Per gran parte della guerra in Ucraina, uno dei problemi fondamentali della difesa aerea è stato economico prima ancora che tecnologico: come abbattere un sistema d’attacco relativamente economico senza consumare, per farlo, munizionamento antiaereo che costa ordini di grandezza di più.

La diffusione degli Shahed iraniani e delle successive versioni Geran prodotte in Russia ha reso evidente questo squilibrio. Utilizzare un missile terra-aria sofisticato contro un drone relativamente semplice può essere militarmente necessario, ma difficilmente costituisce una soluzione sostenibile quando gli attacchi avvengono quotidianamente e su larga scala.

L’Ucraina ha risposto trasformando progressivamente il drone intercettore in uno degli strati della propria difesa aerea. Il Ministero della Difesa ucraino dichiarava già a gennaio 2026 consegne superiori a 1.500 intercettori anti-Shahed al giorno, sottolineando esplicitamente come questi sistemi permettano di preservare le più costose scorte missilistiche della difesa aerea.

È proprio contro questo modello che Mosca sembra ora avere avviato una nuova iterazione tecnologica.

Dal Geran lento al Geran veloce

Il salto è rappresentato dalle nuove generazioni di UAV a propulsione jet.

Secondo la Defence Intelligence of Ukraine, il Geran-4 è stato sviluppato espressamente anche come risposta all’efficacia raggiunta dagli intercettori ucraini. Non si tratta semplicemente di installare un motore diverso su una cellula esistente: la nuova piattaforma ha una struttura rinforzata e un’aerodinamica progettata per sostenere velocità e manovre superiori. Kiev accredita al Geran-4 una velocità massima intorno ai 500 km/h, con una testata fino a 90 chilogrammi e un’autonomia dichiarata fino a circa 450 chilometri.

Il Geran-5 spinge ulteriormente questa evoluzione. Il database ufficiale War & Sanctions dell’intelligence militare ucraina gli attribuisce una velocità di crociera compresa tra 450 e 600 km/h, un raggio di circa 950 chilometri e una testata da 90 kg.

Il cambiamento non va letto soltanto in termini di performance. Aumentare la velocità del bersaglio significa restringere l’intera finestra di ingaggio della difesa.

Diminuisce il tempo disponibile per la scoperta radar o acustica, la classificazione, l’assegnazione del bersaglio, il lancio dell’intercettore e la fase terminale dell’ingaggio. Un drone intercettore sufficientemente veloce in termini nominali può quindi non esserlo più nel contesto reale di un’intercettazione, soprattutto quando deve recuperare distanza, quota e geometria di attacco.

La conferma più interessante viene dalla stessa leadership ucraina. Il 3 settembre 2026, dopo una riunione dello Stavka, il presidente Volodymyr Zelensky ha indicato come priorità l’accelerazione della produzione di intercettori ad alta velocità contro gli Shahed a reazione, precisando che esistono già prototipi ma che devono ancora raggiungere il livello di efficacia necessario.

È una dichiarazione importante perché fotografa bene la dinamica del conflitto: una soluzione che pochi mesi prima sembrava offrire un vantaggio significativo è già costretta a evolvere.

Il 6 agosto come caso di studio

La notte del 6 agosto offre un esempio concreto.

Secondo il comando dell’Aeronautica ucraina, la Russia impiegò 101 UAV, in maggioranza a propulsione jet, insieme a quattro missili. Le difese ucraine dichiararono di aver abbattuto o soppresso 66 droni, mentre furono registrati 29 impatti di UAV.

Il dato non consente di ricavare automaticamente un tasso di abbattimento specifico dei soli Geran a reazione, perché il pacchetto d’attacco comprendeva diverse tipologie di UAV. Sarebbe quindi scorretto concludere semplicemente che “gli intercettori non funzionano”.

Il punto è un altro: l’avversario sta modificando il problema operativo proprio nel settore nel quale l’Ucraina aveva sviluppato una risposta particolarmente efficiente sotto il profilo economico.

Ed è questo il tratto probabilmente più interessante della guerra dei droni: l’innovazione non produce quasi mai un vantaggio stabile. Produce una contromisura.

La risposta ucraina: correre più velocemente, ma soprattutto produrre

Kiev sta reagendo su più livelli.

A marzo il Ministero della Difesa ha autorizzato all’impiego operativo il JEDI Shahed Hunter, un intercettore a decollo verticale capace, secondo i dati ufficiali, di superare i 350 km/h, integrato con informazioni radar e dotato di capacità automatizzate di acquisizione e inseguimento del bersaglio.

A giugno lo stesso ministero ha presentato il LITAVR, già entrato nella produzione seriale, indicandolo come capace di intercettare bersagli fino a circa 350 km/h. Parallelamente, il cluster governativo BRAVE1 ha dichiarato di lavorare con oltre cento sviluppatori di intercettori e di avere aperto una linea specifica di ricerca proprio per contrastare gli UAV a propulsione jet.

Ma la variabile decisiva potrebbe non essere la velocità massima del prossimo prototipo. È la scala.

Ad aprile il Ministero della Difesa ucraino ha ordinato 8.000 intercettori Octopus. Ventinove aziende ucraine risultavano già abilitate alla loro produzione e quattro avevano sottoscritto contratti statali. La tecnologia è inoltre oggetto di cooperazione industriale con il Regno Unito.

La logica è quella tipica dell’industria di guerra: una buona tecnologia diventa capacità militare soltanto quando può essere trasformata in produzione seriale, distribuita alle unità, alimentata logisticamente e continuamente aggiornata sulla base del feedback operativo.

Lo stesso Zelensky, in un intervento ufficiale al Parlamento britannico, ha sostenuto che l’industria ucraina avrebbe già una capacità potenziale di almeno 2.000 intercettori al giorno, subordinata alla disponibilità di investimenti. Nello stesso discorso ha indicato come ordine di grandezza meno di 10.000 dollari complessivi per due o tre intercettori utilizzati contro uno Shahed, contrapponendoli al costo assai superiore degli intercettori missilistici tradizionali. Sono cifre dichiarate dalla leadership ucraina, e come tali vanno considerate, ma descrivono chiaramente la ratio economica della strategia.

Dal “cost per kill” alla guerra industriale

Qui emerge la questione strategica.

La difesa contro i droni non può essere valutata semplicemente attraverso il probability of kill di un singolo sistema. Deve essere misurata considerando il cost per kill, la capacità di rigenerare le scorte e il rapporto tra costo dell’attacco e costo della difesa.

Un intercettore da poche migliaia di euro che neutralizza un UAV da decine di migliaia realizza un rapporto favorevole. Se l’attaccante rende però il bersaglio abbastanza veloce da costringere il difensore a utilizzare nuovamente missili antiaerei costosi o l’aviazione da combattimento, ha già prodotto un effetto anche senza penetrare la difesa: ha deteriorato l’economia dell’intercettazione.

È una forma di attrito industriale.

Il successo non consiste necessariamente nell’abbattere meno bersagli. Può consistere nel costringere l’avversario a spendere molto di più per abbatterli.

Non esiste l’intercettore risolutivo

C’è però un secondo elemento, spesso trascurato quando si parla di counter-UAS.

L’intercettore è soltanto l’ultimo segmento di una kill chain.

Zelensky lo ha sintetizzato in maniera particolarmente efficace parlando al Parlamento britannico: acquistare intercettori non basta se manca il sistema che permette di utilizzarli. Radar, sensori acustici, guerra elettronica, software, command and control, distribuzione geografica degli asset e operatori devono funzionare come un’unica architettura.

È questa probabilmente la principale lezione trasferibile dall’Ucraina all’Europa.

La risposta alla proliferazione dei droni non sarà un nuovo “silver bullet”, ma una layered air defence economicamente stratificata: electronic warfare quando possibile, intercettori UAV contro i bersagli compatibili, cannoni e munizionamento dedicato, missili a basso costo, sistemi SHORAD e, soltanto quando necessario, intercettori più sofisticati.

Usare sempre il sistema più performante non significa necessariamente usare il sistema giusto.

L’altra vulnerabilità: la supply chain

C’è infine una dimensione industriale che riguarda direttamente l’Occidente.

Le analisi pubblicate dalla Defence Intelligence ucraina mostrano che i nuovi Geran non sono sistemi completamente autarchici. Il Geran-4 utilizza turbojet cinesi Telefly; nel Geran-5 Kiev ha identificato, oltre al motore cinese, componenti elettronici riconducibili a produttori statunitensi, tedeschi e cinesi. La presenza di tali componenti non implica naturalmente una fornitura intenzionale ai programmi militari russi, ma evidenzia ancora una volta la difficoltà di controllare le catene globali del dual use.

La counter-UAS warfare si combatte quindi anche molto lontano dal campo di battaglia: export control, tracciamento dei componenti, enforcement delle sanzioni e resilienza delle supply chain sono parte della stessa competizione.

La lezione per l’Europa

La guerra in Ucraina dimostra che il ciclo dell’innovazione militare si è drasticamente accorciato.

Un sistema entra in servizio. L’avversario ne identifica le vulnerabilità. Introduce una modifica. Il difensore sviluppa una contromisura. E il processo ricomincia nel giro di mesi, talvolta di settimane.

Il Geran a reazione non rende obsoleti gli intercettori ucraini. Rende obsoleta l’idea che una soluzione possa restare efficace senza essere continuamente adattata.

Per le industrie europee della difesa questo significa ripensare alcuni paradigmi consolidati. Alla ricerca della piattaforma tecnologicamente perfetta deve affiancarsi la capacità di produrre sistemi “good enough”, rapidamente aggiornabili, economicamente sostenibili e disponibili in grandi quantità.

Perché nella guerra dei droni la superiorità non dipenderà soltanto da chi possiede l’arma più sofisticata.

Dipenderà sempre di più da chi riesce a osservare un cambiamento, trasformarlo in un requisito, sviluppare una risposta e produrla su scala prima dell’avversario.

E, in questa competizione, la velocità industriale rischia di diventare importante quanto la velocità del drone.

Fonti ufficiali principali

  • Defence Intelligence of Ukraine (GUR), “War&Sanctions: DIU Reveals Structure of Russia’s New Jet-Powered Strike UAV – Geran-4”, 25 maggio 2026. Fonte ufficiale
  • Defence Intelligence of Ukraine, War & Sanctions – Geran-5 UAV. Fonte ufficiale
  • Office of the President of Ukraine, “Production of Interceptors for Jet-Powered Shaheds Must Be Accelerated”, 3 settembre 2026. Fonte ufficiale
  • Ministry of Defence of Ukraine, “Defence Forces of Ukraine receive new high-speed JEDI Shahed Hunter interceptor drones”, 23 marzo 2026. Fonte ufficiale
  • Ministry of Defence of Ukraine, “Intercepting targets at 350 km/h: F-DRONES’ Ukrainian LITAVR counter-drone”, giugno 2026. Fonte ufficiale
  • Ministry of Defence of Ukraine, “Ministry of Defence procures 8,000 Octopus interceptors for the Defence Forces of Ukraine”, 30 aprile 2026. Fonte ufficiale
  • Office of the President of Ukraine, Address by President Volodymyr Zelenskyy to the UK Parliament. Fonte ufficiale
  • Air Force of the Armed Forces of Ukraine, bollettino operativo del 6 agosto 2026. Fonte ufficiale

Nota metodologica. I dati sulle prestazioni dei sistemi russi, sui tassi di intercettazione e sulla capacità produttiva riportati nell’articolo provengono prevalentemente da fonti istituzionali ucraine. Quando non esiste conferma indipendente pubblica, sono formulati come valutazioni o dichiarazioni della parte ucraina e non come dati incontrovertibili.

Rodolfo Belcastro

Rodolfo Belcastro

Executive manager, board member, giornalista professionista ed editorialista, opera all'intersezione tra finanza, industria, tecnologia, comunicazione strategica e relazioni istituzionali. Ha maturato una consolidata esperienza in gruppi multinazionali e società quotate, occupandosi di posizionamento, reputation management, public affairs e rapporti tra imprese, istituzioni e stakeholder. Analizza l'economia e la finanza della difesa, con attenzione a spesa militare, procurement, filiere strategiche, strumenti finanziari, tecnologie dual-use e autonomia industriale europea, approfondendo il rapporto tra capitale, capacità produttiva, reputazione, resilienza industriale e deterrenza.