Il calcio è la continuazione della politica con altri mezzi.

Europa contro Sud America, Spagna contro Argentina, conquistadores contro conquistados. E, ancora, i canti dei calciatori argentini per le Malvinas, un “clásico” della decolonizzazione, e il “corto circuito” di Buenos Aires accusata di essere una nazione “troppo bianca”. Senza dimenticare l'impatto che ha avuto la presenza dell’Iran in questo torneo.

Il calcio come continuazione della politica

La geopolitica dei Mondiali 2026 si comprende davvero solo partendo da un’idea antica: il calcio è la continuazione della politica con altri mezzi. Non è una metafora, ma una genealogia. Lo sport, fin dalle sue origini, è stato uno strumento di nazionalizzazione delle masse, un dispositivo capace di trasformare popolazioni disperse in una comunità immaginata. Gli antichi Greci lo avevano intuito con straordinaria lucidità: durante i giochi olimpici si sospendevano le ostilità, ma proprio in quel contesto si formavano alleanze, si misuravano le gerarchie, si decidevano guerre. La competizione atletica non era un diversivo pacifico, bensì un campo di battaglia ritualizzato dove la polis metteva in scena la propria forza. Nel Novecento questa intuizione è stata ripresa con una potenza inedita, e il caso della Germania nazista lo dimostra con chiarezza. Le Olimpiadi del 1936 furono progettate come una vetrina geopolitica, un palcoscenico per mostrare al mondo la presunta superiorità ariana e la modernità del Reich. Lo sport non era un passatempo: era propaganda, era diplomazia, era strategia.

In questo lungo processo storico il calcio si è imposto su tutti gli altri sport perché è, nella sua struttura profonda, una guerra simulata per la conquista dello spazio. Il campo è un territorio da conquistare, le linee sono confini, le squadre sono comunità politiche che si affrontano per l’egemonia. I ruoli stessi hanno nomi militari: attacco, difesa, bomber. La tattica è un linguaggio strategico fatto di avanzate, ripiegamenti, occupazione del campo. Il calcio è la grammatica della politica tradotta in movimento, comprensibile a tutti, capace di creare eroi collettivi e di mobilitare emozioni nazionali come nessun’altra disciplina.

Le fratture geopolitiche dei Mondiali

Negli ultimi decenni ogni Mondiale ha raccontato una frattura geopolitica. L’Argentina contro l’Inghilterra nel 1986 fu la prosecuzione simbolica della guerra delle Falkland: la “Mano de Dios” e il “Gol del Secolo” vennero vissuti dagli argentini come una rivincita nazionale, e i canti dedicati alle Malvinas oggi dagli argentini mostrano che il calcio non ricompone soltanto le fratture politiche, ma le espone, le amplifica, le rende visibili. Il Sudafrica post‑apartheid trasformò il calcio in un veicolo di riconciliazione nazionale, mentre la Russia nel 2018 utilizzò il Mondiale per presentarsi come potenza stabile e moderna nonostante le tensioni internazionali. Il Qatar nel 2022 ha portato questo meccanismo all’estremo, usando la Coppa del Mondo come strumento di soft power per affermare la propria centralità geopolitica.

Organizzare un Mondiale significa acquisire un nuovo status internazionale. È un rito di passaggio: la Russia cercava normalizzazione, il Sudafrica rinascita, il Qatar legittimazione globale. Il Mondiale è un dispositivo di branding nazionale, un modo per dire al mondo “noi siamo qui, contiamo, siamo attori della storia”.

Il 2026 e il paradosso dell’unità nordamericana

I Mondiali 2026, ribattezzati “United”, dovevano rappresentare l’unità nordamericana. In teoria USA, Canada e Messico avrebbero dovuto mostrarsi come macro‑regione integrata. In pratica hanno rivelato tensioni profonde: il modello sovranista statunitense, il multiculturalismo canadese, la ricerca di dignità nazionale del Messico in un rapporto spesso asimmetrico con Washington. Il torneo non ha unito, ha mostrato le fratture. Gli USA sono usciti dal torneo con disonore e la collusione Infantino Trump ha ribadito che la forza epica del calcio è data dagli eroi sul campo, come in guerra, non dagli inciuci di potere.

Nazioni calcistiche e identità politiche

Un altro tema centrale di questo mondiale è stato il superamento della nazionale di calcio come simbolo dello Stato‑nazione. La Francia è il caso più citato: una squadra plurale, espressione del multiculturalismo repubblicano.

Un modello che già in passato i più cinici contrapposero alla omogeneità etnica di Croazia e Argentina.

Ma questa volta, il mondiale sovranista di Trump ha posto due problemi ai blues. La prima riguarda il Marocco della diaspora, che ha mostrato che la nazione calcistica ha ancora un futuro come nazione tout court: molti giocatori erano nati altrove, ma si sentivano marocchini, e la loro appartenenza non era amministrativa, bensì identitaria. La seconda riguarda proprio la Francia, che ha utilizzato il calcio per passare da un modello di integrazione della Françafrique di tipo assimilazionista a multiculturale.

Mbappé è una splendida storia di integrazione, ma la politica francese mostra una tensione crescente tra il multiculturalismo delle élite e il sentimento delle maggioranze, più inclini a un modello assimilazionista se non nativista.

Un paradosso che potrebbe essere suggellato con le prossime presidenziali e la vittoria di Marine Le Pen.

Il calcio, dunque, non è solo luogo di composizione delle fratture politiche, ma anche palcoscenico dove queste fratture si mostrano, si cantano, si vivono.

Una mappa geopolitica vivente

I Mondiali 2026 sono quindi molto più di un torneo: sono una mappa geopolitica vivente, un teatro dove Stati cercano status, le identità si ridefiniscono, i conflitti emergono e le narrazioni nazionali si reinventano. Il calcio è la continuazione della politica con altri mezzi e ogni partita è un capitolo della storia del mondo.

Alessio Postiglione

Alessio Postiglione

Direttore scientifico di DYNAMES. Si occupa di analisi e riflessione sui temi della politica, della comunicazione e delle dinamiche strategiche contemporanee.