Un conflitto può durare così a lungo da smettere di essere soltanto una contrapposizione politica, territoriale o militare e diventare qualcosa di più profondo: un modo attraverso cui una società interpreta sé stessa, il proprio passato e il proprio avversario. Quando questo accade, la fine della violenza non coincide necessariamente con la fine del conflitto. Perché un conflitto possa davvero trasformarsi, deve cambiare anche il sistema di convinzioni, memorie ed emozioni attraverso cui viene percepito. È questa la prospettiva dalla quale può essere letto il conflitto israelo-palestinese e, più specificamente, il ruolo della propaganda e della comunicazione politica di Hamas. L'obiettivo non è sostenere che Hamas abbia creato l'odio tra palestinesi e israeliani, né che una popolazione possa essere trasformata automaticamente in una massa ostile attraverso la propaganda. Una simile interpretazione sarebbe riduttiva. La questione è diversa: capire come un'organizzazione politica possa contribuire a mantenere, rafforzare e trasmettere nel tempo rappresentazioni del conflitto che esistevano già e che, proprio perché inserite in una storia di violenza, vittimizzazione e paura, possono diventare particolarmente resistenti al cambiamento. Per comprendere questo meccanismo occorre partire anche dalla psicologia sociale.
Dalla folla all'identità
Alla fine dell'Ottocento, Gustave Le Bon interpretava la folla come uno spazio nel quale l'individuo poteva perdere parte della propria autonomia e diventare particolarmente sensibile alla suggestione, al contagio emotivo e alla leadership. Le sue concezioni sono state successivamente messe in discussione e profondamente rielaborate dalla psicologia sociale, soprattutto per il modo in cui descrivevano la folla come una collettività relativamente omogenea e caratterizzata dalla perdita dell'individualità. La questione da lui posta, tuttavia, rimane centrale: in che modo gli individui modificano il proprio comportamento quando si percepiscono come parte di un gruppo? La psicologia sociale contemporanea ha progressivamente spostato l'attenzione dalla folla come entità psicologica all'identità sociale condivisa, mettendo in evidenza il ruolo delle norme, delle appartenenze e del contesto nel determinare il comportamento collettivo. La teoria dell'identità sociale di Henri Tajfel ha mostrato come l'appartenenza a un gruppo costituisca una componente importante della definizione di sé. Il comportamento collettivo non nasce quindi necessariamente da una perdita di razionalità individuale, ma può derivare dalla crescente salienza di un'identità condivisa. Questo passaggio è fondamentale per comprendere la propaganda. Un messaggio politico non agisce necessariamente su individui privi di convinzioni, trasformandoli in ciò che il propagandista desidera. Più spesso interviene su identità, memorie e convinzioni già esistenti, rendendo alcune interpretazioni della realtà più salienti di altre. Nel caso di un conflitto prolungato, il messaggio può quindi contribuire a rafforzare una particolare definizione del "noi" e del "loro". Il proprio gruppo viene associato alla vittimizzazione, alla resistenza, alla sopravvivenza o alla giustizia; l'altro viene associato alla minaccia, all'aggressione o alla responsabilità del conflitto. Il problema non è quindi soltanto ciò che la propaganda dice. È il sistema di identità all'interno del quale ciò che viene detto acquista significato.
Il contributo decisivo di Bar-Tal
È qui che diventa centrale il lavoro dello psicologo sociale Daniel Bar-Tal. Per Bar-Tal, i conflitti intrattabili sono caratterizzati non soltanto dalla loro durata e dalla violenza, ma dalla capacità di produrre una vera e propria infrastruttura sociopsicologica. Questa comprende memoria collettiva, ethos of conflict ed emozioni collettive. Tale infrastruttura viene trasmessa attraverso i canali comunicativi e le istituzioni della società e finisce per diventare una lente attraverso cui gli individui interpretano la realtà. Leggi l'articolo originale di Bar-Tal.
Il concetto di ethos of conflict è particolarmente importante. Non indica semplicemente l'odio verso l'avversario, ma un insieme più ampio di credenze condivise attraverso cui una società interpreta il conflitto: chi è la vittima, chi rappresenta la minaccia, perché la propria causa è legittima, quale comportamento è necessario e quale immagine debba essere attribuita all'avversario. Quando questo sistema si consolida, ogni nuovo evento rischia di essere interpretato attraverso categorie già disponibili. La società non parte da zero di fronte a ogni episodio di violenza. Lo inserisce in una narrazione preesistente. È questo il punto nel quale il conflitto può diventare identità. Un attacco non viene più percepito soltanto come un fatto contingente. Può diventare la conferma di una convinzione già esistente. Una vittima non rappresenta più soltanto una persona, ma può diventare il simbolo della sofferenza del gruppo. Un avversario non viene più valutato soltanto per ciò che ha fatto in una determinata circostanza, ma attraverso una rappresentazione complessiva costruita nel corso degli anni. Bar-Tal descrive proprio questo processo come un circuito nel quale l'infrastruttura sociopsicologica, nata per permettere a una società di affrontare il conflitto, finisce a sua volta per contribuire alla sua continuazione. Finché il conflitto permane, questa infrastruttura può diventare egemonica, rigida e resistente al cambiamento. La conseguenza è un paradosso: ciò che inizialmente aiuta una società a sopravvivere al conflitto può diventare, nel lungo periodo, uno degli elementi che rendono più difficile superarlo.
La propaganda come manutenzione del conflitto
È in questo spazio che può essere collocata la propaganda. Sarebbe semplicistico affermare che la propaganda "crea odio". Una comunicazione politica può avere effetti differenti: può persuadere, rafforzare convinzioni preesistenti, mobilitare individui oppure rendere continuamente presente una determinata interpretazione degli eventi. Nel caso dei conflitti intrattabili, quest'ultima funzione è particolarmente importante. Se una società dispone già di una memoria collettiva della vittimizzazione, di una forte identità contrapposta e di una percezione dell'avversario come minaccia, la comunicazione politica può contribuire a mantenere attivi questi elementi. La propaganda diventa così una forma di manutenzione del conflitto. Questa espressione è importante perché modifica il modo stesso in cui guardiamo al fenomeno. Non è necessario immaginare un propagandista capace di convincere milioni di persone a odiare qualcuno che prima non odiavano. È sufficiente osservare come una determinata rappresentazione venga continuamente riproposta, resa emotivamente saliente e collegata agli eventi successivi. Come in una collana di perle, nella quale ogni perla segue quella precedente e, insieme, contribuisce a darle continuità e significato, così ogni nuovo evento può essere collegato a quelli che lo hanno preceduto, contribuendo a costruire e consolidare una narrazione complessiva. In questo modo, i singoli episodi non rimangono isolati, ma vengono inseriti all’interno di una sequenza interpretativa nella quale ciascun elemento richiama e rafforza quelli precedenti. Il risultato può essere una sorta di continuità narrativa: il passato viene utilizzato per spiegare il presente, mentre il presente, a sua volta, può essere interpretato come una conferma del passato.
Il caso Hamas
Il caso Hamas è particolarmente significativo perché l'organizzazione ha sviluppato nel tempo un sistema comunicativo articolato, comprendente media tradizionali e strumenti digitali. Uno studio di Itzchak Zelkovitz e Yehiel Limor descrive il sistema mediatico di Hamas e ne analizza l'evoluzione come strumento di comunicazione politica e strategica. L'articolo, pubblicato nel 2025 sul Journal of the Middle East and Africa, costituisce una delle fonti recenti utilizzabili per approfondire questo aspetto. Consulta l'articolo di Zelkovitz e Limor. Questo elemento è importante perché consente di superare l'idea della propaganda come semplice produzione occasionale di slogan. Si tratta piuttosto di un ecosistema comunicativo, nel quale differenti canali possono contribuire alla costruzione e alla diffusione di una stessa cornice interpretativa. La letteratura scientifica ha studiato anche la guerra psicologica condotta da Hamas nei confronti della società israeliana. Rubinstein-Shemer e Flamer hanno analizzato i video prodotti in lingua ebraica da Hamas tra il 2007 e il 2014, interpretandoli come strumenti di guerra psicologica rivolti a influenzare le percezioni e le emozioni del pubblico israeliano. La loro analisi mette tuttavia in evidenza anche i limiti di questa strategia: il fatto che un messaggio sia concepito per influenzare un determinato pubblico non significa che venga necessariamente interpretato o recepito secondo le intenzioni dell’emittente. Un elemento centrale della loro interpretazione è infatti la distanza tra il sistema culturale e simbolico dal quale il messaggio proviene e quello del pubblico al quale è rivolto. Leggi lo studio sulla guerra psicologica di Hamas. Uno studio successivo di Rubinstein-Shemer, relativo al periodo 2014-2023, mostra la prosecuzione e l'evoluzione di questa strategia, compreso il ricorso a contenuti in lingua ebraica e a forme di comunicazione maggiormente orientate verso la cultura e il pubblico israeliani. Anche in questo caso, tuttavia, emerge una distinzione fondamentale tra l'intenzione dell'emittente e l'effetto effettivamente prodotto dal messaggio. Alcuni contenuti possono non generare la risposta desiderata e possono essere reinterpretati, respinti o persino accolti con derisione. Leggi lo studio 2014–2023. Questi studi sono importanti proprio perché impediscono di concepire la propaganda in termini deterministici. Hamas comunica e cerca di influenzare, ma il pubblico non è un destinatario passivo. Non basta avere sete perché si beva ciò che viene offerto: si può scegliere di bere, valutando ciò che viene proposto, oppure decidere di non bere affatto. Allo stesso modo, l'esposizione a un messaggio propagandistico non implica necessariamente la sua accettazione. Il destinatario può accoglierlo, respingerlo, reinterpretarlo o attribuirgli un significato diverso da quello previsto dall'emittente. La comunicazione può quindi fallire, essere rielaborata dal destinatario o produrre effetti differenti da quelli desiderati. Il punto centrale, tuttavia, non è stabilire se la propaganda riesca o meno a controllare il comportamento del pubblico. È piuttosto comprendere come essa possa contribuire alla riproduzione e alla continuità delle rappresentazioni del conflitto, anche quando il messaggio non produce l'effetto immediatamente perseguito dall'emittente. La propaganda, dunque, non deve necessariamente convincere per essere parte del processo attraverso cui determinate rappresentazioni vengono mantenute, riproposte e rese nuovamente salienti nel tempo.
Dalla memoria alla minaccia
Il meccanismo diventa più evidente se si considera il rapporto tra memoria e identità. Le società coinvolte in conflitti prolungati sviluppano memorie collettive nelle quali determinati eventi assumono un'importanza particolare. La memoria non è necessariamente falsa per essere politicamente rilevante. Un evento reale può essere selezionato, ripetuto e interpretato all'interno di una narrazione più ampia. La vittimizzazione collettiva svolge in questo processo una funzione particolarmente potente. Se il gruppo si percepisce come vittima di una minaccia storica, la difesa dell'identità collettiva può essere percepita come inseparabile dalla risposta a quella minaccia. La comunicazione politica può intervenire proprio attraverso la selezione degli eventi da ricordare e il modo in cui essi vengono collegati tra loro. Il circuito diventa allora: violenza → memoria della vittimizzazione → identità → percezione della minaccia → mobilitazione. Ma il processo non si conclude qui. La percezione della minaccia influenza a sua volta il modo in cui viene interpretato l'avversario.
Quando l'avversario perde legittimità
Il passaggio successivo è quello della delegittimazione. Neta Oren e Daniel Bar-Tal hanno studiato direttamente questo fenomeno nel caso israelo-palestinese, mostrando come la delegittimazione reciproca costituisca uno degli ostacoli psicologici più importanti alla soluzione pacifica del conflitto. Il loro studio analizza anche dati relativi alle società israeliana e palestinese e al periodo successivo al fallimento del vertice di Camp David del 2000. Consulta l'articolo di Oren e Bar-Tal. Questa osservazione è fondamentale. Per negoziare non è necessario amare l'avversario. È però necessario riconoscerlo come interlocutore legittimo. Quando invece l'altro gruppo viene rappresentato come intrinsecamente illegittimo, criminale o permanentemente minaccioso, il compromesso cambia significato. Non appare più come una soluzione pragmatica a un problema politico, ma può essere interpretato come una concessione inaccettabile, una resa o addirittura un tradimento del proprio gruppo. La delegittimazione può quindi trasformarsi in una barriera psicologica alla pace. È precisamente questo il motivo per cui Oren e Bar-Tal considerano la delegittimazione dell'avversario una forza particolarmente dannosa per la risoluzione pacifica dei conflitti intrattabili.
Dalla delegittimazione alla deumanizzazione
Un ulteriore passaggio può essere rappresentato dal concetto di deumanizzazione. Nick Haslam ha distinto due forme principali di deumanizzazione: una nella quale all'altro vengono negate caratteristiche considerate propriamente umane e una nella quale vengono negate caratteristiche associate alla natura umana, producendo rappresentazioni dell'altro rispettivamente come animale o come oggetto/automa. Consulta l'articolo di Haslam. Non ogni rappresentazione negativa dell'avversario costituisce deumanizzazione e non sarebbe scientificamente corretto applicare automaticamente questo concetto a ogni messaggio prodotto da Hamas o da altri attori del conflitto. Il suo valore teorico è però evidente: mostra come la contrapposizione possa raggiungere un livello nel quale l'avversario non viene più percepito soltanto come "l'altro", ma come qualcuno al quale vengono attribuite caratteristiche profondamente incompatibili con quelle riconosciute al proprio gruppo. Il passaggio può essere schematizzato in questo modo: differenza → stereotipo → delegittimazione → esclusione morale → deumanizzazione. Più il processo avanza, più diventa difficile riconoscere nell'avversario un soggetto con il quale sia possibile condividere uno spazio politico. La pace, a quel punto, non incontra soltanto un problema diplomatico. Incontra un problema psicologico.
Il vero problema: il ciclo
Mettendo insieme questi elementi emerge un modello più complesso della semplice relazione tra propaganda e odio. Il conflitto produce esperienze di violenza, paura e perdita. Queste esperienze possono alimentare la memoria collettiva della vittimizzazione e contribuire a rafforzare determinate rappresentazioni dell’avversario. La memoria, a sua volta, può consolidare l’identità del gruppo e rendere più saliente la distinzione tra «noi» e «loro». Quando l’avversario viene percepito come una minaccia, questa contrapposizione può ulteriormente rafforzarsi, riducendo lo spazio percepito per il compromesso. La comunicazione politica interviene all’interno di questo processo selezionando, amplificando e rendendo socialmente disponibili alcune interpretazioni degli eventi. In questo quadro, la delegittimazione dell’avversario può contribuire a restringere ulteriormente lo spazio per una sua rappresentazione come interlocutore legittimo. Un nuovo episodio di violenza può così essere interpretato attraverso schemi già consolidati e, a sua volta, diventare una nuova conferma della narrazione precedente. Non si tratta quindi di un meccanismo necessariamente lineare o automatico, ma di un processo circolare nel quale gli elementi del conflitto possono alimentarsi reciprocamente.
Il ciclo può essere rappresentato, in forma sintetica, così:
conflitto → vittimizzazione → memoria → identità → minaccia → delegittimazione → mobilitazione → nuovo conflitto.
La propaganda e, più in generale, la comunicazione politica si inseriscono all’interno di questo circuito come strumenti attraverso i quali determinate rappresentazioni possono essere mantenute disponibili, riproposte e condivise socialmente. Il loro ruolo non consiste necessariamente nel creare ex novo le convinzioni del pubblico, ma può consistere nel collegare gli eventi presenti a interpretazioni già sedimentate, attribuendo loro un significato coerente con la narrazione del conflitto. È in questo punto che il rapporto tra folla e propaganda acquista particolare rilievo. La folla non costituisce soltanto un possibile destinatario della comunicazione: in determinate circostanze può diventare essa stessa parte della rappresentazione propagandistica. La sua presenza rende infatti visibile una forma di mobilitazione collettiva che può essere successivamente trasformata in immagini e contenuti destinati a un pubblico molto più ampio di quello presente sul luogo dell’evento. Un esempio significativo è rappresentato dalla messa in scena pubblica dei momenti di rilascio degli ostaggi. In questi episodi, la dimensione dell’evento viene accompagnata da una componente fortemente visiva e collettiva: la presenza della folla, i simboli, i rituali e l'organizzazione dello spazio contribuiscono a trasformare un fatto concreto in una rappresentazione pubblica. La folla diventa così parte del messaggio: la sua presenza può contribuire alla produzione di un’immagine di consenso e di mobilitazione, senza che tale immagine possa essere automaticamente considerata una prova del consenso individuale dei presenti. La spettacolarizzazione svolge quindi una funzione che va oltre la semplice trasmissione dell'evento. Attraverso la selezione delle immagini, la disposizione dei partecipanti e la ripetizione mediatica della scena, l'evento può essere inserito in una narrazione più ampia e associato a determinati significati politici. La folla, in questo processo, non è semplicemente ciò che osserva l'evento, ma diventa anche ciò che viene mostrato dell'evento. Questo consente di riprendere il problema posto dalla psicologia delle folle senza riproporre la concezione ottocentesca della massa come collettività necessariamente irrazionale. La prospettiva contemporanea dell'identità sociale permette infatti di considerare il comportamento collettivo come legato anche alla percezione di appartenenze e norme condivise. In questa prospettiva, la propaganda può contribuire a rendere salienti determinate appartenenze e a fornire una cornice attraverso cui gli eventi vengono interpretati, ma non determina automaticamente la risposta degli individui. L'evento viene così inserito all'interno di una narrazione più ampia: il singolo episodio diventa un momento simbolico attraverso cui vengono riattivate rappresentazioni già presenti nel conflitto. La comunicazione non produce necessariamente queste rappresentazioni dal nulla, ma può renderle nuovamente salienti e collegarle agli eventi del presente. Questa formulazione modifica profondamente la domanda iniziale. Non dobbiamo chiederci soltanto se Hamas abbia «creato odio». Dobbiamo chiederci piuttosto come, all'interno di un conflitto già caratterizzato da violenza, vittimizzazione, identità contrapposte e percezioni di minaccia, determinate rappresentazioni vengano mantenute nel tempo e continuino a rendere gli eventi comprensibili attraverso uno stesso schema interpretativo. La risposta proposta da Bar-Tal è che, nei conflitti intrattabili, le società possono sviluppare una infrastruttura sociopsicologica del conflitto, composta da credenze, emozioni, narrazioni e pratiche sociali che vengono trasmesse e continuamente rafforzate nel corso del conflitto. Hamas può essere studiato all’interno di questo modello come uno degli attori che contribuiscono alla riproduzione di tale infrastruttura attraverso la comunicazione e la costruzione di specifiche rappresentazioni dell’avversario, della vittimizzazione e del conflitto. Questo non significa considerare Hamas l’unica origine del processo, né attribuire automaticamente a ogni suo messaggio un determinato effetto sulla popolazione. Significa piuttosto osservare come un attore politico possa inserirsi in un sistema di rappresentazioni già esistente, contribuendo a selezionarlo, rafforzarlo e riattivarlo attraverso strumenti comunicativi diversi. È proprio questa interazione tra propaganda, mobilitazione collettiva, memoria e persistenza del conflitto a rendere il caso particolarmente significativo.
Tre scenari, tre vie
Se questa interpretazione è corretta, la questione successiva non è soltanto comprendere perché il conflitto persista, ma individuare quali condizioni possano interrompere o trasformare il circuito che ne sostiene la continuità. A partire dal modello discusso finora, è possibile distinguere tre scenari analitici. Non si tratta di previsioni, né di percorsi necessariamente lineari, ma di tre possibili configurazioni del rapporto tra memoria, identità, percezione della minaccia, comunicazione e mobilitazione. Il primo è quello della riproduzione. L'ethos del conflitto rimane dominante, la memoria della vittimizzazione continua a contribuire alla definizione dell'identità collettiva, l'avversario resta delegittimato e la comunicazione continua a rafforzarne la rappresentazione come minaccia. In questo scenario, i diversi elementi dell'infrastruttura sociopsicologica si alimentano reciprocamente: il passato continua a interpretare il presente, il presente conferma le rappresentazioni del passato e il conflitto trova così nuove ragioni per riprodursi. La via conseguente è quella della prosecuzione del conflitto. Il secondo è quello del congelamento. La violenza può diminuire senza che l'infrastruttura psicologica del conflitto venga realmente trasformata. Le parti possono raggiungere una relativa stabilità, ma continuano a percepirsi come avversarie e a mantenere rappresentazioni consolidate della propria identità e dell'altra parte. La conseguenza è una stabilizzazione senza trasformazione: una situazione stagnante nella quale diminuisce la violenza, ma rimangono intatti molti dei presupposti psicologici e sociali che continuano a rendere possibile una sua riattivazione. È, in altre parole, una condizione di meno guerra senza una vera pace.
Il terzo è quello della trasformazione. La memoria del conflitto non viene cancellata, perché cancellare il passato non è né realistico né necessariamente desiderabile. Viene invece affiancata da nuove narrazioni, capaci di modificare progressivamente il significato attribuito agli eventi e al rapporto con l'altra parte. L'avversario cessa di essere rappresentato esclusivamente come un nemico assoluto e torna a essere concepibile come un interlocutore politico. Allo stesso tempo, l'identità collettiva può progressivamente emanciparsi dalla necessità di definirsi attraverso la contrapposizione. È in questo terzo scenario che diventa possibile interrompere il circuito descritto in precedenza. La trasformazione non consiste nell'eliminazione della memoria, dell'identità o delle emozioni legate al conflitto, ma nella possibilità di attribuire loro significati differenti. La memoria della vittimizzazione può continuare a esistere senza tradursi necessariamente nella delegittimazione permanente dell'altro; l'identità collettiva può essere preservata senza dipendere esclusivamente dalla contrapposizione; la sicurezza può essere perseguita senza rendere inevitabile la rappresentazione dell'avversario come minaccia assoluta. Anche la comunicazione assume, in questo passaggio, un ruolo diverso. Se nel processo di riproduzione del conflitto essa può contribuire a mantenere salienti le rappresentazioni della minaccia, della vittimizzazione e della contrapposizione, nel processo di trasformazione può diventare uno degli strumenti attraverso cui nuove rappresentazioni diventano socialmente disponibili. Non si tratta di sostituire una propaganda con un'altra, ma di rendere nuovamente pensabili categorie come il riconoscimento reciproco, il compromesso e la possibilità di una relazione politica non fondata esclusivamente sull'antagonismo. La trasformazione dell'infrastruttura sociopsicologica, tuttavia, non garantisce di per sé la fine del conflitto. Può piuttosto creare condizioni più favorevoli alla negoziazione e alla costruzione di una pace sostenibile. La differenza fondamentale rispetto al congelamento è quindi che, mentre il congelamento riduce la manifestazione della violenza senza modificare necessariamente le rappresentazioni che la sostengono, la trasformazione interviene proprio su quelle rappresentazioni. In questo senso, il problema non è soltanto come porre fine alla violenza, ma come impedire che le condizioni psicologiche, sociali e comunicative che hanno contribuito a sostenerla continuino a riprodursi. La pace, in questa prospettiva, non coincide semplicemente con l'assenza di guerra: implica la possibilità di costruire una narrazione nella quale l'altro non debba necessariamente essere rappresentato come un nemico assoluto e nella quale il compromesso possa tornare a essere concepito non come una minaccia all'identità, ma come una possibilità politica.
Conclusione
Quando un conflitto diventa identità, la sua soluzione diventa inevitabilmente più difficile. Non perché le persone siano necessariamente irrazionali o facilmente manipolabili, ma perché il conflitto può entrare nella memoria, nei valori, nelle emozioni e nella definizione stessa del gruppo. È questa la principale intuizione di Bar-Tal: nei conflitti intrattabili, la psicologia collettiva non è soltanto una conseguenza della guerra, ma può diventare una delle condizioni che ne permettono la riproduzione.
La propaganda si inserisce in questo meccanismo non necessariamente come causa originaria dell'odio, ma come possibile strumento di selezione, amplificazione e manutenzione delle rappresentazioni del conflitto. Nel caso di Hamas, una documentata attività di propaganda e guerra psicologica permette di osservare concretamente questo fenomeno. La letteratura mostra tuttavia anche i limiti dell'efficacia propagandistica: tra il messaggio e il suo effetto esiste sempre un pubblico capace di interpretare, rifiutare o trasformare ciò che riceve.
Da questa prospettiva, la distinzione tra riproduzione, congelamento e trasformazione diventa decisiva. La semplice riduzione della violenza non implica necessariamente il superamento delle rappresentazioni che sostengono il conflitto. La vera alternativa alla sua riproduzione non è quindi necessariamente la fine immediata della violenza, ma la trasformazione delle rappresentazioni che rendono quella violenza continuamente interpretabile e riattivabile.
La pace, in questa prospettiva, non può consistere soltanto nel fermare la violenza: deve rendere nuovamente possibile pensare l'altro come interlocutore. Quando il conflitto diventa identità, trasformarlo significa anche trasformare, almeno in parte, l'identità costruita intorno ad esso. È forse proprio qui che si trova il confine tra un conflitto semplicemente sospeso e un conflitto realmente avviato verso la pace.
Bibliografia
Psicologia delle folle e identità sociale
- Le Bon, G. (1895). Psychologie des foules. Paris: Félix Alcan.
- Tajfel, H., & Turner, J. C. (1979). An integrative theory of intergroup conflict. In W. G. Austin & S. Worchel (Eds.), The Social Psychology of Intergroup Relations (pp. 33–47). Monterey, CA: Brooks/Cole.
- Tajfel, H., & Turner, J. C. (1986). The social identity theory of intergroup behaviour. In S. Worchel & W. G. Austin (Eds.), Psychology of Intergroup Relations (2nd ed., pp. 7–24). Chicago, IL: Nelson-Hall.
- Turner, J. C., Hogg, M. A., Oakes, P. J., Reicher, S. D., & Wetherell, M. S. (1987). Rediscovering the Social Group: A Self-Categorization Theory. Oxford: Basil Blackwell.
Conflitti intrattabili, memoria e identità
- Bar-Tal, D. (2007). Sociopsychological foundations of intractable conflicts. American Behavioral Scientist, 50(11), 1430–1453. https://doi.org/10.1177/0002764207302462.
- Oren, N., & Bar-Tal, D. (2007). The detrimental dynamics of delegitimization in intractable conflicts: The Israeli–Palestinian case. International Journal of Intercultural Relations, 31(1), 111–126. https://doi.org/10.1016/j.ijintrel.2006.07.003.
Deumanizzazione e rappresentazione dell'avversario
- Haslam, N. (2006). Dehumanization: An integrative review. Personality and Social Psychology Review, 10(3), 252–264. https://doi.org/10.1207/s15327957pspr1003_4.
Propaganda, comunicazione e guerra psicologica di Hamas
- Rubinstein-Shemer, N., & Flamer, N. (2024). Projective Psychological Warfare (PPW): An analysis of Hamas Hebrew videoclips as part of its propaganda campaign against Israel (2007–2014). Middle Eastern Studies, 60(2), 336–350. https://doi.org/10.1080/00263206.2023.2186859.
- Rubinstein-Shemer, N. (2025). “Close but no Cigar”: Hamas’s psychological warfare against Israel between 2014 and 2023. Middle Eastern Studies, 61(1), 1–17. https://doi.org/10.1080/00263206.2024.2355159.
- Zelkovitz, I., & Limor, Y. (2025). “The Word Must Precede the Bullet”: Words as Ammunition – Hamas’s Media Artillery. The Journal of the Middle East and Africa, 16(4), 295–312. https://doi.org/10.1080/21520844.2025.2563433.
Ulteriori riferimenti utili sul sistema comunicativo di Hamas
- Bishara, A. (2010). New media and political change in the Occupied Palestinian Territories: Assembling media worlds and cultivating networks of care. Middle East Journal of Culture and Communication, 3(1), 63–81.
- Ingram, H. (2017). “That is what the terrorists want”: Media as amplifier or disrupter of violent extremist propaganda. L’École nationale de la magistrature, 16, 1–21.
- Nacos, B. L. (2016). Mass-Mediated Terrorism: Mainstream and Digital Media in Terrorism and Counterterrorism. Lanham, MD: Rowman & Littlefield.
- Weimann, G. (2015). Terrorism in Cyberspace: The Next Generation. New York: Columbia University Press.
- Weimann, G., & Weimann-Saks, D. (2023). The psychological warfare of Hamas. Kesher, 61, 11. [In Hebrew].
- Zelkovitz, I., & Limor, Y. (2024). Postage stamps as political and religious propaganda: The case of Hamas. Studies in Conflict & Terrorism, 1–16. https://doi.org/10.1080/1057610X.2024.2403058.
Riferimenti teorici complementari
- Archetti, C. (2013). Understanding Terrorism in the Age of Global Media: A Communication Approach. New York: Palgrave Macmillan.
- Castells, M. (2007). Communication, power and counter-power in the network society. International Journal of Communication, 1, 238–266.
- Quattrociocchi, W., Caldarelli, G., & Scala, A. (2014). Opinion dynamics on interacting networks: Media competition and social influence. Scientific Reports, 4, 4938.
Fonte primaria relativa a Hamas
- Hamas. (1988). The Covenant of the Islamic Resistance Movement (Hamas). Documento programmatico del movimento.
DYNAMES