«La storia è cominciata quando gli uomini hanno inventato gli dèi e finirà quando gli uomini diventeranno dèi»Y. N. Harari, Sapiens
Il limite diventa materia di ricerca
Quando Enkidu muore, Gilgamesh scopre un confine che il potere non gli permette di oltrepassare. Il re di Uruk parte alla ricerca di una via per sottrarsi alla morte, ma ritorna senza averla trovata. Nell’antica epopea mesopotamica la mortalità resta parte della condizione umana. Yuval Noah Harari recupera questo archetipo in Sapiens e gli assegna un nome contemporaneo: «Progetto Gilgamesh». Non si tratta di un programma scientifico reale, bensì della metafora con cui descrive la progressiva tendenza della medicina a trattare malattia, invecchiamento e morte come problemi biologici. La formulazione è volutamente ambiziosa; conviene quindi separare la suggestione dalla misura effettiva dei progressi scientifici.
La ricerca sull’invecchiamento offre un esempio. Nel 2023 Carlos López-Otín e altri studiosi hanno aggiornato su Cell il modello degli hallmarks of aging, individuando dodici processi associati all’invecchiamento e considerando, tra i criteri che li definiscono, la possibilità di agire terapeuticamente su di essi. Siamo molto lontani dall’immortalità evocata da Gilgamesh. È però mutato il modo di osservare almeno una parte del limite biologico: processi un tempo riuniti sotto la categoria indistinta della vecchiaia vengono scomposti, studiati e, in alcuni casi, fatti oggetto di intervento sperimentale.
Fonti: Y. N. Harari, Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità, Bompiani; C. López-Otín, M. A. Blasco, L. Partridge, M. Serrano, G. Kroemer, “Hallmarks of aging: An expanding universe”, Cell, vol. 186, n. 2, 2023, pp. 243-278.
Dalla selezione al progetto
Harari spinge il ragionamento oltre la longevità. In Homo Deus immagina una discontinuità più profonda: dopo miliardi di anni nei quali la vita è stata plasmata dalla selezione naturale, la capacità scientifica potrebbe consentire all’uomo di intervenire intenzionalmente su organismi, funzioni biologiche e, in prospettiva, su alcune caratteristiche della propria specie. Per descrivere questo passaggio ricorre all’espressione intelligent design. Il significato deve essere precisato. Harari non richiama la teoria creazionista conosciuta con lo stesso nome e la selezione naturale non cessa, evidentemente, di operare. Il suo «disegno intelligente» indica l’ingresso della progettazione umana tra le forze capaci di modificare sistemi viventi. L’uomo rimane prodotto dell’evoluzione, ma acquista strumenti con cui incidere deliberatamente su una parte della biologia.
La biologia sintetica rende questa intuizione meno astratta. L’OCSE osserva che il settore è spesso descritto attraverso l’espressione engineering of biology. La convergenza con l’intelligenza artificiale e l’automazione accelera la scoperta scientifica e amplia le possibilità di sperimentazione. In questo quadro, nel maggio 2026 l’OCSE ha dedicato un rapporto all’anticipatory governance della biologia sintetica: valori guida, capacità di previsione, coinvolgimento degli attori interessati, regolazione adattiva e cooperazione internazionale dovrebbero accompagnare lo sviluppo dell’innovazione invece di inseguirne gli effetti a posteriori. La provocazione harariana secondo cui «corpi, cervelli e menti» potrebbero diventare prodotti centrali dell’economia del XXI secolo acquista così un significato preciso. Non descrive una capacità già raggiunta. Anticipa la possibilità che parti sempre più rilevanti della dimensione biologica entrino nel campo della progettazione tecnica e, di conseguenza, degli interessi economici e politici.
Fonti: Y. N. Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, Bompiani; Y. N. Harari, “Homo Deus and the Impact of Digitalization on Society”, Synpulse Management Consulting – The Magazine, 2017; OECD, Anticipatory Governance for Responsible Innovation in Synthetic Biology, OECD Science, Technology and Industry Policy Papers, n. 193, 2026.
Frankenstein e la responsabilità della creazione
Mary Shelley aveva rappresentato un’altra forma del medesimo desiderio. Victor Frankenstein non cerca di vivere per sempre: vuole generare la vita. Il sottotitolo del romanzo, The Modern Prometheus, colloca l’esperimento nella lunga tradizione dell’uomo che acquisisce un potere prima riservato agli dèi. Il fallimento di Victor comincia, però, dopo il successo dell’esperimento. Ottenuto ciò che cercava, non riesce a sostenere le conseguenze della propria creazione. In questa distanza tra capacità e responsabilità risiede l’aspetto più utile della metafora. Harari lo comprende e, nelle pagine conclusive di Sapiens, parla di «Frankenstein Prophecy», arrivando a collegare direttamente Frankenstein al Progetto Gilgamesh: la legittimazione offerta dalla cura delle malattie e dal prolungamento della vita può aprire percorsi scientifici con implicazioni ben più ampie rispetto alla finalità terapeutica originaria.
L’editing genomico mostra quanto il confine richieda cautela. Correggere una mutazione responsabile di una patologia e intervenire sul genoma per ottenere una caratteristica desiderata sono operazioni differenti per finalità e implicazioni, pur potendo condividere alcuni strumenti. Il quadro elaborato dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2021 esamina cinque specifiche aree di attenzione: editing somatico postnatale, editing somatico prenatale, editing ereditabile, editing epigenetico e ipotesi di enhancement, richiamando la necessità di regole e controlli a livello istituzionale, nazionale e internazionale. Il problema rappresentato da Frankenstein assume allora una forma meno letteraria: il progresso tecnico può aprire possibilità prima che società e istituzioni abbiano stabilito in che modo usarle, limitarle o distribuirne responsabilità e benefici.
Fonti: M. Shelley, Frankenstein; or, The Modern Prometheus, 1818; Y. N. Harari, Sapiens. Da animali a dèi; WHO, Human genome editing: a framework for governance e Human genome editing: recommendations, 2021.
Potenziamento umano, Difesa e sicurezza
Il tema assume una diversa rilevanza quando l’intervento sull’essere umano entra nell’ambito della difesa e della sicurezza. Nel 2024 la NATO ha adottato la Biotechnology and Human Enhancement Technologies Strategy. L’Alleanza definisce le tecnologie di human enhancement come interventi biotecnologici e non biotecnologici che possono consentire agli individui di operare oltre i normali limiti o capacità umane. Tra gli esempi figurano protesi e trattamenti per la medicina militare, esoscheletri per sostenere la mobilità, interfacce uomo-macchina e contromisure alla fatica in ambienti operativi complessi. La strategia non coincide con un programma per creare un «supersoldato». Accanto alle opportunità, la NATO individua rischi di proliferazione e impiego avversario e sottopone l’uso delle tecnologie a principi di legalità, responsabilità, sicurezza, autonomia individuale, consenso informato e sostenibilità. Reversibilità, invasività ed ereditarietà vengono indicate come variabili rilevanti nella valutazione delle applicazioni.
L’Italia aveva affrontato il tema undici anni prima. Nel 2013 il Comitato Nazionale per la Bioetica dedicò un parere alle tecnologie di potenziamento in ambito militare, assumendo una posizione decisamente restrittiva. Il documento distingue l’ottimizzazione delle prestazioni dal potenziamento propriamente detto, formula su quest’ultimo un generale giudizio di disvalore etico e insiste sulla non derogabilità di alcuni principi bioetici fondamentali: dignità e integrità fisica, psichica ed etica del militare, non maleficenza, autonomia e uguaglianza. Particolare attenzione viene riservata al consenso informato e alla persistenza o reversibilità degli effetti, anche in relazione al ritorno alla vita civile. I due documenti appartengono a momenti, istituzioni e funzioni differenti; proprio per questo il confronto è istruttivo. Il CNB osserva soprattutto il limite bioetico dell’intervento sulla persona. La NATO, undici anni dopo, deve anche confrontarsi con una tecnologia divenuta materia di competizione strategica. Quando un incremento delle capacità fisiche o cognitive può produrre un vantaggio operativo, la trasformazione dell’uomo entra nel calcolo della sicurezza. La persona, tuttavia, non perde per questo la propria qualità di soggetto di diritti.
Fonti: NATO, Summary of NATO’s Biotechnology and Human Enhancement Technologies Strategy, 12 aprile 2024; Comitato Nazionale per la Bioetica, Diritti umani, etica medica e tecnologie di potenziamento (enhancement) in ambito militare, 22 febbraio 2013.
I limiti giuridici all’intervento sull’essere umano
Il quadro europeo contiene già alcuni limiti rilevanti. L’articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea tutela l’integrità fisica e psichica della persona e, nei campi della medicina e della biologia, richiama il consenso libero e informato, vieta le pratiche eugenetiche dirette in particolare alla selezione delle persone e proibisce la clonazione riproduttiva umana. Sul piano del Consiglio d’Europa, l’articolo 13 della Convenzione di Oviedo stabilisce che un intervento diretto a modificare il genoma umano possa essere intrapreso soltanto per finalità preventive, diagnostiche o terapeutiche e senza lo scopo di introdurre modificazioni nel genoma dei discendenti. Dopo i progressi dell’editing genetico, il Comitato competente ha riesaminato la norma, concludendo nel 2022 che non ricorrevano le condizioni per modificarla e adottando chiarimenti sul suo ambito applicativo.
La frontiera si è intanto spostata anche verso il cervello. L’11 novembre 2025 l’UNESCO ha adottato la Recommendation on the Ethics of Neurotechnology, primo standard globale dell’Organizzazione specificamente dedicato alla materia. Il documento affronta tecnologie capaci di misurare, accedere, analizzare o modulare il sistema nervoso e pone attenzione a dignità, autonomia, integrità mentale e trattamento dei dati neurali. La Raccomandazione non è un trattato vincolante, ma fornisce agli Stati un riferimento comune per orientare politiche e discipline nazionali. Genoma e attività cerebrale appartengono a sfere differenti; non vanno confuse in un unico processo tecnologico. Sono però accomunate da una circostanza istituzionalmente rilevante: aspetti molto intimi della persona diventano accessibili a forme di intervento tecnico, rendendo necessario stabilire condizioni, finalità e garanzie prima che la disponibilità tecnologica si trasformi in prassi.
Fonti: Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, art. 3; Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina, Oviedo, 1997, art. 13; Council of Europe, Conclusions of the re-examination process of Article 13 of the Oviedo Convention, 2022; UNESCO, Recommendation on the Ethics of Neurotechnology, 2025.
Sovranità sull’umano
Questo insieme di trasformazioni consente di utilizzare, ai fini dell’analisi, la nozione di sovranità antropologica. L’espressione non viene qui proposta come categoria giuridica positiva. Descrive la capacità di una comunità politica di mantenere entro processi democratici, giuridici e conoscitivi le decisioni sulle tecnologie che incidono sulle caratteristiche biologiche, cognitive o comportamentali della persona. Sovranità, in questo significato, non equivale a disponibilità pubblica del corpo. Indica quasi il contrario: impedire che decisioni con effetti profondi sulla persona siano determinate soltanto dalla possibilità tecnica, dalle convenienze commerciali o dalle esigenze della competizione strategica. Se le istituzioni non possiedono competenze per comprendere una tecnologia, valutarne gli effetti e stabilire condizioni di impiego, il potere decisionale tende a trasferirsi verso chi quella tecnologia la sviluppa, la controlla o può adottarla più rapidamente.
L’OCSE individua nei valori guida, nella capacità di previsione, nel coinvolgimento degli attori interessati, nella regolazione adattiva e nella cooperazione internazionale alcune delle dimensioni necessarie per governare le biotecnologie emergenti. In ambito militare si aggiunge una difficoltà ulteriore: l’interesse collettivo alla prontezza operativa deve essere conciliato con autonomia, salute e integrità della persona. Anche il consenso assume un peso particolare in organizzazioni fondate sulla gerarchia, circostanza che il parere del CNB aveva già individuato con chiarezza. Prepararsi non richiede dunque una disciplina generale del «postumano», categoria troppo ampia per tecnologie che presentano maturità, rischi e finalità profondamente differenti. Occorrono piuttosto capacità permanenti di valutazione tecnologica, raccordo tra ricerca, bioetica, sanità, protezione dei dati, sicurezza e difesa, presidio delle applicazioni duali e partecipazione ai processi internazionali di definizione degli standard. La distinzione tra cura, ripristino e potenziamento dovrà essere verificata caso per caso, perché è proprio lungo quel confine che si concentreranno molte delle scelte più difficili.
Gilgamesh voleva sottrarsi alla morte. Frankenstein riuscì a generare una vita che non seppe poi governare. Harari utilizza entrambi per immaginare un’umanità che, dopo essere stata plasmata dalla selezione naturale, acquista una crescente capacità di intervenire su se stessa. La sua previsione può essere discussa, e molte delle trasformazioni che descrive potrebbero non realizzarsi nella forma immaginata. Rimane tuttavia una domanda già attuale: che cosa accade quando una parte della natura umana entra nello spazio delle decisioni? Prometeo aveva sottratto agli dèi il fuoco. Oggi la sfida è conservare la capacità di decidere come usarlo.
Fonti: Y. N. Harari, Sapiens. Da animali a dèi e Homo Deus. Breve storia del futuro, Bompiani; OECD, Anticipatory Governance for Responsible Innovation in Synthetic Biology, OECD Science, Technology and Industry Policy Papers, n. 193, 2026; NATO, Summary of NATO’s Biotechnology and Human Enhancement Technologies Strategy, 12 aprile 2024; Comitato Nazionale per la Bioetica, Diritti umani, etica medica e tecnologie di potenziamento (enhancement) in ambito militare, 22 febbraio 2013.
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