Le sentenze dei tribunali non misurano la giustizia delle cause, ma certificano l'irreversibilità dei rapporti di forza. La condanna a morte in contumacia comminata dal Tribunale di Damasco all'ex presidente Bashar al-Assad e ai vertici della sua gerarchia di comando non costituisce il trionfo della norma morale sul sopruso, né una tardiva riparazione giuridica per i crimini commessi durante la guerra civile siriana. Sottovalutare l'impatto di questa pronuncia penale o ridurla a una parentesi di ordinaria giustizia transitoria equivale a ignorare la grammatica profonda delle relazioni internazionali. Si tratta di un'operazione di lawfare ad alta densità politica: un dispositivo con cui il nuovo potere formalizza la definitiva de-strutturazione del vecchio vertice e sanziona l'irrilevanza geopolitica di un attore ormai privo di massa critica.
La caduta di Assad e la successiva sanzione penale rappresentano l'esito inevitabile di una fatale illusione: la convinzione che la delega permanente della propria sicurezza a patroni esterni possa sostituire la costruzione di una forza endogena. Il regime baathista ha scambiato la sopravvivenza tattica a breve termine con la solidità strategica dello Stato. Nel momento in cui l'architettura di protezione dei suoi garanti si è incrinata, complice la Russia assorbita dal logoramento strutturale sul fronte ucraino e l'Iran depotenziato dalla sistematica neutralizzazione della sua rete di proxy e dall'attrito diretto con Israele, la Siria si è svelata del tutto vulnerabile. Senza il supporto attivo delle forze alleate a colmare il vuoto istituzionale e militare interno, l'apparato statale ha rivelato la propria consistenza fittizia, incapace di esercitare il controllo sul territorio e di resistere all'urto dell'opposizione. La sentenza del Tribunale di Damasco interviene a cose fatte, ratificando sul piano legale un crollo sistemico già consumato sul campo.
L’illusione del patronato e l’implosione del vuoto
Il collasso dell'apparato assadista offre un caso studio di primaria importanza per comprendere i limiti della dipendenza strategica nei conflitti asimmetrici. Per quasi un decennio, la tenuta del regime non è poggiata sulla capacità operativa dell'Esercito Arabo Siriano, ormai ridotto a un guscio frammentato e lottizzato tra milizie locali e formazioni ad influenza esterna quali la 4ª Divisione Corazzata o le ex Tiger Forces, bensì sul coordinamento sistemico di due vettori esterni: la copertura aerea e tecnologica della Federazione Russa e la presenza della fanteria d'élite fornita dall'Iran e dalle sue milizie alleate.
Il crollo si è consumato nell'esatto momento in cui entrambi i garanti hanno subito una simultanea paralisi funzionale sui rispettivi fronti primari. Da un lato, il prolungamento del conflitto ad alta intensità in Ucraina ha imposto alla Difesa russa una drastica riallocazione delle risorse, drenando dal teatro siriano le componenti d'élite del Gruppo Wagner e degli Spetsnaz, riducendo i tassi di sortita dei caccia Sukhoi a Hmeymim e trasferendo sul fronte europeo i sistemi ad alta prestazione per la difesa d'area (A2/AD), come le batterie di S-300 prelevate da Masyaf.
Dall'altro, la metodica campagna di attrito condotta contro la struttura di comando dell'IRGC, culminata nell'eliminazione di vertici chiave come il generale Zahedi a Damasco, unitamente alla decapitazione di Hezbollah in Libano, ha reciso la spina dorsale della proiezione iraniana nel Levante. Richiamato a proteggere il fronte sud-libanese e privo di una catena di comando integrata, il contingente di fanteria d'urto che aveva garantito la tenuta dei capisaldi di Aleppo e Hama si è semplicemente dissolto.
Privata della massa critica dell'assetto aereo moscovita e della copertura terrestre delle milizie alleate, la leadership di Damasco non è stata travolta da una titanica manovra d'assedio: si è sgretolata nell'arco di pochi giorni. Una dimostrazione spietata di come l'esternalizzazione della sovranità conduca, inesorabilmente, all'implosione istituzionale non appena i patroni vengono assorbiti da priorità esistenziali superiori.
Il Lawfare come dottrina di contro-insorgenza e riforma della sicurezza
L'efficacia operativa di una condanna penale in contumacia contro un ex capo di Stato al sicuro nel suo esilio moscovita non risiede nella punizione fisica del reo, ma nella disarticolazione preventiva della sua catena di comando e controllo (C2) residuale. La qualificazione giudiziaria di Bashar al-Assad e della sua dirigenza ad apparato criminale assolve a una triplice funzione nell'ambito della sicurezza e della difesa nazionale.
In primo luogo, il processo agisce come strumento di contro-insorgenza psicologica e finanziaria (Information & Financial Warfare). La condanna penale sterilizza sul nascere le aspirazioni di rivalsa delle sacche lealiste nate nelle roccaforti alawite di Latakia, Tartus e della piana di Ghab, perimetrandole come eversione criminale. Questo titolo giuridico consente il sequestro immediato delle reti dell'economia ombra costruite da oligarchi come Rami Makhlouf e Samer Foz, bloccando i proventi del narcotraffico (Captagon) e del riciclaggio offshore. Di conseguenza, privata del finanziamento sistemico, la resistenza baathista perde la capacità di strutturarsi in insorgenza armata.
In secondo luogo, la sentenza costituisce il perno per una Riforma del Settore della Sicurezza (Security Sector Reform - SSR) coatta. Imponendo una cesura netta con il passato, il nuovo potere a Damasco costringe i quadri della spietata rete di intelligence (Mukhabarat) a una scelta binaria: l'assorbimento nei nuovi apparati previa abiura e vetting istituzionale, oppure la transizione automatica allo status di "combattenti illegittimi", privi di tutele legali e bersaglio diretto di operazioni di neutralizzazione.
Infine, la formalizzazione del dibattimento funge da dispositivo di convalida di legittimità internazionale. Invece di ricorrere a sommarie vendette frazionali, l'uso della norma giuridica offre alle potenze occidentali la copertura politica per la revoca graduale delle sanzioni (a partire dal Caesar Act) e l'accesso ai fondi di ricostruzione. Il prezzo di questa strategia è un calcolato rischio tattico: se da un lato consolida l'accreditamento diplomatico di Damasco, dall'altro rischia di spingere gli elementi più radicalizzati della vecchia guardia verso una resistenza disperata, non offrendo loro alcuna via di uscita politica.
De-sovranizzazione delle enclave ed erosione A2/AD
Se la condanna penale sanziona il vecchio vertice, la firma del memorandum di intesa per la riorganizzazione delle infrastrutture militari di Tartus e Hmeymim rappresenta l'atto operativo con cui Damasco punta a ridimensionare il protettorato russo. Il passaggio dell'aeroporto civile di Latakia e della banchina 4 del porto commerciale sotto la diretta amministrazione siriana mira a infrangere il principio di extraterritorialità che Assad aveva concesso al Cremlino con gli accordi del 2015 e 2017 in cambio della propria sopravvivenza fisica.
La conversione teorica delle installazioni moscovite in "centri congiunti di addestramento e qualificazione" costituisce un tentativo di de-sovranizzazione delle enclave straniere. Nelle intenzioni del nuovo potere, la Russia dovrebbe perdere lo status di forza d'occupazione autonoma per venire ridimensionata a partner tecnico subordinato. Il personale russo decadrebbe dalle immunità diplomatiche assolute, mentre ogni movimento logistico, navale o aereo sul suolo siriano (dalle rotte dei cargo Il-76 fino agli approdi dei sommergibili classe Improved Kilo) verrebbe sottoposto al vaglio preventivo e alla supervisione delle forze di sicurezza locali.
Se questo riassetto dovesse consolidarsi, le implicazioni per la postura di difesa di Mosca nel Mediterraneo orientale (Southern Flank della NATO) risulterebbero devastanti. Si assisterebbe alla definitiva dissoluzione della bolla A2/AD (Anti-Access/Area Denial): il drenaggio dei lanciatori ad alta prestazione S-300 e S-400, richiamati dal teatro siriano per colmare le perdite e coprire le vulnerabilità strategiche sul fronte ucraino, unito alla perdita del controllo esclusivo sulle piste di decollo di Hmeymim, azzererebbe la capacità russa di erigere un ombrello di interdizione aerea idoneo a sfidare la Sesta Flotta statunitense o gli assetti alleati a Cipro.
Al contempo, si consumerebbe il degrado del ruolo navale della Federazione. Tartus smetterebbe di rappresentare lo storico avamposto sovrano in "acque calde" della Voenno-morskoj flot, perno della proiezione permanente nel bacino mediterraneo, venendo ridotta a mero punto di appoggio tecnico e di rifornimento, soggetto a concessione politica rinegoziabile. Questa strozzatura logistica produrrebbe un effetto domino sul quadrante africano: la perdita del controllo autonomo sugli hub di Latakia e Tartus spezzerebbe il ponte navale e aereo con cui il Cremlino alimentava la catena di rifornimento dell'Africa Corps (ex Wagner) in Libia e nel Sahel, imponendo a Mosca costi logistici gravosi e la dipendenza dai nullaosta di sorvolo rilasciati da Damasco.
La rimodulazione della Proxy War: imbrigliamento strategico e neutralizzazione logistica
Il nocciolo strategico della transizione siriana risiede nella mutazione concettuale della proxy war. La nuova leadership di Damasco non pare incline a commettere l'errore d'impeto di espellere brutalmente il contingente russo. Una cacciata unilaterale scatenerebbe una reazione asimmetrica destabilizzante e la paralisi immediata dell'arsenale statale, dato che l'operatività e la manutenzione avanzata dei sistemi siriani, dal know-how motoristico fino alle avioniche dei caccia e alle reti radar della Difesa Aerea, restano strutturalmente dipendenti dalle catene di fornitura di Mosca.
Più che da una preordinata maestria Machiavellica, la linea di Damasco nasce da un preciso equilibrio di debolezza reciproca. Damasco adotta così una pragmatica strategia di contenimento dall'interno (binding) e soft balancingistituzionale. Anziché tentare un bilanciamento aperto, cerca di imbrigliare l'ex occupante all'interno di strutture congiunte che ne disinnescano l'autonomia operativa. La Siria tenta di abbandonare la dinamica della subordinazione unilaterale per inserirsi in un mercato della sicurezza competitiva: diversifica i propri vettori di protezione cercando intese confinarie con la Turchia, attira i capitali delle monarchie del Golfo per la ricostruzione, mantiene canali operativi con l'Occidente e declassa la presenza russa nei centri di Hmeymim e Tartus ad un ruolo ausiliario.
L'eventuale perdita di agibilità autonoma sul territorio siriano si ripercuoterebbe in modo diretto sulle ambizioni extra-regionali di Mosca, intaccando la spina dorsale delle sue Linee di Comunicazione Aeree (ALOC). Hmeymim non era una semplice base locale, ma lo snodo di rifornimento intermedio (hub-and-spoke) per la flotta di cargo pesanti e da trasporto strategico della VKS (principalmente Ilyushin Il-76). Non potendo sorvolare lo spazio aereo europeo e dovendo operare a pieno carico utile verso l'Africa, lo scalo di Latakia costituiva il fulcro logistico imprescindibile per il refuelling e le verifiche tecniche prima di proiettarsi verso la Libia e i teatri operativi dell'Africa Corps nel Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso).
La perdita del controllo sovrano su questo snodo imporrebbe oggi a Mosca una severa strozzatura logistica. La necessità di richiedere preventivamente i nullaosta di sorvolo e la sottomissione dei carichi ai controlli delle autorità locali ridurrebbero drasticamente la reattività operativa russa nelle crisi subsahariane, azzerando la capacità del Cremlino di accreditarsi come il broker di sicurezza egemone nel Levante.
La sentenza del realismo: la misura della capacità
La condanna a morte comminata a Bashar al-Assad e la contestuale spinta verso la de-sovranizzazione delle basi russe sanciscono un principio dogmatico: la sicurezza nazionale non si edifica sull'esternalizzazione permanente della sovranità, né sulla sola repressione interna priva di un'architettura sistemica. Il collasso del regime baathista rimarrà come un paradigmatico caso studio di cecità dottrinale. L'errore capitale di Damasco è stato l'aver scambiato la pura sopravvivenza tattica a breve termine, garantita dal soccorso dei patroni esterni, per una grand strategy, ignorando che la dipendenza strutturale trasforma lo Stato in un attore ancillare, destinato a crollare non appena i suoi garanti vengono riassorbiti da dinamiche di logoramento primarie.
La nuova Siria si affaccia al panorama regionale non come un'entità pacificata dall'astrazione del diritto, bensì come un soggetto politico fragile che tenta la faticosa riappropriazione del proprio demanio strategico e del monopolio della violenza legittima. Sebbene la reale coesione delle sue strutture istituzionali e militari rimanga un cantiere aperto e largamente incerto, il tentativo di ridimensionare il Cremlino da fattore egemone a partner tecnico subordinato dimostra la natura plastica ed esigente dei rapporti di forza. Nell'arena internazionale, il potere non si dissolve di fronte al giudizio dei tribunali né si consuma con la retorica della giustizia. La sovranità non è una concessione giuridica, ma una misura di capacità: si riorganizza, con implacabile continuità, attraverso il ricalcolo freddo dei margini di manovra e il controllo effettivo delle strutture di difesa.
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