È una guerra combattuta in un altro modo. Non con le bombe, non con le armi, non con gli aerei, non con i carrarmati, ma in qualche modo minando la stabilità politica ed emotiva di un Paese.

Tradizionalmente la sicurezza nazionale è sempre stata interpretata quasi esclusivamente come capacità di difendere il territorio, le proprie infrastrutture e la sovranità dello stato stesso attraverso strumenti militari convenzionali. Tuttavia, nel mondo contemporaneo questo paradigma sembra essere ormai superato.

La guerra in Ucraina e i conflitti in Medio Oriente hanno dimostrato che oggigiorno il teatro operativo non ha confini e probabilmente non conosce tregue né pace, anzi, non sarebbe un’esagerazione esclamare che lo scontro fisico non sia che l’ultimo step di una competizione tra potenze che si consuma quotidianamente nella cosiddetta “zona grigia” sotto forma di coercizione economica, attacchi cyber alle infrastrutture critiche e info – warfare. Comprendere l’essenza della guerra ibrida nella sua natura multiforme e fluida, e imparare a contrastarne le minacce rispettando la supremazia del diritto, rappresenta per le democrazie occidentali una sfida strutturale soprattutto per ciò che riguarda la difesa degli spazi informativi e della libera interpretazione dei singoli individui. Seguendo questo filone il Ministro della Difesa Guido Crosetto si accinge a presentare in CdM, nelle prossime settimane, un disegno di legge che possa adeguare, coerentemente alle necessità poste in essere dall’attuale clima geopolitico mondiale, l’intero ecosistema di difesa nazionale.

Dal materialismo classico al riadattamento olistico della Difesa

Stando alle recenti indiscrezioni sui contenuti presenti nel DDL, la proposta di riforma sembrerebbe voler aggiornare il background di difesa sia su un piano organizzativo che su un piano tematico. L’impressione che traspare è quella di voler abbracciare il cambiamento muovendo verso un percorso di apprendimento che possa portare conoscenze e competenze per contrastare efficacemente le minacce ibride nei vari domini. Tuttavia, pur non essendo per il momento prevista una definizione chiara e coincisa di sicurezza cognitiva, vi sono elementi che lasciano trasparire un interesse/preoccupazione per tutto ciò che concerne la sfera delle percezioni, delle proiezioni mentali sulla realtà che ci circonda e quindi, inevitabilmente, dell’infosfera. Tre sono i campi da attenzionare che insieme andrebbero a costituire uno scudo cognitivo per la difesa dello Stato:

  1. Cultura della Difesa come comunicazione strategia. Questo punto, probabilmente il pilastro fondante della riforma, muove dall’idea secondo cui sia necessario creare un clima di fiducia e consenso nei confronti delle Forze Armate e del loro agire. A tal fine, la valorizzazione del patrimonio militare, come musei e sacrari, è da inquadrare all’interno di una strategia comunicativa volta a generare un sentimento di protezione e presenza tangibile sul territorio dello Stato nella sua proiezione militare, oltre che risvegliare quella memoria storica che dovrebbe rafforzare l’identità collettività e schermarla da narrazioni esterne denigratorie. EEAS, Consiglio d’Europa e Reuters sono solo alcune delle numerose istituzioni e agenzie private ad aver rilevato, dallo scoppio della guerra in Ucraina, un’intensificazione delle campagne FIMI russe e cinesi, come operazioni per diffondere tesi anti-NATO, anti-riarmo e antimilitarismo volte a minare la coesione dell’UE e dell’Occidente. La cultura della difesa dunque è il primo argine di protezione contro la propaganda dei competitors;

  2. Minaccia ibrida come condizione presente. Riconoscere le minacce ibride come peculiarità distintive del conflitto moderno è il secondo passo per poter rispondere tempestivamente alle ingerenze contro i nostri sistemi e la nostra società. Per rendere dunque più efficace e proattiva la risposta difensiva, è prevista l’istituzione di un Centro Interforze dedicato al combattimento e al contrasto della minaccia ibrida. Queste includono, ad esempio, cyber attacchi, pressioni economiche, sabotaggi, Info-Ops e Psy-Ops. Questi campi apparentemente diversi sono tenuti assieme da un fil rouge che li conduce direttamente ai meccanismi di elaborazione delle percezioni, e quindi alla sfera cognitiva. Sovente infatti queste operazioni sono affiancate da campagne di disinformazione per indurre sfiducia nei confronti delle politiche messe in campo dai propri governi, diffondere malcontento e insinuare la coesione sociale e politica per favorire una narrazione piuttosto che un’altra. Analizzando i recenti conflitti in Medio Oriente, la guerra in Ucraina e la stessa Operazione Absolute Resolve che ha portato alla cattura di Maduro, risulta infatti esserci una variabile fissa rintracciabile nella preparazione mediatica allo scontro, distorsione della realtà e ricerca del consenso, a cui si aggiungono, spesso nei teatri più cruenti, normalizzazione della violenza e gamification della guerra;

  3. Cyberspace come spazio di interazioni sociale. Il punto di rottura tra approccio materiale e approccio olistico alla Difesa va rintracciato nella progressiva dissoluzione dei confini fisici a fronte di un’estensione illimitata della società, della politica e dell’economia negli spazi cibernetici. Non è più possibile immaginare oggi, infatti, un sistema paese tagliato fuori dalla rete internet sia nell’esercizio delle proprie funzioni amministrative ed economiche che nelle interazioni sociali. Tradizionalmente veniva data al cyberspazio una definizione essenziale ed esclusivamente tecnica come insieme di reti e sistemi informatici delle infrastrutture digitali. Nel prossimo futuro, il DDL dovrebbe intercettare il cambiamento culturale in cui siamo già immersi, fornendo una definizione aggiornata di “spazio cibernetico di interesse nazionale”. Questa definizione rispecchia l’idea di uno spazio virtuale inteso come ecosistema complesso nella quale circolano informazioni, si costruiscono reti sociali e narrazioni che si autoalimentano, interagiscono persone e istituzioni e si formano processi decisionali. L’immenso flusso di dati e l’alta viralità che una notizia può raggiungere in rete costituiscono un terreno fertile per operazioni di Cognitive Warfare sempre più articolate e difficili da ricondurre ad uno o più agenti responsabili. Pertanto si prevede un’evoluzione del Reparto Informazioni e Sicurezza dello Stato Maggiore della Difesa nel nuovo “Comando Interforze Cyber Intel”, per enfatizzare la presa di consapevolezza del quadro di conflitto ibrido attuale, nonché l’istituzione del brevetto di Specialista Cyber Militare per formare figure con altissime competenze tecniche. Riguardo le funzioni del Capo di Stato Maggiore si prospetta un’estensione dei propri poteri consoni alle caratteristiche del cyberspace, diventando al contempo autorità cyber e responsabile unico dei dati del Ministero, con potere direttivo in materia di informazione e comunicazione.

Governare l’incertezza e orientarsi nella nebbia

La moltiplicazione dei fattori di rischio ha reso il mondo contemporaneo estremamente complesso. Citando il Ministro della Difesa Crosetto “le bombe ibride continuano a cedere mentre scrivo”, e il confine tra guerra e pace si fa sempre più sottile. Imprevedibilità e incertezza sono, secondo l’accezione Clausewitziana, gli ostacoli che il genio militare deve saper superare in guerra. Le domande a cui oggi bisogna rispondere sono molteplici, partendo da come fronteggiare qualcosa che non esplode né ferisce, fino a come riconoscerle all’interno di spazi astratti e potenzialmente illimitati. Il DDL in elaborazione dovrebbe, pur non senza ritardo rispetto ai nostri competitors, aiutare ad elaborare una risposta in tal senso. La scomposizione settoriale delle minacce ibride e la formalizzazione di nuove competenze e nuove professionalità saranno essenziali nella difesa della proiezione cibernetica dello Stato, tuttavia persistono lacune concettuali che andrebbero riempite. In primo luogo, si può desumere che l’incertezza non si definisca più esclusivamente come l’ostacolo imprevisto o carenza di informazioni, al contrario la società mondiale contemporanea è soffocata da un overload informativo che ha spazzato via ogni verità oggettiva. Tutto è reso opinabile affinché nulla possa essere verificabile. Va da sé che la nebbia di guerra oggi si componga di un’abbondanza di impulsi e notizie responsabili di un sovraccarico cognitivo generale, matrice di reazioni emotive e impattanti ed elaborazioni della realtà percepita superficiali ed ermetiche. In secondo luogo, la sfida principale per un regime democratico risiede nella capacità di far coesistere quelle che in altre parti del mondo definiremmo censura e propaganda, ma che andremo a chiamare “politiche di indirizzo e controllo dell’informazione”, di cui l’Autorità Cyber idealizzata nel DDL andrebbe ad assumerne la titolarità. Secondo il Digital News Report curato da Reuters, nel 2026 la fiducia degli italiani nei confronti dell’informazione tradizionale si attesta al 32%, e sempre più consumatori si spostano sui social o utilizzano l’IA per potersi informare velocemente e gratuitamente. Il focus in questo caso dovrebbe incentrarsi su una politica di promozione e ricostituzione della fiducia tra organi di informazione e cittadini, che possa “giustificare” l’emarginazione mediatica della propaganda computazionale e di tutto l’ecosistema proxy composto da troll, botnet, fake news e deepfake che alimentano l’information pollution.

Una Cultura della Difesa in direzione verticale non è sufficiente quindi per proteggere i singoli individui dalle insidie presenti sul web, in particolare dai rischi di polarizzazione e radicalizzazione. Occorre quindi ripensare ad una difesa orizzontale che parta dall’alfabetizzazione mediatica, dall’integrità del panorama informativo e dalla cultura del fact checking. Soprattutto, è necessario instillare la consapevolezza che oggi la prima linea del fronte inizia sugli schermi dei nostri cellulari, e che la competizione strategica non si esaurisce solo nella conquista di risorse e territori, ma anche nella destabilizzare della capacità collettiva di comprendere il mondo e le forze che lo muovono.

Francesco Cirigliano

Francesco Cirigliano

Laureato magistrale in Relazioni Internazionali, si occupa di intelligence, tecnologie emergenti, sicurezza globale e dominio cognitivo. I suoi interessi riguardano l’impatto dell’informazione, delle percezioni e degli strumenti digitali sui processi decisionali, sulla competizione strategica e sulla resilienza democratica.