La guerra contemporanea moltiplica sensori, piattaforme, dati e velocità decisionale. Il conflitto in Ucraina, la diffusione dei droni, l’impiego crescente del dominio cyber e dello spazio, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi militari e la competizione nell’Indo-Pacifico sembrano suggerire che la superiorità dipenda soprattutto dalla capacità di innovare più rapidamente dell’avversario. Nel saggio Why Military Theory Still Matters, pubblicato su Small Wars Journal, il Maggiore Andrea Rossini propone una tesi diversa e complementare: proprio quando la tecnologia cambia più rapidamente, diventa ancora più importante disporre di una solida bussola teorica.

Il punto di partenza è semplice: osservare la guerra senza una teoria significa accumulare fatti, lezioni e innovazioni senza possedere necessariamente gli strumenti per interpretarli. La tecnologia può modificare la condotta delle operazioni, ma non elimina la natura politica della guerra, la centralità della volontà, l’importanza della popolazione o il peso della geografia. Per Rossini, quattro pensatori offrono ancora oggi una cornice particolarmente utile e complementare: Carl von Clausewitz, Giulio Douhet, Mao Zedong e Alfred Thayer Mahan.

“Warfare observed without theory is data without meaning.”

Clausewitz: la natura politica della guerra

Clausewitz costituisce, nella lettura di Rossini, il punto di partenza. La guerra resta uno strumento della politica e non un fenomeno autonomo: decisioni militari, obiettivi strategici, consenso interno e volontà dell’avversario devono essere compresi all’interno di un sistema politico più ampio. La celebre trinità clausewitziana — passione, caso e ragione — continua a descrivere la tensione tra società, forze armate e governo, mentre il concetto di “frizione” ricorda quanto l’esecuzione reale differisca sempre dalla pianificazione astratta. Sono gli stessi nuclei concettuali che Rossini collega direttamente a On War nell’articolo originale.

L’utilità contemporanea di Clausewitz emerge soprattutto quando il professionista militare è tentato di ridurre il conflitto a un problema tecnico. La capacità di colpire con maggiore precisione o di accelerare il ciclo decisionale non risolve automaticamente la questione fondamentale: quale obiettivo politico si intende conseguire e quale volontà deve essere modificata? La guerra rimane un’interazione tra attori razionali, passioni collettive, percezioni e imprevisti.

Douhet: tecnologia, potenza aerea e trasformazione della condotta

Con Giulio Douhet l’attenzione si sposta sulla capacità della tecnologia di modificare profondamente il modo in cui le guerre vengono combattute. Rossini richiama il teorico italiano non perché ogni sua previsione si sia realizzata, ma perché Douhet comprese prima di molti altri che l’aviazione avrebbe introdotto una discontinuità strategica. In The Command of the Air, velocità, profondità, libertà dal terreno e capacità di colpire direttamente centri vitali ampliano lo spazio della guerra; Rossini richiama inoltre la riflessione sui sistemi-obiettivo e sull’evoluzione del bombardamento strategico.

La storia ha mostrato anche i limiti delle sue previsioni, in particolare sull’idea che il bombardamento potesse spezzare rapidamente la volontà delle popolazioni. Proprio questo limite rende la sua opera ancora utile: costringe a distinguere tra distruggere capacità e ottenere un effetto politico decisivo. La superiorità tecnologica può creare condizioni favorevoli, ma raramente sostituisce da sola una teoria della vittoria. Rossini collega questa tensione anche al ricorrente entusiasmo per le rivoluzioni tecnologiche, come la Revolution in Military Affairs, e alla persistenza di reti avversarie che sopravvivono alla distruzione delle sole capacità materiali, come osservato nel caso delle proxy network iraniane.

Mao: popolazione, tempo e resistenza prolungata

Se Douhet mostra come la tecnologia trasformi la condotta del conflitto, Mao Zedong richiama l’attenzione su una dimensione spesso sottovalutata dagli eserciti tecnologicamente superiori: la popolazione. Rossini rinvia in particolare a On Guerrilla Warfare e On Protracted War. La guerra rivoluzionaria e la resistenza prolungata dimostrano che un attore materialmente più debole può compensare parte del proprio svantaggio attraverso mobilitazione politica, sostegno sociale, capacità di assorbire perdite e sfruttamento del tempo.

Rossini evidenzia come questo principio non appartenga esclusivamente al contesto ideologico nel quale Mao elaborò la propria teoria. Insurrezioni, proxy, movimenti armati e attori non statali continuano a mostrare che volontà, identità, reti sociali e accesso alla popolazione possono sostenere campagne molto più lunghe di quanto la sola comparazione delle capacità militari lascerebbe prevedere. Nell’articolo originale il caso degli Houthi è collegato alla capacità di sostenere la resistenza attraverso mobilitazione e base sociale, con rinvii a War on the Rocks e al Middle East Council on Global Affairs. La diffusione di tecnologie commerciali a basso costo — droni, immagini satellitari commerciali, sistemi di comunicazione e capacità di precisione — può inoltre ridurre ulteriormente il vantaggio materiale dei grandi attori.

Mahan: il ritorno della geografia marittima

Il quarto riferimento scelto da Rossini è Alfred Thayer Mahan. Il suo The Influence of Sea Power upon History, 1660–1783 fornisce la cornice per leggere il rapporto tra controllo del mare, commercio e potenza nazionale. La sua inclusione riflette il progressivo spostamento della competizione strategica verso il Pacifico occidentale, dove il controllo delle linee di comunicazione marittima, l’accesso alle aree operative, i choke point e la capacità di proiettare potenza tornano al centro della pianificazione.

La teoria del sea power ricorda che la potenza nazionale non dipende soltanto dal numero delle unità navali, ma dalla relazione tra flotta, commercio, basi, geografia e capacità di garantire o negare l’accesso. Nel confronto con la Repubblica Popolare Cinese, questo quadro aiuta a leggere la competizione non come una semplice gara tra piattaforme, ma come una contesa per il controllo di spazi, rotte, infrastrutture e libertà di manovra. Rossini rinvia, tra l’altro, al rapporto del Dipartimento della Difesa statunitense sugli sviluppi militari e di sicurezza della Repubblica Popolare Cinese, utile per il quadro su A2/AD, island chains e geografia marittima.

Quattro teorie, una sola esigenza professionale

Il valore dell’impostazione proposta da Rossini risiede soprattutto nella complementarità. Clausewitz spiega perché la guerra resta uno strumento politico; Douhet aiuta a comprendere come l’innovazione tecnologica possa modificarne la condotta; Mao chiarisce chi può sostenere una guerra e attraverso quali forme di mobilitazione; Mahan riporta l’attenzione sul ruolo della geografia marittima e della proiezione di potenza.

Nessuno dei quattro autori è sufficiente da solo. Una lettura esclusivamente clausewitziana rischierebbe di trascurare la trasformazione tecnologica; una lettura centrata solo sulla tecnologia sottovaluterebbe volontà politica e società; l’attenzione alla popolazione senza una cornice strategica più ampia non spiegherebbe il rapporto tra guerra e fini politici; ignorare il mare renderebbe incompleta qualsiasi analisi della competizione nell’Indo-Pacifico. Il collegamento alla National Defense University Press riprende uno dei riferimenti ipertestuali utilizzati da Rossini nella conclusione del testo originale.

La teoria come antidoto all’iper-specializzazione

Il messaggio conclusivo riguarda direttamente la formazione professionale militare. Le istituzioni occidentali di Professional Military Education già studiano questi autori, ma il rischio individuato da Rossini è un progressivo spostamento verso l’iper-specializzazione tecnica. Staff officer e comandanti possono diventare estremamente competenti nei processi, nei sistemi d’arma o nei cicli di targeting, perdendo però la visione complessiva necessaria a collegare capacità, obiettivi, società e strategia.

In questa prospettiva, la teoria militare non è un esercizio accademico separato dalla pratica. È uno strumento per interpretare meglio l’esperienza, evitare di scambiare la novità per superiorità strategica e riconoscere elementi ricorrenti dietro tecnologie e scenari apparentemente inediti. La sfida non consiste quindi nel sostituire i classici con nuovi manuali tecnologici, ma nel continuare a tornare ai principi fondamentali mentre cambiano gli strumenti con cui la guerra viene combattuta.

Fonte del testo: Andrea Rossini, “Why Military Theory Still Matters”, Small Wars Journal, 15 luglio 2026.

Fonte dell’immagine: immagine originale pubblicata da Small Wars Journal a corredo del contributo di Andrea Rossini, “Why Military Theory Still Matters Image” / theorist.png. La versione light utilizzata esclusivamente per la condivisione social è una riduzione e ottimizzazione tecnica del medesimo originale. DYNAMES non rivendica la paternità dell’immagine; i relativi diritti restano ai rispettivi titolari secondo quanto previsto dalla fonte.

Il presente contributo costituisce una rielaborazione editoriale in lingua italiana dei principali argomenti sviluppati nell’articolo originale. Per il testo integrale, la formulazione dell’autore e l’apparato completo si rinvia alla pubblicazione su Small Wars Journal. I diritti sul testo originale e sui relativi materiali restano in capo ai rispettivi titolari.

Collegamenti: gli hyperlink esterni inseriti nella rielaborazione ripropongono, nei passaggi corrispondenti, una selezione dei riferimenti e delle letture collegati direttamente da Rossini nell’articolo originale, così da conservarne anche la rete documentale di approfondimento.

Magg. Andrea Rossini

Ufficiale dell’Esercito Italiano, fanteria alpina. Master in Scienze Strategiche presso l’Università di Torino e in Relazioni Internazionali presso l’Università di Parma. Ha completato il Command and General Staff Officer Course allo U.S. Army Command and General Staff College di Fort Leavenworth.

Leggi l’articolo originale su Small Wars Journal.