Il 13 agosto un incendio seguito da una deflagrazione ha colpito lo stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, che produce munizioni di medio e grosso calibro e propellenti solidi. La Procura di Velletri indaga per accertare se all'origine vi sia un incidente o un atto intenzionale, e verifica eventuali analogie con l'esplosione avvenuta tre giorni prima in un deposito bulgaro. Il ministro della Difesa ha ricondotto l'episodio, allo stato delle informazioni disponibili, a una causa interna. Nessun elemento pubblico consente oggi di attribuire quanto accaduto a un'azione ostile straniera.
Eppure, nelle novantasei ore successive, il dibattito pubblico italiano aveva già preso posizione. Chi escludeva, chi accusava, chi amplificava. È esattamente questo lo spazio in cui vive la competizione sotto soglia: non nella deflagrazione, ma nell'intervallo che separa l'evento dalla sua attribuzione.
Vale la pena capire da dove nasce quello spazio, e perché si sta allargando.
La guerra ibrida ha una sua economia. E, come sta accadendo sul campo di battaglia, la tecnologia riduce il costo di capacità che un tempo erano accessibili quasi esclusivamente agli Stati.
I droni commerciali hanno abbassato la soglia d'ingresso alla ricognizione e all'attacco. Le operazioni informatiche consentono di produrre danno senza schierare una forza militare convenzionale. Qualcosa di simile sta avvenendo nelle operazioni clandestine.
La formula che descrive il fenomeno — la "gig economy" del sabotaggio — non nasce, come spesso si legge, negli studi dell'International Institute for Strategic Studies. È stata proposta nel settembre 2024 sul RUSI Journal da Daniela Richterova, Elena Grossfeld, Magda Long e Patrick Bury, in un saggio che leggeva la nuova ondata di sabotaggi occidentali attraverso tre variabili: reclutamento, costo, scala.
L'IISS l'ha adottata un anno più tardi, nell'agosto 2025, con il rapporto di Charlie Edwards e Nate Seidenstein sulla dimensione delle operazioni di sabotaggio russe contro le infrastrutture critiche europee — il database open source più completo finora disponibile sul fenomeno. E l'ha estesa il 17 agosto scorso, con un'analisi che sposta il baricentro dalla Russia ai servizi ostili in generale, e dal sabotaggio alla sorveglianza.
La distinzione non è accademica. Serve a stabilire che non stiamo osservando una tattica contingente, ma un modello organizzativo che diversi attori stanno adottando perché funziona sul piano dei costi.
L'espressione non va presa alla lettera. La somiglianza con la gig economy riguarda il modello organizzativo: scomporre un'attività complessa in compiti elementari e affidarne l'esecuzione a soggetti esterni, disponibili localmente e sostituibili. Fotografare un'infrastruttura. Verificare gli orari di un convoglio. Spedire un pacco. Acquistare materiale. Collocare un dispositivo. Danneggiare un impianto.
Nessuna di queste attività, considerata isolatamente, richiede un ufficiale d'intelligence altamente addestrato. La capacità strategica rimane a monte: scegliere l'obiettivo, raccogliere informazioni, progettare l'operazione, reclutare gli esecutori e collegare micro-azioni apparentemente indipendenti a uno scopo politico o militare.
L'origine dello spostamento è documentata. Dopo l'espulsione di circa quattrocento ufficiali d'intelligence sotto copertura diplomatica dalle capitali europee nel 2022, il ricorso a intermediari, reti criminali e soggetti reclutati online è cresciuto in modo misurabile: secondo i dati IISS, le operazioni di sabotaggio sono aumentate del 246% tra il 2023 e il 2024, con almeno venticinque episodi noti nei soli primi cinque mesi del 2025.
È qui che il fenomeno diventa interessante dal punto di vista dell'economia della difesa.
Un operatore professionale sotto copertura è una risorsa costosa. Richiede formazione, infrastrutture, sicurezza delle comunicazioni e una copertura credibile. La sua identificazione può compromettere reti più ampie e produrre conseguenze diplomatiche.
Un esecutore occasionale ha caratteristiche opposte: locale, pagato per una singola attività, scarsamente addestrato, rapidamente sostituibile. In termini militari potremmo definirlo expendable, sacrificabile. Il parallelismo con l'evoluzione dei sistemi d'arma è evidente. Non ogni missione richiede una piattaforma sofisticata ed estremamente costosa: in molti scenari sistemi più economici e sacrificabili producono un effetto sufficiente.
La stessa logica si applica alla competizione clandestina. Qual è la risorsa meno costosa capace di produrre l'effetto desiderato mantenendo accettabile il rischio? È una forma di costo-per-effetto applicata alla covert action. E introduce un'asimmetria economica netta.
Organizzare un sabotaggio richiede risorse limitate. Proteggere permanentemente porti, aeroporti, ferrovie, stabilimenti industriali, infrastrutture energetiche, centri dati e telecomunicazioni richiede investimenti di ordini di grandezza superiori. L'attaccante sceglie dove concentrare una risorsa. Il difensore deve proteggere un sistema.
Anche un'operazione fallita può quindi produrre un risultato. Se un tentativo poco costoso induce aziende e Stati a investire risorse molto maggiori in sorveglianza, ridondanza, sicurezza informatica e protezione fisica, il rapporto tra costi imposti e costi sostenuti resta favorevole all'aggressore.
Esiste una lettura opposta, e va presa sul serio: il ricorso ai proxy segnalerebbe debolezza, non forza.
Gli argomenti non mancano. Lo stesso IISS rileva che la qualità degli esecutori è il principale limite del modello: spesso mal addestrati e mal equipaggiati, con un tasso di errore elevato. Il direttore generale dell'MI5 Ken McCallum ha osservato che l'impiego di intermediari ha ridotto la professionalità delle operazioni. Due rapporti recenti indicano una flessione degli attacchi.
Tutto vero. Ma misura la cosa sbagliata. Un modello costruito su risorse sacrificabili non ottimizza il tasso di successo della singola operazione: ottimizza il volume, la copertura geografica e la distanza dal mandante. Un'operazione su cinque che riesce, a un costo unitario marginale, resta conveniente se le altre quattro non risalgono la catena.
Nel modello tradizionale la catena è corta: Stato, servizio, operatore, obiettivo. Quella emergente può includere handler, intermediari, reclutatori, reti criminali ed esecutori che ignorano il quadro complessivo in cui operano.
Questo rende l'attribuzione più difficile. Soprattutto, la rende più lenta.
Va fatta una distinzione che il dibattito tende a schiacciare. L'attribuzione tecnica è oggi più rapida che in passato: il 13 luglio 2026 Unione europea e Regno Unito hanno adottato il primo pacchetto coordinato di sanzioni cyber, esponendo il 16° Centro dell'FSB e descrivendo un ecosistema che va dai servizi d'intelligence ai gruppi cybercriminali, agli hacktivisti autoproclamati, alle società private. L'attribuzione azionabile sul singolo episodio fisico, quella che regge in un'aula di tribunale e giustifica una risposta politica, resta invece lentissima.
E qui va aggiunta una variante che di solito sfugge. L'avversario non guadagna soltanto restando ignoto. Guadagna anche quando gli si attribuisce troppo. Ogni incidente industriale trasformato in sabotaggio prima delle evidenze, ogni guasto letto come attacco, erode la credibilità delle attribuzioni successive — quelle fondate. Il sospetto generalizzato è una risorsa gratuita per chi lo alimenta e un costo puro per chi lo subisce.
Il caso opposto lo conferma: i sabotaggi ferroviari del 7 febbraio 2026 tra Bologna e Pesaro, rivendicati da gruppi anarchici, ricordano che non ogni atto ostile ha una regia straniera. La disciplina analitica è parte della difesa.
Nella competizione sotto soglia, il tempo dell'attribuzione è una capacità offensiva. E anche la fretta lo è.
Intelligence, polizia, sicurezza informatica, protezione delle infrastrutture, sistema finanziario e difesa operano attraverso competenze e regole differenti. È una separazione necessaria in uno Stato di diritto.
L'avversario non è obbligato a rispettare la stessa tassonomia.
Il rischio è che noi analizziamo verticalmente fenomeni che l'avversario utilizza orizzontalmente.
Un incendio come caso di polizia. Un'intrusione come evento informatico. Un drone sopra uno stabilimento come problema di sicurezza fisica. Un pagamento sospetto come anomalia finanziaria. Il valore intelligence emerge quando questi episodi vengono collegati.
Dopo l'11 settembre il principio del need to know è stato affiancato dal need to share: garantire l'accesso all'informazione oltre il perimetro di chi la produce. Vent'anni dopo serve un passaggio ulteriore. Condividere non basta se nessuno correla. Al bisogno di sapere e a quello di condividere va aggiunto un bisogno di connettere: mettere in relazione segnali provenienti da intelligence, autorità di polizia, aziende, infrastrutture strategiche, finanza e sicurezza informatica prima che una successione di episodi marginali diventi una campagna.
Anche l'industria assume così un ruolo differente. Un porto, un aeroporto, un operatore energetico o un'azienda della difesa non sono soltanto infrastrutture da proteggere: sono sensori avanzati della sicurezza nazionale, perché molti indicatori di attività ostile emergono nel settore privato prima di arrivare agli apparati dello Stato.
La risposta non può essere proteggere tutto di più. Sarebbe insostenibile e produrrebbe l'effetto ricercato dall'avversario. Occorre intervenire sull'economia dell'attacco.
Se l'esecutore è sacrificabile, arrestarlo non modifica il calcolo del committente. Reclutare, finanziare e impiegare proxy deve invece aumentare la probabilità di esporre intermediari, circuiti finanziari, infrastrutture digitali e handler.
Qui il vincolo è giuridico, ed è documentato: l'IISS rileva espressamente che il modello sfrutta le lacune degli ordinamenti europei. Il punto è che i codici penali continentali faticano a qualificare l'esecutore di basso livello per ciò che effettivamente è — un soggetto che agisce per conto di una potenza straniera — e finiscono per perseguirlo per il reato-fine: incendio, danneggiamento, accesso abusivo. Reati che ignorano il mandante.
Il Regno Unito ha risposto con il National Security Act del 2023, che introduce una condizione di collegamento con una potenza straniera applicabile trasversalmente, e con un registro degli agenti d'influenza. L'Italia non dispone di uno strumento equivalente: le fattispecie di spionaggio del codice penale sono tarate su un modello di minaccia che il proxy occasionale non integra quasi mai.
È una lacuna colmabile, e sarebbe la misura a più alto rendimento tra quelle disponibili: non aumenta la spesa in protezione, aumenta il rischio per l'intermediario.
La gig economy dell'intelligence non sostituirà gli agenti professionali né le operazioni sofisticate. Aggiunge un livello alla competizione contemporanea: economico, distribuito, sacrificabile, ambiguo. E si sta diffondendo oltre l'attore che l'ha resa nota, perché i modelli che funzionano vengono copiati.
Lascia l'Europa davanti a un problema che è insieme di intelligence, di sicurezza e di economia della difesa. La superiorità del difensore non consiste nell'impedire ogni singola azione — obiettivo irrealistico in società aperte — ma nel trasformare la moltiplicazione delle operazioni avversarie in una crescente esposizione della loro infrastruttura clandestina.
La vera negabilità plausibile del XXI secolo potrebbe non consistere nel non essere scoperti, ma nell'essere scoperti abbastanza tardi. E nel far sì che, nel frattempo, qualcun altro venga accusato al posto tuo.
Fonti principali: D. Richterova, E. Grossfeld, M. Long, P. Bury, "Russian Sabotage in the Gig-Economy Era", The RUSI Journal, settembre 2024; C. Edwards, N. Seidenstein, "The Scale of Russian Sabotage Operations Against Europe's Critical Infrastructure", IISS, agosto 2025; IISS, "The intelligence-operative gig economy: from surveillance to sabotage", 17 agosto 2026; Consiglio dell'Unione europea, dichiarazione dell'Alto Rappresentante del 13 luglio 2026.
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