La proposta per il Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione europea 2028-2034 segna una delle più profonde riforme nell’architettura dei fondi comunitari degli ultimi decenni. Presentato dalla Commissione europea a luglio 2025, il nuovo bilancio punta a mobilitare quasi 2.000 miliardi di euro a prezzi correnti, semplificando la struttura finanziaria attraverso il passaggio da sette a quattro grandi aree d’intervento. Come evidenziato dall’analisi tecnica elaborata dagli esperti e dai progettisti della società EREB Srl, il fulcro di questa trasformazione risiede in due strumenti chiave: l’European Competitiveness Fund (ECF) e i Piani di partenariato nazionali e regionali (NRPP).
L’ECF nasce per rispondere alle sfide di innovazione sollevate dai rapporti Letta e Draghi, accorpando quattordici strumenti gestiti direttamente a livello europeo in un unico quadro normativo per sostenere la competitività industriale, la transizione pulita, la leadership digitale e la sicurezza strategica. La vera novità dell’ECF è la continuità lungo l’intero ciclo di vita degli investimenti. Superando la storica spaccatura tra la fase di ricerca e la commercializzazione, il fondo integrerà Horizon Europe offrendo un percorso fluido che va dall’idea iniziale fino allo scale-up industriale, miscelando sovvenzioni, garanzie e capitale privato per massimizzare l’effetto leva sui mercati.
Parallelamente, gli NRPP rivoluzionano i fondi a gestione condivisa dotandoli di circa 865 miliardi di euro. Ciascuno Stato membro negozierà con Bruxelles un unico piano nazionale che assorbirà risorse oggi frammentate tra politica di coesione, sviluppo rurale, agricoltura, pesca, politiche sociali e sicurezza. Il modello mutua la logica del PNRR: l’erogazione delle risorse non si baserà più solo sulla rendicontazione delle spese sostenute, ma sul raggiungimento effettivo di riforme e target prestabiliti. Se da un lato questa svolta stimola l’efficacia e la flessibilità dei programmi, dall’altro gli specialisti di EREB Srl mettono in guardia contro diverse criticità operative. La prima riguarda il rischio di una centralizzazione decisionale a scapito delle Regioni e dei territori, con una conseguente perdita di specificità per le realtà locali e le PMI. Inoltre, la semplificazione formale a livello di Regolamento unico rischia di tradursi in un’ulteriore burocratizzazione sul piano applicativo, qualora aumentino i requisiti tecnici e i controlli legati alla sicurezza economica o agli obblighi ambientali.
Sussiste infine il pericolo che le risorse dell’ECF finiscano per concentrarsi prevalentemente sui grandi player industriali o su progetti ad altissimo valore finanziario, penalizzando il tessuto delle piccole e medie imprese se non verranno garantite call dedicate, anticipazioni adeguate e procedure d’accesso snelle. Per aziende, consulenti ed europrogettisti il cambio di paradigma è radicale. L’era della ricerca occasionale del singolo bando sta lasciando il posto alla pianificazione strategica di portafogli progettuali pluriennali. In un sistema in cui i negoziati della posizione negoziale del Consiglio proseguiranno fino all’approvazione definitiva prevista per la fine del 2026, l’attività di posizionamento delle imprese deve partire immediatamente per intercettare le priorità che l’Italia definirà nel proprio Piano di partenariato e sfruttare al meglio le sinergie del nuovo ECF.
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