioni immediate del contesto piuttosto che a una visione complessiva del sistema. Il risultato è la formazione di pattern collettivi altamente complessi, caratterizzati da apparente coerenza ma privi di una direzione unitaria stabilmente identificabile. Tale dinamica, traslata nello spazio cognitivo delle società contemporanee, implica che le opinioni, le percezioni e i comportamenti politici non si diffondano secondo logiche gerarchiche o verticali, ma attraverso processi reticolari, nei quali ogni nodo agisce al tempo stesso come ricevente, interprete e vettore di informazione.

L’ambiente entro cui questo “sciame cognitivo” si muove è tuttavia profondamente instabile. A differenza delle società tradizionali, in cui i flussi informativi erano relativamente lenti e filtrati, l’ecosistema digitale contemporaneo è attraversato da una molteplicità di correnti – mediatiche, algoritmiche, emotive e politiche – che modificano continuamente le condizioni di percezione e di decisione. In questo contesto, il paradigma VUCA (volatility, uncertainty, complexity, ambiguity), elaborato in ambito dottrinale presso l’U.S. Army War College e successivamente ripreso da Bob Johansen24 per descrivere gli scenari strategici contemporanei, continua a offrire una chiave interpretativa utile, ma non più pienamente sufficiente a cogliere la natura delle dinamiche attuali. Alla volatilità dei flussi informativi si affianca infatti una loro crescente accelerazione; all’incertezza si sovrappone una difficoltà strutturale nell’attribuzione delle responsabilità e delle cause; alla complessità si accompagna una non linearità sempre più marcata nei rapporti tra causa ed effetto; all’ambiguità si aggiunge, infine, una progressiva perdita di intelligibilità del contesto.

In questa prospettiva, alcuni sviluppi recenti propongono di estendere il modello introducendo una dimensione ulteriore, talvolta identificata come paradox25 e talvolta come polarized (VUCAP). Nel primo caso, l’accento è posto sulla coesistenza di dinamiche tra loro apparentemente contraddittorie ma simultaneamente operative, che rendono instabili i criteri di interpretazione e di decisione. Nel secondo, emerge invece la tendenza alla frammentazione dello spazio cognitivo in comunità sempre più chiuse e contrapposte, nelle quali le informazioni non circolano più secondo logiche condivise ma si rafforzano all’interno di circuiti autoreferenziali. L’integrazione di queste dimensioni consente di cogliere come l’ambiente informativo contemporaneo non sia soltanto instabile e complesso, ma anche strutturalmente sensibile a contraddizioni interne e processi di polarizzazione, che ne amplificano l’imprevedibilità e ne riducono ulteriormente la governabilità.

In tale scenario, il comportamento collettivo tende a svilupparsi attraverso variazioni repentine e difficilmente prevedibili. Come uno stormo esposto a correnti d’aria improvvise, anche la società iperconnessa reagisce a stimoli locali – una notizia, un’immagine, un contenuto virale – generando spostamenti rapidi dell’attenzione e dell’opinione pubblica e delle relative azioni nella vita democratica e sociale in lettura globale. Questi movimenti non seguono necessariamente una logica razionale o deliberativa, ma risultano dall’interazione tra fattori cognitivi, emotivi e relazionali che operano su scale temporali sempre più ridotte. Il tempo della riflessione viene così compresso a favore di una reattività immediata, nella quale la capacità di orientare il flusso dell’attenzione diventa più rilevante della solidità dei contenuti.

È in questo spazio che il caos assume una funzione strategica. Lungi dall’essere un semplice effetto collaterale della complessità, esso può essere prodotto, amplificato e sfruttato come leva di influenza. In un sistema sensibile e istericamente adattivo come quello descritto, non è necessario controllare direttamente i singoli nodi; è sufficiente intervenire sulle condizioni ambientali – saturando i canali informativi, moltiplicando le narrazioni concorrenti, accelerando i tempi di circolazione – per indurre il sistema a comportamenti instabili o incoerenti. Il caos, in questa prospettiva, non distrugge l’ordine esistente, ma ne altera i meccanismi di formazione, rendendo più difficile la convergenza verso decisioni collettive stabili e razionali. Questo passaggio rappresenta un’evoluzione significativa rispetto alle forme tradizionali di propaganda. Se quest’ultima era orientata prevalentemente a indirizzare la volontà collettiva verso una determinata direzione, le strategie contemporanee di influenza operano sempre più spesso in senso opposto, frammentando il campo cognitivo e moltiplicando i punti di attrito. L’obiettivo non è tanto convincere, quanto disarticolare; non tanto costruire consenso, quanto impedire la formazione di un consenso coerente e duraturo. Quel principio strategico dello «intorbidire l’acqua per catturare i pesci» trova una declinazione pienamente attuale: non si tratta di prevalere in un confronto diretto, ma di rendere il contesto talmente instabile da compromettere la capacità decisionale dell’avversario26.

Le riflessioni sulla complessità e sull’incertezza radicale consentono di comprendere ulteriormente questa dinamica. Come evidenziato da Taleb, i sistemi complessi non rispondono in modo proporzionale agli stimoli, ma possono produrre effetti amplificati e imprevedibili a partire da perturbazioni apparentemente marginali27. Applicato allo spazio cognitivo, ciò significa che interventi limitati ma mirati possono generare effetti sistemici rilevanti, soprattutto in presenza di un ambiente già caratterizzato da elevata interconnessione e bassa resilienza deliberativa.

In questo quadro, il passaggio dal paradigma VUCA a quello BANI (brittle, anxious, nonlinear, incomprehensible) rappresenta un ulteriore avanzamento interpretativo. Se VUCA descrive soprattutto le caratteristiche strutturali di un ambiente instabile e complesso, BANI consente di cogliere come tale ambiente venga percepito, interiorizzato e vissuto dai soggetti che vi sono immersi28. La fragilità indica la tendenza dei sistemi apparentemente solidi a collassare improvvisamente; l’ansia riflette la difficoltà degli individui nel gestire l’incertezza; la non linearità segnala la sproporzione tra cause ed effetti; l’incomprensibilità evidenzia la perdita di senso che accompagna la “bulimia informativa”. In questo senso, BANI risulta particolarmente utile per l’analisi della guerra cognitiva, poiché sposta l’attenzione dalla sola instabilità del contesto agli effetti cognitivi e comportamentali che tale instabilità produce sugli individui e sulle collettività, incidendo direttamente sulla qualità dell’orientamento, del giudizio e della decisione. Questa trasformazione ha implicazioni dirette per la sicurezza delle democrazie liberali. In un ambiente BANI, la vulnerabilità non risiede soltanto nella possibilità di essere esposti a informazioni false, ma nella difficoltà strutturale di costruire interpretazioni condivise e orientamenti stabili. Il caos cognitivo diventa così il terreno privilegiato della competizione ibrida: uno spazio in cui l’influenza si esercita non attraverso il controllo diretto, ma mediante la modulazione delle condizioni sistemiche entro cui si formano percezioni e decisioni.

Da questa prospettiva, il problema strategico non è semplicemente quello di contrastare singoli atti di disinformazione, ma di comprendere e governare le dinamiche emergenti di sistemi complessi e adattivi. Il passaggio dal VUCA al BANI non rappresenta dunque soltanto un aggiornamento terminologico, ma segnala la necessità di ripensare gli strumenti di analisi e di intervento. Come verrà approfondito nel paragrafo successivo, ciò implica lo sviluppo di strategie capaci di agire non solo sui contenuti, ma sulle condizioni strutturali della comunicazione e della formazione del giudizio, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza cognitiva e preservare la possibilità stessa di una deliberazione democratica consapevole.

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5. Confini cognitivi e possibili strategie di risposta

A differenza delle dimensioni fisiche e virtuali tradizionali del conflitto – che inglobano i domini terrestre, marittimo, aereo e, più recentemente, cibernetico – quella cognitiva si caratterizza per una natura radicalmente immateriale29. Pur potendo essere mediata da infrastrutture tecnologiche e piattaforme digitali, essa non coincide con le stesse, né può essere ricondotta a parametri esclusivamente tecnici. La dimensione cognitiva – o, secondo alcune dottrine, dominio cognitivo, tema altamente meritevole di approfondimento – non presenta confini fisici chiaramente delimitabili, né consente una misurazione immediata degli effetti prodotti nel medio e lungo periodo. Tale indeterminatezza costituisce al tempo stesso la sua forza strategica e la principale difficoltà per l’elaborazione di risposte efficaci.

Se il cyberspazio, pur nella sua complessità, resta ancorato a reti, nodi e infrastrutture critiche materiali, la dimensione cognitiva investe direttamente il piano delle rappresentazioni, delle percezioni e dei processi decisionali individuali e collettivi. È in questo spazio che può essere collocato ciò che qui viene definito come “limes cognitivo”, ovvero l’insieme dei confini immateriali entro cui si rendono possibili tali processi. Ne consegue che la difesa non può fondarsi su logiche puramente reattive o su strumenti esclusivamente tecnologici. Essa richiede, piuttosto, una riflessione preventiva sui confini immateriali che una comunità democratica intende riconoscere e tutelare, confini che non possono che essere tracciati a partire dagli elementi fondanti della democrazia stessa, ossia dal rapporto tra individuo, società e potere politico.

A questo proposito, il concetto di limes cognitivo rimanda all’insieme delle condizioni che rendono possibile un esercizio consapevole della libertà politica. Difendere la dimensione (e/o dominio) cognitiva non significa proteggere specifici contenuti informativi, bensì salvaguardare i processi attraverso cui i cittadini formano giudizi, orientano le proprie preferenze e partecipano alla deliberazione pubblica.

Come evidenziato, ad esempio, dal rapporto del Parlamento britannico su Disinformation and ‘Fake News’, la minaccia principale non risiede nella circolazione di singole informazioni false, ma nella progressiva erosione di un terreno cognitivo condiviso, in cui la distinzione tra informazione, opinione e manipolazione tende a sfumare, compromettendo la capacità dei cittadini di valutare criticamente le scelte politiche. In tal senso, il limes cognitivo può essere inteso come una soglia dinamica: all’interno di essa, l’influenza politica opera attraverso la persuasione e il confronto; al di là, diventa coercizione indiretta, poiché altera aspettative, percezioni e criteri decisionali degli individui, secondo una logica che Thomas C. Schelling ha già descritto come centrale nei processi di influenza e coercizione strategica30. Ciò implica un approccio olistico alla difesa del dominio cognitivo, orientato non al controllo dei messaggi, ma alla tutela delle condizioni cognitive e istituzionali che rendono possibile una deliberazione pubblica libera, informata e responsabile31.

Un possibile livello di intervento riguarda la cosiddetta “logistica dell’informazione”, intesa come l’insieme delle infrastrutture, delle pratiche e dei processi che regolano la raccolta, la circolazione e l’elaborazione dell’informazione, producendo capacità operative, orientamenti cognitivi e condizioni di possibilità dell’azione politica e strategica32. Tali flussi possono essere analizzati e, in parte, governati adattando schemi concettuali noti agli studi sulla comunicazione, tenendo conto della complessità dei rapporti tra “one” e “many” che caratterizzano l’ecosistema digitale contemporaneo. Come osserva Giorgino, la comunicazione politica odierna si sviluppa attraverso una pluralità di modelli di flusso – one-to-one, one-to-many e many-to-many – che coesistono e interagiscono, producendo differenti asimmetrie informative e specifici effetti sulla formazione dell’opinione pubblica e sull’esercizio del potere33.

In termini analitici, è possibile osservare tre piani di azione interdipendenti: gli emittenti, intesi non più soltanto come attori istituzionali o mediatici tradizionali, ma anche come soggetti diffusi e piattaforme; i riceventi, sempre più attivi, segmentati e cognitivamente sollecitati; e i canali, che non svolgono una funzione neutrale di trasmissione, ma incidono sulla visibilità, sulla circolazione e sull’interpretazione dei contenuti. Tale impostazione si colloca nel solco degli studi classici sulla comunicazione e sulla sfera pubblica, aggiornati alla logica reticolare e digitale34.

Il primo piano concerne il ruolo degli emittenti. In una sfera pubblica fortemente interconnessa, la distinzione tra produttori e consumatori di informazione tende a sfumare, attribuendo a ciascun soggetto una responsabilità potenziale nella diffusione di contenuti capaci di rafforzare o indebolire la coesione sociale. Un approccio socio-politologico dovrebbe mirare a rafforzare tale consapevolezza civica, senza scivolare in forme di controllo preventivo incompatibili con i principi democratici35.

Il secondo piano, probabilmente il più delicato, riguarda i riceventi. Qui la questione non è tanto la verifica puntuale delle informazioni, quanto la promozione di una più ampia educazione alla resistenza cognitiva. La difesa dell’attenzione emerge come un autentico bene pubblico, in quanto prerequisito per qualsiasi forma di deliberazione razionale. In questa direzione, il concetto di “militanza cognitiva”, come elaborato da Sterpa, indica non un’adesione ideologica, ma un allenamento alla complessità, al confronto argomentativo e alla sospensione del giudizio36.

Il terzo piano riguarda i canali, oggi rappresentati prevalentemente dalle piattaforme digitali e dai sistemi di intelligenza artificiale. La loro centralità come infrastrutture cognitive impone una riflessione sul piano giuridico e di governance, che includa forme di regolazione proporzionate, meccanismi di trasparenza algoritmica “auditabile” e una più netta separazione funzionale tra informazione, intrattenimento e persuasione strategica37.

A completare questo quadro, le riflessioni di Hartmut Rosa sull’accelerazione sociale offrono una chiave interpretativa decisiva. L’intensificazione e la compressione dei tempi della comunicazione amplificano la vulnerabilità cognitiva delle società contemporanee, riducendo gli spazi di elaborazione critica e favorendo risposte emotive e reattive. In tale prospettiva, rallentare i flussi informativi e ricostruire un rapporto più consapevole, dialogico e fiduciario tra individui, istituzioni e discorso pubblico non rappresenta una regressione, ma una scelta strategica orientata alla resilienza democratica38.

Nel loro insieme, queste linee di intervento mostrano come la difesa del dominio cognitivo non possa essere affidata a soluzioni unidimensionali. La tecnologia agisce come potente acceleratore di dinamiche antropologiche e sociali preesistenti, ma non ne costituisce l’origine. Per questo, una strategia efficace di contrasto alla guerra cognitiva deve riconoscere il primato delle dimensioni umanistiche e istituzionali, integrando gli strumenti tecnici in una più ampia visione culturale e politica della sicurezza democratica39.

Contributo

6. Conclusioni

La riflessione sulla guerra cognitiva e sulle sue implicazioni per le democrazie liberali conduce a un livello di analisi che trascende la dimensione tecnico-operativa e si colloca sul piano filosofico e culturale. È su questo orizzonte di senso che si gioca la resilienza dei sistemi democratici: senza un’idea di verità non assoluta ma orientativa, senza un’antropologia che non riduca l’individuo a semplice utente o target comunicativo e senza una cultura del limite, ogni tentativo di governance rischia di essere percepito come censura.

Come aveva lucidamente compreso Jacques Ellul, la propaganda diviene realmente efficace quando l’uomo non è più in grado di riconoscere le ragioni della propria resistenza. In tale condizione, la perdita non riguarda singole opinioni, ma investe la capacità stessa di attribuire senso all’agire pubblico. La guerra cognitiva opera precisamente su questo piano: non mira a sostituire una verità con un’altra, bensì a erodere le condizioni che rendono possibile la deliberazione razionale e il confronto democratico.

Da questa prospettiva, il contrasto alla guerra cognitiva non può essere affidato esclusivamente a strumenti tattici quali il fact-checking o l’elaborazione di principi etici per l’intelligenza artificiale. Pur necessari, tali strumenti intervengono a valle di processi già in atto. La dimensione strategica della risposta risiede, invece, nella capacità delle istituzioni di proteggere le condizioni del pensiero, dei sistemi educativi di formare soggetti capaci di attrito cognitivo e della riflessione filosofica di restituire legittimità al dubbio, alla lentezza e alla complessità.

In questo senso, la difesa della democrazia nel XXI secolo non coincide con la mera salvaguardia delle sue procedure formali, ma con la cura degli spazi cognitivi e simbolici che ne rendono possibile il funzionamento. Affrontare la guerra cognitiva significa, in ultima analisi, riconoscere nel limite e nella responsabilità non un freno all’azione politica, ma la sua condizione di possibilità.

Apparato critico

Note

  1. Cfr. T. Hobbes, Leviatano, (1651), Bur, Milano, 2011, Cap. XIII.
  2. M. Weber, La scienza come professione. La politica come professione, (1919), Einaudi, Torino, 2004, pp. 66-67.
  3. Cfr. H. Arendt, Sulla violenza, (1969), Guanda, Milano, 2023, parte III.
  4. A.D. Abbott, The Handbook of 5GW: A Fifth Generation of War?, Nimble, Oakham, 2010, pp. 15-17.
  5. Cfr. T.C. Schelling, Arms and Influence, (1966), Yale University Press, New Haven, 2020, pp. 21-22.
  6. A.L. George, Forceful Persuasion: Coercive Diplomacy as an Alternative to War, United States Institute of Peace, 1992, p. 25.
  7. G. Anzera, A. Massa, Media diplomacy e narrazioni strategiche. Autorappresentazione dello Stato e attuazione della politica estera in rete, Bonanno, Acireale, 2017, p. 53.
  8. Cfr. S. Tchakhotine, Le des foules par la propagande politique, (1952), Gallimard, Parigi, 2015, pp. 13-17.
  9. A. Morelli, Principi elementari della propaganda di guerra. Utilizzabili in caso di guerra fredda, calda o tiepida, Futura Editrice, Roma, 2005.
  10. B.-C. Han, Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, Nottetempo, Milano, 2016, pp. 8-9.
  11. J. Ellul, Propaganda: The Formation of Men’s Attitudes, Vintage, New York, 1973, pp. 3-7.
  12. Cfr. E.L. Bernays, Propaganda (1928), ShaKe, Milano, 2020, p. 9.
  13. Cfr. J.S. Nye, Soft Power. The Means to Success in World Politics, Public Affairs, New York, 2004.
  14. La distinzione tra propaganda bianca e propaganda nera costituisce un elemento classico della dottrina della guerra psicologica. Come evidenziato da Linebarger, la propaganda bianca è caratterizzata da una fonte dichiarata e riconoscibile, generalmente istituzionale, mentre la propaganda nera si fonda sulla dissimulazione della fonte reale e sull’attribuzione fittizia del messaggio. La letteratura successiva ha ulteriormente sviluppato questa distinzione introducendo la categoria intermedia della propaganda grigia, riferita a forme di comunicazione caratterizzate da attribuzione ambigua o parziale; cfr. P.M.A. Linebarger, Psychological Warfare, (1948), Martino, 2020, pp. 30-50.
  15. T. Todorov, I nemici intimi della democrazia, Garzanti, Milano, 2012, pp. 13, 17, 202.
  16. L. Di Gregorio, Demopatìa. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2019, pp. 9-10.
  17. Per gli aspetti qui trattati, meritano citazione i concetti di “citizen journalist” e “citizen diplomats” per indicare cittadini della rete che si dedicano in modo non professionale o addirittura improvvisato al giornalismo e alla trattazione di tematiche diplomatiche; cfr. A. Valeriani, Twitter factor, Laterza, Bari-Roma, 2011, p. 4.
  18. S. Boulianne, Social Media Use and Participation, in Information, Communication & Society, 18(5), 2015.
  19. L. Di Gregorio, Demopatìa. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico, cit.
  20. G. Magi, I 36 Stratagemmi, Il Punto d’Incontro, Vicenza, 2014, p. 203.
  21. B.-C. Han, Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, cit., pp. 17-18.
  22. B. Stiegler, Taking Care of Youth and the Generations, Stanford University Press, 2010, pp. 95, 103-104.
  23. L. Di Gregorio, Demopatìa. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico, cit.
  24. B. Johansen, Leaders Make the Future: Ten New Leadership Skills for an Uncertain World, Berrett-Koehler, San Francisco, 2009, pp. 5-6.
  25. A.A. Gümüsay, Embracing religions in moral theories of leadership, in Academy of Management Perspectives, 33(3), 2019, pp. 304-305.
  26. Cfr. G. Magi, I 36 Stratagemmi, cit.
  27. N.N. Taleb, Il Cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, Il Saggiatore, Milano, 2008, pp. 5-7; N.N. Taleb, Antifragile, Il Saggiatore, Milano, 2012, pp. 18-19
  28. Cfr. J. Cascio, Facing the Age of Chaos, in Medium, 2020.
  29. Cognitive Warfare. La competizione nella dimensione cognitiva, in www.difesa.it, 2023.
  30. T.C. Schelling, Arms and Influence, cit.
  31. Cfr. J. Habermas, Fatti e norme, Laterza, Bari-Roma, 1996.
  32. M. Mezza, Net-war. Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra, Donzelli, Roma, 2022, pp. 19-21, 132, 210-211.
  33. F. Giorgino, Alto volume. Politica, comunicazione e potere, Luiss University Press, Roma, 2019.
  34. Cfr. H.D. Lasswell, The Structure and Function of Communication in Society, in The Communication of Ideas, Harper and Row, New York, 1948; cfr. M. Castells, Communication Power, Oxford University Press, Oxford, 2009; cfr. Y. Benkler, The Wealth of Networks, Yale University Press, New Haven, 2006.
  35. Cfr. J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari-Roma, 2006.
  36. A. Sterpa, La difesa della democrazia dalle minacce ibride. Teorie della comunità, dell’autorità, del potere e migrazioni: elementi per un’analisi strategica della “guerra tiepida”, Editoriale Scientifica, Napoli, 2022, pp. 65-86.
  37. Cfr. S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma, 2019.
  38. H. Rosa, Accelerazione e alienazione, Einaudi, Torino, 2015.
  39. Cfr. L. Ferrajoli, Poteri selvaggi. La crisi della democrazia italiana, Laterza, Bari-Roma, 2011.
Vincenzo D’Anna
L’autore

Vincenzo D’Anna

Informazione e Dominio Cognitivo · Difesa e Sicurezza

Cofondatore, Consigliere editoriale e scientifico di DYNAMES, ex allievo della Scuola Militare Nunziatella. Si occupa di analisi geopolitica, comunicazione strategica, cultura della difesa e rapporto tra sicurezza, istituzioni e società civile, contribuendo all’indirizzo scientifico della piattaforma.

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