“La vittima è diventata l’eroe del nostro tempo.”
— Daniele Giglioli, Critica della vittima

Il suicidio di Jason Arday, l’accademico britannico che nel 2023 era diventato il più giovane professore nero nella storia dell’Università di Cambridge, non è solo una tragedia umana; è il sintomo terminale di un ecosistema culturale collassato sotto il peso delle sue stesse ossessioni. Finire al centro di un tritacarne mediatico per accuse di plagio e incongruenze nel curriculum, rassegnare le dimissioni e infine togliersi la vita a 41 anni, svela la spietata logica della Victimhood Culture (la cultura del vittimismo) applicata ai meccanismi accademici e sociali contemporanei.

Per comprendere questa dinamica, la bussola filosofica più lucida ci viene offerta da Daniele Giglioli e dal suo saggio Critica della vittima. Giglioli spiega come la vittima sia diventata "l'eroe del nostro tempo", un'identità che non si definisce più per ciò che fa (l'azione), ma per il danno che ha subìto (la passione). Lo status di vittima genera una forma di rendita di posizione e di immunità morale. Tuttavia, quando la società abdica alla complessità per abbracciare questa logica, si instaura una perversa gara a chi è più vittima, un'arena in cui il dolore non è più un trauma da elaborare, ma un'arma di legittimazione politica e l'anticamera del risentimento più feroce.

Il laboratorio Italia: dalle vittime di mafia al populismo transizionale

In questo scenario globale, l'Italia ha fatto da vero e proprio "laboratorio avanzato". Come evidenziato dagli studi sul paradigma vittimario nella storia repubblicana, il nostro Paese ha progressivamente sostituito i vecchi miti politici fondanti (come l'antifascismo o le lotte ideologiche) con la memoria sacralizzata delle vittime: le vittime della mafia, delle stragi e del terrorismo.

Se l'intento iniziale era nobile e riparativo, la degenerazione nello spazio pubblico è stata immediata. La politica ha capito che appropriarsi del dolore della vittima garantiva un'immunità totale. Da questo laboratorio transizionale è gemmato il populismo moderno. Oggi assistiamo a un ribaltamento totale: non sono più le minoranze o gli oppressi a chiedere giustizia, ma sono i detentori del potere a travestirsi da vittime per blindare il proprio consenso e sottrarsi a ogni responsabilità etica.

La competizione vittimaria

La competizione vittimaria cannibalizza ogni dibattito contemporaneo, riducendo la complessità della storia a una rissa per la supremazia morale:

Ecco come il paradigma vittimario, diventato pilastro della cultura woke, funzioni in realtà a destra e sinistra, proponendosi come architrave del populismo, di una politica che abdica alla ragione politica e che diventa il terreno di scontro di passioni.

Il caso del professore di Cambridge

Il caso del professore di Cambridge si inserisce esattamente all'incrocio di queste forze opposte. Da un lato, il sistema dell'attivismo woke e delle politiche di Diversity, Equity and Inclusion (DEI) lo aveva parzialmente eletto a simbolo, usando la sua parabola di riscatto (dall'analfabetismo funzionale giovanile alla cattedra) come feticcio di una giustizia riparativa di facciata. Dall'altro lato, i critici di quel sistema lo hanno puntato e vivisezionato con una ferocia raddoppiata, vedendo in lui l'incarnazione di un presunto "privilegio al contrario".

Quando la pressione è diventata insostenibile, l'intellettuale è scivolato dal piedistallo della vittima celebrata allo scranno del capro espiatorio, teorizzato da René Girard.

Dal paradigma vittimario al capro espiatorio

Nella tesi girardiana, quando una comunità è lacerata da una crisi interna e da una violenza strisciante (in questo caso, la guerra culturale identitaria tra fazioni), essa ritrova la propria coesione interna solo identificando un soggetto sacrificabile su cui proiettare tutte le colpe collettive. Il professore di Cambridge, stritolato tra chi voleva usarlo come bandiera identitaria e chi voleva demolirlo per colpire quell'ideologia, è diventato il perfetto meccanismo di scarico del risentimento generale.

“La società vittimaria non produce giustizia, produce solo una fabbrica di carnefici intermittenti che si alternano nel ruolo di vittime.”

La società vittimaria non produce giustizia, produce solo una fabbrica di carnefici intermittenti che si alternano nel ruolo di vittime. E quando il gioco si fa troppo scoperto, ha ancora bisogno, barbaramente, di un corpo da sacrificare sull'altare del proprio risentimento puramente populista.

Alessio Postiglione

Alessio Postiglione

Direttore scientifico di DYNAMES. Si occupa di analisi e riflessione sui temi della politica, della comunicazione e delle dinamiche strategiche contemporanee.