L’interesse nazionale dovrebbe orientare le grandi scelte pubbliche oltre la durata di una legislatura: sicurezza, prosperità, autonomia decisionale, tenuta delle istituzioni. Eppure è una delle formule più esposte all’uso politico. Nell’intervista concessa a Pierluigi Mele e pubblicata da RaiNews il 16 ottobre 2026, il generale Nicola Cristadoro mette a fuoco il rischio che il riferimento al bene del Paese venga impiegato per legittimare decisioni maturate attorno alle necessità del momento, o perfino alla posizione personale dei governanti.

Il ragionamento attraversa la politica estera delle grandi potenze, le scelte di sicurezza, il lavoro dell’intelligence e la tenuta delle democrazie. Il punto di partenza, però, è una domanda più ampia: con quali criteri si riconosce una scelta effettivamente strategica, e chi può verificarne la coerenza nel tempo?

Una bussola che rischia di diventare un’etichetta

Cristadoro considera l’interesse nazionale un insieme di obiettivi e priorità rivolti alla sicurezza, al benessere e alla continuità della collettività. Energia, sistema produttivo, alleanze e capacità di difesa rientrano in questo perimetro: decisioni diverse, ma interdipendenti, nelle quali i costi e i benefici emergono spesso a distanza di anni.

Il generale individua una frattura fra questa prospettiva e la tendenza a invocare l’interesse nazionale dopo aver assunto una decisione. L’espressione finisce così per conferirle una patina di necessità, senza chiarire quali obiettivi persegua, quali alternative siano state considerate e quale prezzo debba sostenere la comunità. È un problema che riguarda il linguaggio politico, ma soprattutto il metodo con cui vengono formulate e valutate le strategie.

La definizione dell’interesse nazionale resta inevitabilmente una responsabilità politica: in democrazia, programmi alternativi possono rispondere in modo diverso alla stessa esigenza pubblica. La sua credibilità dipende tuttavia dalla capacità di spiegare il rapporto tra scelta immediata e obiettivo durevole, rendendo visibili vincoli, priorità e conseguenze.

Quando l’interesse dello Stato coincide con quello del leader

Nell’intervista, Cristadoro contrappone il riferimento alla realpolitik di Henry Kissinger — fondata sulla conoscenza dei rapporti di forza e sulla ricerca di equilibri sostenibili — alla crescente personalizzazione della politica internazionale. Propone valutazioni nette sulle leadership di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping, distinguendo il personalismo politico dall’accentramento legato all’apparato ideologico e istituzionale cinese.

Si tratta delle interpretazioni espresse dall’intervistato, che meritano di essere lette come giudizi politici e strategici, non come conclusioni dimostrate indistintamente per ciascun Paese. Il problema di fondo, invece, può essere formulato in termini generali: quando la sopravvivenza politica del vertice assume priorità assoluta, la continuità dello Stato rischia di essere subordinata a un orizzonte decisionale molto più breve.

Il contrasto non è necessariamente tra valori e pragmatismo. Un governo deve fare i conti con risorse limitate, mutamenti delle alleanze e consenso democratico. La questione è se tali vincoli siano gestiti in funzione di obiettivi pubblici dichiarati o se gli obiettivi vengano continuamente ridefiniti per giustificare la decisione già presa.

Sicurezza, energia e politica estera: il costo delle scelte contingenti

L’intervista ricorre a casi di attualità internazionale per mostrare quanto le scelte economiche e diplomatiche possano risultare condizionate dal calendario politico. Nel passaggio dedicato agli Stati Uniti, l’intervistatore richiama la questione degli acquisti di gasolio russo in prossimità delle elezioni di metà mandato; Cristadoro ne propone una lettura critica, collegandola alle oscillazioni della politica verso Mosca e alle ripercussioni sugli alleati europei.

È l’interpretazione proposta nell’intervista, non un accertamento autonomo di DYNAMES sulle motivazioni di quelle decisioni. La questione analitica che ne deriva riguarda la prevedibilità degli impegni: un alleato può adattare la propria condotta alle circostanze, ma cambiamenti ripetuti e poco spiegati aumentano il costo della pianificazione comune, in particolare nei settori della sicurezza e della difesa.

Anche la guerra russa contro l’Ucraina viene letta dal generale attraverso il rapporto fra gli obiettivi dichiarati dallo Stato e la conservazione del potere da parte della leadership. Sullo sfondo emerge il ruolo della propaganda nel rendere accettabili costi economici, sociali e umani. La distinzione fra interesse pubblico e narrazione del potere diventa quindi centrale per comprendere come le politiche vengono presentate ai cittadini.

Intelligence e politicizzazione dell’analisi

Uno dei passaggi più rilevanti per la governance della sicurezza riguarda il rapporto tra analisti e decisori. Cristadoro descrive il rischio di una politicizzazione dell’intelligence: le valutazioni vengono progressivamente orientate verso ciò che la leadership desidera sentirsi confermare, anziché verso ciò che le informazioni disponibili indicano. In questo scenario l’autocensura, la selezione delle evidenze e la riduzione del dissenso tecnico possono compromettere il processo decisionale.

Il generale affronta anche il 7 ottobre 2023 in Israele, avanzando una propria lettura sulle priorità attribuite dalla leadership alla sicurezza dei diversi territori. La sua ricostruzione distingue il possibile errore di priorità politica dalle capacità professionali degli apparati informativi; l’attribuzione delle responsabilità richiede comunque riscontri specifici e non può essere dedotta da un unico colloquio.

Per ogni sistema democratico rimane il principio organizzativo: l’intelligence deve poter comunicare valutazioni documentate, comprese quelle contrarie alle aspettative del vertice. L’indirizzo politico decide; la funzione analitica deve conservare rigore, pluralità delle ipotesi e possibilità di segnalare incertezza. È in questo equilibrio che si misura la qualità delle decisioni di sicurezza.

Consenso, appartenenza e promessa sociale

Un altro versante dell’intervista riguarda la nostalgia per i regimi comunisti tra alcune persone emigrate dall’Europa orientale. Cristadoro richiama, in particolare, testimonianze raccolte nella comunità romena in Italia e interpreta il rimpianto per il passato come una risposta alla perdita di certezze materiali, alla difficoltà della transizione economica e allo spaesamento migratorio.

L’osservazione nasce da esperienze riferite dall’intervistato e non permette, da sola, generalizzazioni su intere comunità. Segnala tuttavia un nodo importante per le istituzioni: la percezione di protezione sociale influisce sulla fiducia verso lo Stato. Quando sicurezza economica, servizi e mobilità sociale appaiono fragili, diventa più facile idealizzare sistemi passati o aderire a narrazioni che promettono ordine e stabilità.

Nella parte finale, Cristadoro affronta anche il rapporto tra identità culturale, integrazione e assimilazione, esprimendo una posizione fortemente prescrittiva sull’adesione ai valori del Paese di accoglienza. È un tema distinto dal funzionamento delle istituzioni di sicurezza, sul quale esistono approcci differenti. In chiave di governance, la sfida è assicurare rispetto delle leggi comuni, tutela dei diritti e coesione sociale senza ridurre la varietà delle esperienze individuali a categorie indistinte.

Chi custodisce l’interesse nazionale in Italia?

La domanda conclusiva dell’intervista è forse la più utile per il dibattito italiano. Cristadoro richiama il ruolo del Presidente della Repubblica, degli organi di garanzia, della magistratura, delle autorità indipendenti, della diplomazia, della pubblica amministrazione e delle Forze armate. La sua tesi è che la tutela dell’interesse pubblico non possa dipendere dalla sola volontà del governo pro tempore.

La Costituzione aiuta a distinguere responsabilità diverse. L’articolo 95 attribuisce al Presidente del Consiglio la direzione della politica generale del Governo; l’articolo 97 impone buon andamento e imparzialità dell’amministrazione. L’articolo 52 collega l’ordinamento delle Forze armate allo spirito democratico della Repubblica. Indirizzo politico, garanzia costituzionale, amministrazione e difesa esercitano dunque funzioni distinte, che devono restare coordinate nel rispetto delle rispettive competenze.

Da questa prospettiva, custodire l’interesse nazionale non significa sottrarre le scelte strategiche al confronto democratico né renderle immutabili. Significa costruire le condizioni perché i governi possano decidere, motivare e correggere le proprie politiche senza dissolvere a ogni passaggio la memoria istituzionale, la credibilità degli impegni e la capacità amministrativa necessaria ad attuarle.

Dalla formula al metodo

L’intervista di Cristadoro sollecita infine una domanda operativa: come rendere riconoscibile una strategia nazionale rispetto a una scelta di convenienza? Un primo criterio è la trasparenza sugli obiettivi. Un secondo è la coerenza tra allocazione delle risorse, politica estera e valutazione dei rischi. Un terzo è la capacità di sottoporre le decisioni a controlli istituzionali e a revisioni fondate sui risultati.

L’interesse nazionale acquista consistenza quando diventa un metodo di governo verificabile: orientamento nel lungo periodo, responsabilità delle decisioni e continuità delle istituzioni. Senza questi elementi, anche un’espressione strategicamente essenziale può perdere la propria funzione e ridursi a uno slogan.

Leggi l’intervista integrale su RaiNews

Interesse nazionale, il generale Cristadoro: «Da bussola dello Stato a etichetta dei leader». Intervista di Pierluigi Mele a Nicola Cristadoro, RaiNews, 16 ottobre 2026.

Fonti e riferimenti