“Le scelte di sovranismo energetico messe in campo dal governo messicano mirano a proteggere l’autonomia strategica e il controllo statale sulle risorse primarie.”

Le politiche volte a rafforzare il ruolo centrale delle aziende statali messicane, come la Comisión Federal de Electricidad (CFE) e Petróleos Mexicanos (Pemex), hanno sollevato vivaci proteste e formali ricorsi contenziosi da parte di Washington e Ottawa, trasformando il comparto energetico nel principale terreno di scontro geopolitico e commerciale dell’America del Nord. Le amministrazioni statunitense e canadese sostengono che le misure di tutela e le riforme normative adottate a Città del Messico penalizzino gli investitori privati esteri, violando le clausole di parità di trattamento, concorrenza leale e accesso non discriminatorio ai mercati previste dall’accordo trilaterale USMCA/T-MEC.

La disputa non si limita all’aspetto normativo, ma impatta direttamente sulla transizione ecologica e sulla sicurezza energetica dell’intera regione nordamericana, dove le aziende statunitensi e canadesi hanno investito miliardi di dollari in progetti di energia solare, eolica, infrastrutture di trasporto e nell’esportazione di gas naturale. Mentre Washington e Ottawa spingono per la decarbonizzazione, la certezza del diritto e l’interconnessione delle reti transfrontaliere al fine di creare un corridoio energetico continentale competitivo e sicuro, le scelte di sovranismo energetico messe in campo dal governo messicano mirano a proteggere l’autonomia strategica e il controllo statale sulle risorse primarie, elevando la CFE e Pemex a garanti trasversali dello sviluppo nazionale.

Questo scontro ideale e normativo si è tradotto in una prolungata vertenza nell’ambito del Capitolo 31 dell’USMCA, dove sia gli Stati Uniti che il Canada hanno formalizzato dettagliate richieste di consultazione per denunciare quella che la stampa economica nordamericana, dal Wall Street Journal al Globe and Mail, definisce una sistematica discriminazione a danno degli operatori privati.

Le preoccupazioni del Canada assumono contorni giuridici particolarmente rigidi. Ottawa, tradizionalmente paladina della certezza contrattuale e della tutela degli investimenti esteri, contestualmente alla diplomazia commerciale ha sollevato forti riserve sulla compatibilità delle riforme costituzionali messicane con le tutele legali internazionali. I giuristi e i rappresentanti del governo canadese evidenziano come la cancellazione degli organismi regolatori indipendenti del settore energetico in Messico e il ridimensionamento della tutela giurisdizionale autonoma privino le aziende straniere di un quadro normativo neutrale e prevedibile, violando direttamente gli impegni assunti nei capitoli sull’accesso al mercato e sulla protezione degli investimenti (Capitolo 14 dell’USMCA). Per le imprese canadesi, attive soprattutto nelle infrastrutture di gasdotti e nelle energie rinnovabili, la retroattività delle norme e la revoca arbitraria dei permessi di generazione costituiscono un esproprio indiretto che mina le fondamenta operative degli accordi commerciali multilaterali. Sul fronte statunitense, la stampa di settore rileva come il blocco dei progetti privati a favore delle centrali a combustibile fossile della CFE danneggi non solo i bilanci delle multinazionali texane e californiane, ma comprometta le catene di fornitura integrate e la competitività dell’intera area manifatturiera in vista della revisione formale dell’accordo trilaterale.

“La retroattività delle norme e la revoca arbitraria dei permessi di generazione costituiscono un esproprio indiretto che mina le fondamenta operative degli accordi commerciali multilaterali.”

I tecnici e gli esperti del governo Messicano, analizzando la linea di continuità tra la presidenza di López Obrador e l’amministrazione di Claudia Sheinbaum, rivendicano la legittimità costituzionale del principio di prevalenza dello Stato nel settore elettrico e negli idrocarburi, argomentando che la sovranità energetica è un diritto inalienabile sancito al Capitolo 8 del medesimo trattato. Tuttavia, l’intransigenza messicana nel riservare alla CFE una quota maggioritaria di mercato e nel condizionare i contratti privati alla partnership obbligatoria con Pemex espone il Paese al rischio di imponenti ritorsioni tariffarie compensative, stimate dagli analisti in decine di miliardi di dollari.

Il nodo energetico rivela così la profonda dicotomia della regione: da un lato la visione integrazionista, multilaterale e orientata al mercato libero difesa da USA e Canada, dall’altro la difesa statalista della risorsa pubblica perseguita dal Messico, un cortocircuito normativo che rischia di paralizzare l’architettura energetica commerciale nordamericana.

Domenico Letizia

Domenico Letizia

Giornalista pubblicista, saggista e analista che collabora attivamente con prestigiose testate nazionali, tra cui La Ragione, L’Opinione delle Libertà e Il Riformista, distinguendosi per un’attività di reportage e analisi che intreccia geopolitica, diritti umani e innovazione ambientale.