Le notizie relative all’arresto di due ex funzionari dell’intelligence italiana e di quattro militari in servizio, accusati di aver svolto attività di spionaggio a favore della Russia, hanno riaperto una questione che riguarda direttamente la sicurezza nazionale: quanto sono permeabili le istituzioni e gli ambienti a esse collegati alle iniziative di penetrazione promosse da una potenza straniera? È da questo interrogativo che muove l’analisi pubblicata su Formiche dal generale di brigata (aus.) Nicola Cristadoro. La vicenda è oggetto di indagine e le responsabilità individuali dovranno essere accertate nelle sedi competenti; il suo valore strategico, tuttavia, va oltre il singolo procedimento.
Il reclutamento e le vulnerabilità umane
Cristadoro richiama anzitutto una realtà elementare del lavoro d’intelligence: la raccolta informativa cerca accessi, conoscenze e relazioni nei luoghi in cui questi elementi sono disponibili. La presenza, tra gli indagati, di persone provenienti dai servizi o dalle Forze armate non costituisce quindi una deviazione dalle logiche dello spionaggio. A rendere il caso particolarmente grave sono, secondo l’analisi, la natura delle informazioni che sarebbero state offerte e la disponibilità ad ampliare la rete di contatti utili alla controparte russa.
Le motivazioni del reclutamento restano quelle note agli studi di intelligence: denaro, ideologia ed ego, spesso intrecciati tra loro. La promessa di un compenso può agire insieme al desiderio di rivalsa, alla frustrazione professionale, alla ricerca di riconoscimento o a una vicinanza ideologica maturata nel tempo. Per la counterintelligence diventa perciò essenziale osservare non soltanto gli accessi formali alle informazioni, ma anche le vulnerabilità personali di chi dispone di conoscenze sensibili, comprese quelle che possono emergere dopo la cessazione dal servizio.
I bacini relazionali come terreno di penetrazione
Uno dei passaggi più rilevanti dell’intervento riguarda gli ambienti nei quali possono essere individuati soggetti interessanti per la raccolta informativa. Think tank attivi sui temi della sicurezza, centri di analisi geopolitica, università e associazioni d’arma riuniscono persone con esperienze, competenze e reti professionali di valore. Proprio per questo possono diventare luoghi nei quali sondare disponibilità, costruire rapporti fiduciari e avvicinare potenziali fonti, consapevoli o inconsapevoli.
Il punto non è criminalizzare queste realtà, che svolgono funzioni culturali, formative e associative rilevanti. Cristadoro invita piuttosto a riconoscere il rischio prodotto dall’intreccio tra accesso relazionale e influenza ideologica. Un contatto apparentemente ordinario, una commemorazione, un’iniziativa culturale o una relazione istituzionale possono offrire occasioni per mappare persone, orientamenti e livelli di accesso. È il terreno tradizionale della HUMINT, oggi inserito in un ecosistema nel quale la raccolta informativa convive con propaganda, disinformazione e operazioni cognitive.
Dallo spionaggio agli attacchi cognitivi
Nella ricostruzione pubblicata da Formiche, alcuni episodi maturati negli anni attorno a cerimonie, associazioni e rappresentanti russi vengono letti come indicatori di una strategia più ampia. La valorizzazione di simboli militari condivisi, l’attivazione di legami culturali e la diffusione di narrazioni antioccidentali possono preparare un ambiente favorevole alla presenza e all’influenza di Mosca. In questa prospettiva, lo spionaggio rappresenta soltanto una componente di una pressione ibrida che agisce anche sulla percezione, sulle appartenenze e sulla fiducia nelle istituzioni.
Le associazioni d’arma considerate nell’analisi non sono indicate come un problema in sé. Il rischio riguarda la possibilità che gruppi fondati su memoria, spirito di corpo e relazioni consolidate siano avvicinati da attori interessati a sfruttarne le reti o a orientarne il dibattito. La distinzione è decisiva: tutelare questi ambienti significa preservarli da tentativi di strumentalizzazione, evitando generalizzazioni che colpirebbero ingiustamente tradizioni e comunità radicate nel servizio al Paese.
Una counterintelligence più preventiva
L’analisi si chiude con una valutazione netta: per Cristadoro la Federazione Russa rappresenta una minaccia alla stabilità italiana anche in ragione dell’appartenenza del Paese alla NATO. La risposta non può esaurirsi nella repressione giudiziaria successiva alla scoperta di una rete. Occorrono un coordinamento più stretto tra le agenzie nazionali, una protezione adeguata degli operatori e una capacità preventiva più capillare, fondata sull’analisi dei contesti nei quali agenti stranieri possono cercare accessi e relazioni.
Si tratta di un’attività onerosa soprattutto per il tempo, la qualità dell’indagine e le risorse analitiche richieste. Ma il punto sollevato dall’autore riguarda precisamente il rapporto tra costo e sicurezza: intervenire prima che un contatto diventi reclutamento, o che una rete relazionale venga trasformata in un canale di penetrazione, è più complesso ma anche più efficace. Il caso richiamato da Cristadoro consegna dunque una lezione che supera la cronaca: nella competizione ibrida, la resilienza delle istituzioni dipende dalla capacità di riconoscere per tempo le vulnerabilità umane e organizzative.
Fonte: Nicola Cristadoro, “Misure attive e attacchi ibridi russi in Italia. Lo spy game nostrano raccontato dal gen. Cristadoro”, Formiche, 17 luglio 2026.
Il presente articolo rielabora in forma giornalistica i principali contenuti dell’analisi, alla quale si rinvia per la lettura integrale.
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