Tallinn, aprile 2007. Nel giro di due notti la capitale estone si trasforma in un campo di battaglia urbano: scontri di piazza dopo lo spostamento di un monumento sovietico, il Soldato di Bronzo, e in parallelo un attacco informatico senza precedenti che manda in tilt banche, ministeri e redazioni. Fu il primo caso, riconosciuto a livello internazionale, di guerra ibrida condotta anche attraverso l’informazione. Da quel momento, per i paesi che si affacciano sul Baltico, la disinformazione ha smesso di essere percepita come un fastidio mediatico e ha iniziato a essere trattata per quello che è: un’operazione militare condotta con altri mezzi.

Gli analisti la chiamano oggi dominio cognitivo, un quinto spazio di confronto accanto a terra, mare, aria e cyber. Non si combatte per conquistare territorio, ma per orientare — o destabilizzare — ciò che una popolazione crede vero. È un fronte silenzioso, che non produce macerie visibili ma può erodere la coesione sociale di un Paese dall’interno, molto prima che scatti qualunque allarme militare. Ed è proprio su questo fronte che Estonia, Finlandia e Svezia hanno costruito, in modi molto diversi tra loro, tre delle architetture di difesa più studiate d’Europa.

Estonia: convivere con la minoranza che il Cremlino corteggia

Circa un quarto della popolazione estone parla russo come lingua madre; a Narva, città di confine separata dalla Russia da un fiume largo poche centinaia di metri, la quota sfiora il 96%. È esattamente questo bacino che la propaganda del Cremlino ha cercato sistematicamente di raggiungere, facendo leva su un racconto di marginalizzazione e nostalgia sovietica. Tallinn ha risposto non con la censura, ma con l’offerta: dal 2015 il canale pubblico ETV+ trasmette informazione e intrattenimento in lingua russa, prodotti localmente, per sottrarre terreno ai media di Stato russi. In parallelo, corsi di lingua e cultura finanziati dallo Stato cercano di integrare — non assimilare forzatamente — la minoranza russofona, mentre la Estonian Defence League, corpo di volontari sotto l’egida del Ministero della Difesa, affianca alla preparazione paramilitare un lavoro capillare di educazione civica sulla sicurezza nazionale.

Narva, ponte di collegamento tra Estonia e Russia
Narva, ponte di collegamento tra Estonia e Russia. Fonte: Francesco Trevisan, febbraio 2026

Finlandia: l’alfabetizzazione come vaccino cognitivo

Se il modello estone punta sulla coesione sociale, quello finlandese scommette tutto sulla scuola. Helsinki ha varato la prima politica nazionale di media literacy nel 2013 — aggiornata nel 2019 — dopo aver osservato, a partire dal 2014, un’impennata di contenuti disinformativi di matrice russa in lingua finlandese. Il risultato è un curriculum trasversale che accompagna lo studente dall’asilo alle superiori: si analizzano campagne di propaganda storiche, si smontano tecniche pubblicitarie e statistiche fuorvianti, si impara a distinguere la disinformazione (falso diffuso consapevolmente) dalla misinformazione (falso condiviso in buona fede). Il programma non si ferma ai banchi di scuola: biblioteche pubbliche e organizzazioni no profit estendono la stessa formazione ad adulti e anziani. Non sorprende che la Finlandia occupi stabilmente il primo posto nel Media Literacy Index europeo. Da gennaio 2026 il curriculum è stato aggiornato per includere il riconoscimento dei contenuti generati da intelligenza artificiale, rivolto perfino a bambini di tre anni.

Svezia: la difesa psicologica come agenzia di Stato

Stoccolma ha fatto un passo che nessun altro Paese europeo aveva compiuto in tempo di pace: il 1° gennaio 2022 ha attivato la Myndigheten för psykologiskt försvar (MPF), l’Agenzia per la difesa psicologica, con sede a Karlstad e un organico iniziale di circa 45 persone. Il concetto affonda le radici nella dottrina della Guerra Fredda, ma è stato riattivato dopo il 2014 e rilanciato con forza in vista dell’ingresso della Svezia nella NATO. L’agenzia non censura contenuti — un punto su cui i suoi dirigenti insistono pubblicamente, per evitare l’etichetta di “ministero della verità” — ma monitora le operazioni di influenza straniera, supporta media e istituzioni nel riconoscerle e, quando necessario, attribuisce pubblicamente una campagna al suo mandante. È accaduto, ad esempio, con la campagna nota come “LVU”, che diffondeva accuse false di rapimento di minori da parte delle autorità svedesi per alimentare sfiducia nello Stato: l’MPF ha risposto con trasparenza istituzionale invece che con il silenzio.

Norvegia e Danimarca: la resilienza senza un’agenzia dedicata

Non tutti i vicini hanno seguito la stessa strada. Oslo e Copenaghen restano ancorate al modello nordico di total defence, l’integrazione tra apparato militare, istituzioni civili e società, senza però istituire un’agenzia specificamente dedicata al prebunking. La letteratura accademica descrive l’approccio danese come più “rilassato”, concentrato sulla resilienza dello Stato più che su quella capillare della popolazione; la Norvegia, esposta a un confine diretto con la Russia nell’Artico, punta invece su un coordinamento multilivello tra governo centrale, comuni e settore privato. È un promemoria utile: anche all’interno di una regione relativamente omogenea per cultura politica, le strategie di difesa cognitiva restano tutt’altro che standardizzate.

Una dottrina, non un’emergenza

Ciò che accomuna questi tre modelli — pur nelle differenze di strumenti e di intensità — è la premessa di fondo: la resilienza cognitiva non si costruisce nel momento della crisi, ma negli anni che la precedono. È il principio del prebunking: produrre gli anticorpi adeguati per l’opinione pubblica contro le tecniche manipolative, prima che esse stesse vengano impiegate, invece di rincorrere ogni singola narrazione falsa dopo che ha già attecchito. Con l’intensificarsi, tra il 2024 e il 2026, di episodi ibridi contro infrastrutture critiche in tutta l’area baltico-scandinava — cavi sottomarini danneggiati, droni non identificati, campagne mirate contro la fiducia nelle istituzioni — questa dottrina sta smettendo di essere un caso di studio periferico per diventare un riferimento operativo che l’intera Europa osserva con crescente attenzione.

Bibliografia e consigli di lettura

Francesco Trevisan

Francesco Trevisan

Studente magistrale in Relazioni Internazionali e Studi Europei presso l’Università di Firenze, ha conseguito la laurea triennale a Gorizia con specializzazione sui partiti politici italiani e il dispiegamento delle forze armate in aree di conflitto globali. I suoi interessi di ricerca vertono sulle minacce ibride alle democrazie liberali — con particolare attenzione alle campagne di influenza, disinformazione e destabilizzazione della Federazione Russa — e sulle dinamiche di sicurezza del fianco orientale NATO/UE. Ha consolidato competenze di analisi OSINT, redazione di rapporti, gestione progettuale e comunicazione istituzionale attraverso esperienze presso l’Ambasciata d’Italia in Estonia, organizzazioni specializzate e programmi di formazione avanzata.