Introduzione

Il summit NATO del 7-8 luglio 2026 ha rappresentato uno dei passaggi più significativi nell'evoluzione dell'Alleanza atlantica dalla fine della Guerra fredda ad oggi. Il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sugli scontri politici che hanno fatto da cornice all'evento come la questione groenlandese, la guerra in Iran, e la spesa militare degli Alleati europei e su una Dichiarazione finale ridotta a sei paragrafi, la più sintetica degli ultimi anni (NATO, 2026a). Eppure, al di là della brevità del documento finale, Ankara ha certificato un cambio di paradigma ormai in corso, ovvero un'Alleanza sempre più impegnata non soltanto nella deterrenza e nella difesa collettiva, ma anche nel coordinamento della propria base industriale e tecnologica. In altre parole, la NATO diventa sempre meno definibile come una semplice alleanza politico-militare e sempre più vicina ad una dimensione di coordinamento industriale, chiamata a conciliare insieme deterrenza convenzionale, resilienza produttiva e instabilità strategica (Burchell, 2026). La trasformazione in corso non riguarda però soltanto la NATO. Mentre l'Alleanza chiede agli europei di assumere una quota crescente della responsabilità di deterrenza convenzionale, l'Unione europea sta costruendo strumenti finanziari e industriali destinati a trasformare l'aumento della spesa militare in capacità produttiva.

In questo contesto dove NATO e UE si muovono su piani diversi ma sempre più interconnessi, per l'Italia, il vertice turco assume un rilievo particolare, perché intreccia due priorità fondamentali della politica di difesa e sicurezza italiana: l’interesse strategico del fianco Sud e la propria collocazione nella nuova architettura industriale europea. Perciò, l’elemento fondamentale è rappresentato dalla capacità di Roma di collocarsi nella nuova divisione del lavoro della difesa europea non soltanto come Paese chiamato ad aumentare il proprio contributo alla deterrenza, ma come attore capace di orientare i programmi, le tecnologie e le catene industriali che sosterranno quella deterrenza.

Dal burden sharing al burden shifting: l’evoluzione della NATO come coalizione industriale

Il tema che ha attraversato l'intero summit non è tanto quello, ormai consueto, dell'aumento della spesa militare, quanto la ridefinizione della divisione del lavoro fra le due sponde dell'Atlantico. Non si tratta più soltanto di burden sharing, cioè di condivisione degli oneri, ma di un vero e proprio burden shifting: Washington continua a garantire il proprio ombrello strategico, ma trasferisce agli alleati europei quote crescenti della deterrenza convenzionale (Burchell, 2026). I numeri confermano questa tendenza. Secondo la Dichiarazione di Ankara, nel solo 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato gli investimenti nei requisiti di difesa fondamentali di oltre 139 miliardi di dollari, mentre ad Ankara sono stati annunciati altri 50 miliardi di dollari in nuove acquisizioni congiunte (NATO, 2026b), segno che l'argomento del burden shifting è ormai anche una narrazione politica oltre che un dato contabile (Atlantic Council, 2026). Questo rappresenta un forte indicatore della fase di transizione degli equilibri interni che l'Alleanza sta attraversando.

Il processo era già evidente prima di Ankara. Dal vertice del Galles del 2014 al vertice dell'Aja del 2025, la richiesta americana sugli alleati europei si è progressivamente spostata dalla sola dimensione finanziaria verso i tre assi paralleli quali spesa (cash), capacità (capabilities) e contributi alla sicurezza comune (contributions), fino a portare l'asticella dal 2% al 5% del Pil entro il 2035. Ottenuto questo risultato, Washington ha spostato l'accento proprio sulla terza componente, quella dei contributi, dando forma al burden shifting e alla cosiddetta "NATO 3.0" presentata dal segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth: un'Alleanza chiamata non più a moltiplicare la potenza americana, ma in parte a sostituirla. Il primo effetto concreto si vede già nella riorganizzazione dei comandi operativi decisa dagli alleati per il 2026: il Joint Force Command di Napoli passa sotto guida italiana, mentre Norfolk resta al Regno Unito e Brunssum va a Germania e Polonia su base rotazionale, con Washington che conserva il comando supremo e le capacità operative più critiche (Natalizia, 2026a). Sullo sfondo resta però il pericolo implicito del burden shedding, ovvero lo scarico di responsabilità integrale della sicurezza del continente sugli alleati europei, usata da Washington come leva per accelerare il riequilibrio (Natalizia, 2026a).

In questa fase transitoria dove l'Alleanza richiede agli europei di assumere una quota crescente della responsabilità convenzionale, la pressione americana sugli Alleati del Vecchio Continente si è ulteriormente spostata dalla quantità di risorse alla loro conversione in capacità concrete. La Dichiarazione sottolinea infatti la necessità di espandere la capacità produttiva collettiva e di lavorare con l'industria per accelerare l'innovazione (NATO, 2026a). Questa evoluzione conferma la tesi secondo cui il burden shifting non è soltanto un trasferimento di oneri finanziari, ma anche di sviluppo di capacità industriali. Se gli europei devono assumere una quota maggiore della deterrenza convenzionale, devono essere in grado di produrre, mantenere e ricostituire rapidamente le capacità militari necessarie. Questo è un problema che nasce dal lungo periodo di sottoproduzione seguito alla fine della Guerra fredda. Come evidenziato dalla letteratura sulla base industriale europea, per decenni le industrie della difesa hanno operato in una sorta di peacetime mode, caratterizzato da produzioni relativamente limitate, cicli di acquisizione lunghi e una domanda nazionale frammentata (Flanagan & Dowd, 2023; Mejino-Lopez & Wolff, 2024). La guerra in Ucraina ha invece riportato al centro la necessità di capacità produttive scalabili, ricostituzione delle scorte e resilienza delle catene di approvvigionamento (Flanagan & Dowd, 2023).

In questo contesto di attenzione alla dimensione industriale, il summit di Ankara ha effettivamente prodotto risultati misurabili. Il Defence Industry Forum, che ha aperto i lavori del summit il 7 luglio, ha riunito oltre cento aziende insieme a ministri e alti funzionari alleati, con l'obiettivo dichiarato di trasformare gli impegni finanziari assunti all'Aja nel 2025 e il seguito di Ankara nel 2026 in produzione concreta (NATO, 2026c). Fra gli annunci figurano l'acquisizione congiunta di velivoli Saab GlobalEye per rinnovare parte della flotta di sorveglianza aerea dell'Alleanza, l'ampliamento della capacità di trasporto strategico attraverso gli aerei A400M e A330 MRTT e nuovi programmi per droni di sorveglianza Triton, oltre al lancio del NATO Front Door for Industry e di un'iniziativa dedicata alle materie prime critiche per la difesa, che coinvolge dodici Paesi alleati come parte di una nuova Strategy for Industry-NATO Cooperation, approvata dagli Alleati, che individua tre priorità: rafforzare la comunicazione e la cooperazione con l'industria, accelerare innovazione e interoperabilità e aumentare, sostenere e rendere scalabile la produzione della difesa (Burchell, 2026; NATO, 2026b, 2026c).

Il passaggio è significativo perché dimostra che la NATO considera ormai la capacità industriale parte integrante della deterrenza. Il segretario generale Mark Rutte ha riassunto lo spirito di questo passaggio ricordando che non esiste una difesa forte senza una forte industria della difesa: "There is no strong defence without a strong defence industry" (NATO, 2026a). Commento che riassume perfettamente il senso della trasformazione della NATO ora in corso. In termini strategici, questo essenzialmente apre ad un’evoluzione del concetto di deterrenza NATO nel dibattito pubblico: la deterrenza odierna non dipende più soltanto dal numero di uomini e mezzi disponibili, ma dalla capacità di produrre e sostituire rapidamente sistemi d'arma, sensori e piattaforme (Herzog & Kunertova, 2024; Flanagan & Dowd, 2023).

L'Alleanza, tuttavia, non dispone però degli strumenti finanziari e regolatori dell'Unione europea per guidare direttamente la politica industriale nazionale: la strategia di Ankara ribadisce infatti che la politica industriale rimane una prerogativa degli Stati (NATO 2026b).

Per l'Italia, la questione si fa particolarmente complessa. Il burden shifting rappresenta un cambiamento di paradigma prima ancora che di bilancio. Il Paese si è storicamente attestato intorno all'1,5-1,7% del Pil in spesa per la difesa nell’ultimo decennio (SIPRI, 2025). Portare quel livello al 5% entro il 2035, equivale a una vera e propria “rivoluzione copernicana”, che il governo intende affrontare in modo graduale e compatibile con i vincoli di bilancio interno (De Robertis, 2026b). Sullo stesso registro, alla vigilia del summit il ministro della Difesa Guido Crosetto ha respinto le accuse di inadempienza rivolte a Roma, legando la continuità degli aiuti a Kiev anche attraverso il programma Prioritized Ukraine Requirements List (PURL), che consente agli alleati di acquistare materiale statunitense per l'Ucraina a una revisione delle priorità nazionali capace di tenere insieme affidabilità atlantica e rafforzamento della capacità produttiva italiana ed europea (De Robertis, 2026a). In sostanza, il Paese deve conciliare gli impegni finanziari richiesti dalla NATO con vincoli di bilancio ancora stringenti e, allo stesso tempo, assicurarsi che l'aumento della domanda generata dalla nuova spesa europea si traduca in capacità produttive nazionali e multinazionali durature. La questione italiana, dunque, non è più soltanto raggiungere il 5%, ma decidere come utilizzare il nuovo spazio finanziario e industriale aperto dall'aumento della spesa.

Dal burden shifting al SAFE: la divisione del lavoro tra NATO e UE

Se il burden shifting rappresenta il lato strategico e militare della nuova divisione del lavoro transatlantica, SAFE rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui l'Unione europea cerca di affrontarne la dimensione finanziaria e industriale della difesa. Istituito nel maggio 2025, il Security Action for Europe (SAFE) mette a disposizione degli Stati membri fino a 150 miliardi di euro sotto forma di prestiti per sostenere investimenti nella difesa attraverso appalti comuni, con l'obiettivo di aumentare la capacità produttiva europea e ridurre le principali lacune capacitive (Santopinto, 2025; Lawrenson & Sabatino, 2025). Il programma si inserisce nella più ampia evoluzione della politica industriale europea, avviata con strumenti come ASAP ed EDIRPA e successivamente consolidata attraverso EDIS ed EDIP. Questa impostazione rappresenta un'evoluzione significativa della politica europea di difesa. Come osservato da Clapp (2024) e da Mejino-Lopez & Wolff (2024), la principale debolezza della base industriale europea è stata storicamente la frammentazione della domanda e la limitata cooperazione tra Stati membri (Clapp, 2024; Mejino-Lopez & Wolff, 2024; Anghel & Damen, 2025; Flanagan & Dowd, 2023). SAFE non si limita a finanziare la spesa nazionale, ma mira ad aggregare la domanda attraverso programmi multinazionali, favorendo economie di scala, interoperabilità e una maggiore resilienza della base industriale europea (Lawrenson & Sabatino, 2025).

La logica è dunque complementare a quella della NATO. L'Alleanza continua a rappresentare il principale quadro della difesa collettiva e della deterrenza per i suoi membri, definendo requisiti capacitivi, standard e obiettivi attraverso i propri processi di pianificazione; l'UE dispone invece di strumenti finanziari, regolatori e industriali che possono contribuire a trasformare tali esigenze in capacità produttive (Nones, 2025). Questa divisione di competenze era già evidente nei precedenti strumenti europei. Anghel & Damen (2025) sottolineano come la costruzione di una maggiore capacità europea debba essere concepita in stretta cooperazione e complementarietà con la NATO, evitando che la ricerca di una maggiore autonomia strategica produca duplicazioni o indebolisca la struttura transatlantica (Anghel & Damen, 2025). Mentre la sicurezza e la difesa rimangono in larga misura prerogative nazionali e la NATO resta il principale quadro di cooperazione militare, l'Unione ha assunto un ruolo crescente nella costruzione della base industriale europea. Questa complementarità, tuttavia, non esclude elementi di competizione. La NATO mira a rafforzare una base industriale transatlantica capace di sostenere la deterrenza dell'intera Alleanza, mentre l'UE ha un interesse specifico nel consolidare la propria base tecnologica e industriale e ridurre dipendenze esterne. Accanto ai meccanismi di coordinamento tra le due organizzazioni, esistono perciò tensioni legate soprattutto alla distribuzione dei benefici dell'aumento della spesa europea tra industria di difesa statunitense e industria di difesa europea.

Il punto, quindi, non è contrapporre UE e NATO poiché risulta chiaro che la futura architettura della sicurezza europea sarà inevitabilmente condizionata dal rapporto tra interessi strategici europei e la necessità del legame transatlantico targato NATO (Anghel & Damen, 2025). Piuttosto bisogna comprendere come le richieste dell’Alleanza atlantica e l’autonomia strategica europea possano contribuire a una nuova divisione del lavoro: la NATO come struttura integrata della deterrenza e della definizione delle capacità necessarie agli europei per difendere il Vecchio Continente e l'UE come moltiplicatore finanziario e industriale della capacità europea di produrle senza essere eccessivamente vulnerabile alle proprie principali dipendenze industriali. In questo senso, SAFE può essere interpretato come un complemento industriale e finanziario del burden shifting. La NATO chiede agli alleati europei di assumere una quota maggiore della responsabilità della deterrenza e necessita di una base industriale per far fronte a tali responsabilità. L’UE sta cercando di fornire gli strumenti affinché quella responsabilità possa tradursi in capacità, produzione e resilienza industriale localizzata in Europa (Nones, 2025). La questione decisiva diventa allora chi sarà in grado di sfruttare maggiormente questa trasformazione e, soprattutto, quali Stati riusciranno a trasformare l'aumento della spesa in un maggiore peso all'interno delle future catene industriali della difesa europea.

Il fianco Sud tra industria europea e mediterraneo

Per l'Italia, c'è un altro elemento degno di nota che riguarda l'ampliamento del perimetro strategico della NATO oltre il tradizionale asse euro-atlantico. Il Mediterraneo allargato continua a rappresentare una priorità strategica per Roma, ma la crescente attenzione dell'Alleanza alla produzione industriale e alle capacità richieste dalla deterrenza deve essere conciliata con le priorità geografiche e strategiche italiane (Il Sole 24 Ore, 2026). La Dichiarazione di Ankara non nomina esplicitamente il Mediterraneo. Tuttavia, il quinto paragrafo della Dichiarazione adotta una formulazione più ampia che ribadisce che l'Alleanza continua ad adattarsi alla competizione strategica, all'instabilità diffusa, alle minacce ibride e agli shock sistemici che caratterizzano il contesto securitario contemporaneo (NATO, 2026a):

“The Alliance continues to respond and adapt to the strategic competition, pervasive instability, hybrid threats and recurrent shocks that define our broader security environment. Allies reiterate that Iran must never have a nuclear weapon and call on Iran to fully respect freedom of navigation in the Strait of Hormuz”. (NATO 2026a)

Proprio su questo terreno Roma ha investito buona parte del proprio capitale negoziale e diplomatico. Il fronte Sud, e il riconoscimento che le minacce provenienti da quell'area richiedono un'attenzione paragonabile a quella riservata al fronte orientale, è infatti una priorità assoluta della politica di difesa e sicurezza italiana (Il Sole 24 Ore, 2026). Nella conferenza stampa di chiusura, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito il Mediterraneo allargato una "frontiera strategica" per la sicurezza collettiva, ricordando che l'Italia resta il primo contributore NATO in termini di personale schierato nelle missioni dell'Alleanza (Governo Italiano, 2026; Euronews, 2026). Quanto questo riconoscimento politico si tradurrà in una redistribuzione effettiva di risorse e attenzione strategica rimane da comprendere. La guerra in Ucraina continua giustamente a rappresentare il principale motore dell'integrazione militare NATO. Per esempio, la Dichiarazione di Ankara conferma un ulteriore stanziamento di 70 miliardi di euro in equipaggiamenti, assistenza e addestramento per Kyiv nel solo 2026, con l'impegno a mantenere livelli analoghi anche nel 2027 (NATO, 2026a).

La priorità italiana per il fianco Sud non può riguardare tuttavia soltanto la ridistribuzione geografica dell'attenzione NATO, altrimenti il fianco Sud rischia di restare una priorità dichiarata più che concreta, anche nel lungo periodo (Il Sole 24 Ore, 2026). Il capitale politico e diplomatico impiegato ad Ankara deve essere seguito da iniziative concrete e da una presenza costante ai livelli decisionali delle priorità dell'Alleanza per quanto riguarda anche il tipo di capacità che l'Italia considera necessarie come sorveglianza marittima e aerea, difesa aerea, capacità navali e subacquee, intelligence, spazio, droni e sistemi autonomi così da collegare le esigenze della NATO, e del fianco orientale, e le nuove politiche industriali europee con le priorità strategiche italiane nel Mediteranneo.

Proprio su questo tema, SAFE può assumere un ruolo strategico. Molte delle categorie finanziabili attraverso lo strumento europeo coincidono infatti con capacità particolarmente rilevanti per un Paese mediterraneo e per la deterrenza NATO: difesa aerea e missilistica, capacità navali e subacquee, droni, sistemi C4ISTAR, spazio e mobilità militare (European Commission, 2025; Olech, 2025). Sebbene il Consiglio dell'UE abbia reso disponibile per l'Italia un prestito SAFE fino a 14,9 miliardi di euro, è importante distinguere, tuttavia, tra la disponibilità del prestito e il suo utilizzo effettivo. A luglio 2026 il governo italiano ha indicato l'intenzione di utilizzare SAFE per sostenere programmi di difesa già previsti, piuttosto che trasformarlo automaticamente in nuova spesa (Reuters, 2026a, 2026b; Il Sole 24 Ore, 2026). Il rischio di utilizzare SAFE semplicemente per sostituire una quota di finanziamento nazionale già prevista, è che il suo effetto principale sarà finanziario, ovvero, permettere a Roma di sostenere programmi di difesa già decisi ma condizioni potenzialmente più favorevoli. Se invece SAFE viene utilizzato per aggregare domanda, sviluppare programmi multinazionali e rafforzare segmenti strategici dell'industria italiana, il suo effetto potrebbe essere molto più trasformativo (Nones, 2025).

L'Italia infatti dispone di una base industriale della difesa abbastanza significativa nel panorama europeo. Aziende come Leonardo, Fincantieri e MBDA Italia partecipano a programmi multinazionali in diversi domini e il Paese occupa posizioni rilevanti nei settori aeronautico, navale, missilistico, elettronico e spaziale. Il Global Combat Air Programme (GCAP) ne rappresenta il caso più evidente. Difatti, sul fronte aeronautico l'Italia guida, insieme a Regno Unito e Giappone, il GCAP che è il consorzio dedicato allo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione nato nel 2022 anche per ridurre la dipendenza da sistemi statunitensi come l'F-35 (Romano, 2026). Il programma per il caccia di sesta generazione offre a Roma un valore strategico che va oltre la semplice partecipazione a un programma di procurement industriale. Per esempio, il 21 luglio il Canada è entrato nel programma come primo Paese osservatore, con accesso alle attività di sviluppo delle capacità e alla cooperazione industriale ma senza ruolo decisionale. E pochi giorni prima l'amministratore delegato di Leonardo aveva aperto anche a un possibile ingresso della Germania, uscita dal progetto concorrente franco-tedesco FCAS (Romano, 2026). È un segnale che, almeno in alcuni comparti, l'Italia può proporsi come polo aggregante all’interno del panorama dell’industria di difesa europea ed internazionale. Una logica simile vale per gli altri comparti come difesa aerea e missilistica, ad esempio, che rappresentano una delle principali lacune europee e una delle categorie prioritarie tanto per NATO quanto per l’UE. Allo stesso tempo, non è realistico pensare che l'Italia possa competere in ogni comparto della difesa europea. L'obiettivo di Roma dovrebbe essere identificare quei settori nei quali una combinazione di domanda nazionale, programmi europei, e capacità industriale possa produrre un effetto cumulativo di lunga durata.

Il rischio per l'Italia è che l'aumento della spesa europea produca semplicemente una crescita quantitativa degli acquisti a bilancio senza un corrispondente aumento del peso strategico nazionale ed industriale (Nones, 2025). La domanda europea di armamenti è destinata a crescere nei prossimi anni e Francia e Germania continueranno a disporre di una capacità finanziaria e di una influenza sui programmi comuni europei superiori a quella italiana. Mentre, Polonia e altri Paesi dell'Europa orientale stanno trasformando rapidamente l'aumento della spesa in nuove capacità produttive e partnership industriali. La crescente domanda di armamenti e tecnologie dual use potrebbe tradursi in un vantaggio soltanto per quei Paesi che sapranno trasformare gli investimenti in capacità produttive e operative durevoli, non semplicemente in ordini industriali occasionali. La principale lezione che Roma dovrebbe trarre dall'intreccio tra Ankara e SAFE è che i Paesi che possiedono grandi industrie, tecnologie sovrane, programmi multinazionali consolidati e capacità di influenzare gli standard avranno maggiori possibilità di trasformare la domanda in potere industriale.

Conclusioni

Il vertice di Ankara rappresenta il momento in cui l'Alleanza ha preso definitivamente atto che la sicurezza euro-atlantica del prossimo decennio dipenderà da fattori fra loro inseparabili: deterrenza convenzionale, capacità industriale, resilienza tecnologica e stabilità delle regioni limitrofe, dal Mar Nero al Mediterraneo allargato. Soprattutto, il summit ha mostrato che l'Alleanza atlantica sta entrando in una nuova fase nella quale deterrenza, capacità militare e produzione industriale non possono più essere considerate dimensioni separate. Gli oltre 50 miliardi di dollari di nuove acquisizioni annunciati al summit, la nuova Strategy for Industry-NATO Cooperation e le iniziative per aumentare la capacità produttiva dimostrano che la NATO considera ormai la base industriale una componente della propria deterrenza. Parallelamente, l'Unione europea sta costruendo strumenti finanziari e regolatori che accompagnano questa trasformazione. SAFE rappresenta il passaggio più importante di questa evoluzione con una dotazione di 150 miliardi di euro in prestiti e un forte orientamento verso gli appalti comuni, l'UE tenta di trasformare l'aumento della spesa nazionale in una domanda europea più aggregata e in una base industriale più resiliente scalabile.

Per l'Italia, questa fase di trasformazione degli equilibri alleati rappresenta al tempo stesso un'opportunità e un rischio. il vertice rappresenta uno spunto positivo proprio perché il confronto alleato si è spostato dal quanto si spende al mix fra spesa, capacità e contributi. Tuttavia, sarà fondamentale che l'Italia non resti esclusa dal nuovo ecosistema industriale e strategico che si sta costruendo dentro la NATO tramite l’aggregazione della domanda industriale con altri Stati, il rafforzamento di programmi multinazionali, il consolidamento delle supply chain e il sostengo a tecnologie nelle quali l'Italia possiede competenze strategiche. La sfida aperta da Ankara pertanto non riguarda soltanto il raggiungimento di determinati obiettivi di spesa o il consolidamento retorico del fianco Sud nell'agenda dell’Alleanza atlantica. Il nodo centrale consiste nel comprendere se il capitale diplomatico investito in Turchia sarà in grado di tradursi in capacità e in una maggiore influenza strategica e industriale, oppure se finirà per consolidare equilibri già favorevoli ai grandi attori continentali. Da un lato, Roma deve dimostrare di essere pronta ad assumere la maggiore responsabilità richiesta dal nuovo burden shifting della NATO. Dall'altro, deve evitare che la crescita della spesa europea si traduca semplicemente in una maggiore domanda di sistemi prodotti altrove.

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La sfida aperta da Ankara pertanto non riguarda soltanto il raggiungimento di determinati obiettivi di spesa o il consolidamento retorico del fianco Sud nell’agenda dell’Alleanza atlantica.
Nicola Barbesino

Nicola Barbesino

Analista e ricercatore sui temi della difesa e della sicurezza, approfondisce l’evoluzione degli scenari strategici, il rapporto tra Forze Armate, società e innovazione, e le trasformazioni della sicurezza nazionale. Contribuisce alle attività di ricerca di DYNAMES con attenzione a deterrenza, resilienza e cultura della difesa.