La città prima della parola
Prima ancora di essere una categoria urbanistica, la periferia è una scena: una scuola che fatica a trattenere i ragazzi, un campetto lasciato a metà, una piazza senza manutenzione, una stazione attraversata più che abitata, una parrocchia, un’associazione, una pattuglia, un centro sportivo riaperto, un servizio sociale che prova a non perdere il contatto con le fragilità quotidiane. È in questi luoghi che lo Stato viene percepito non come architettura normativa, ma come presenza concreta: non conta soltanto che esista un diritto, ma che quel diritto diventi accessibile, visibile, ordinario.
La periferia, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con ciò che è distante dal centro urbano; è periferico ciò che resta distante dalla continuità dei servizi, dalla qualità dello spazio pubblico, dalla sicurezza vissuta, dalla mobilità, dall’educazione e dalla cura amministrativa. Il 24 giugno, Giornata nazionale delle periferie urbane, offre allora una chiave più profonda di una semplice commemorazione civile: la Legge n. 170 del 2024 la collega espressamente alle condizioni di inclusività, sostenibilità e sicurezza di queste aree, nonché alla promozione del loro sviluppo economico, sociale e culturale, spostando il tema dal linguaggio politico all’agenda istituzionale.
Ancora più significativo è il metodo delineato dalla stessa legge, che chiama in causa non soltanto lo Stato centrale, ma anche Regioni, Province, Città metropolitane, Comuni, istituzioni scolastiche, Terzo settore, organizzazioni locali, associazioni giovanili, parti sociali e categorie produttive. È una grammatica di governance multilivello: la periferia viene riconosciuta come problema pubblico complesso, che non può essere risolto da un singolo attore né da un solo settore amministrativo. Il Parlamento, dunque, non celebra semplicemente un luogo; riconosce una frattura. E il Presidente della Repubblica, nella prima ricorrenza del 2025, ha ricondotto la questione periferica alla qualità degli insediamenti, all’equilibrio delle opportunità e allo sviluppo equo della popolazione: un passaggio politico-istituzionale non secondario, perché le periferie entrano nel discorso pubblico come misura della capacità repubblicana di tenere insieme eguaglianza, sicurezza e coesione.
Fonti: Legge 5 novembre 2024, n. 170, “Istituzione della Giornata nazionale delle periferie urbane”, in G.U. Serie generale n. 270 del 18 novembre 2024; Presidenza della Repubblica, “Dichiarazione del Presidente Mattarella in occasione della Giornata nazionale delle periferie urbane”, 24 giugno 2025.
La periferia come relazione con lo Stato
Il rischio di ogni discorso sulle periferie è la genericità. Si parla di margini, degrado, disagio, abbandono, senza precisare che cosa venga effettivamente meno. Una lettura più utile considera la periferia come una relazione debole tra cittadini e istituzioni. Non è soltanto un’area urbana fragile; è un luogo nel quale la presenza pubblica appare meno prevedibile, meno accessibile, meno capace di produrre fiducia.
Per questo la misurazione è decisiva. Gli strumenti ISTAT, dal BES dei territori all’Indice di Disagio socio-economico a livello sub-comunale, consentono di leggere le vulnerabilità in modo più preciso, intercettando dimensioni economiche, lavorative, educative e sociali. È un passaggio metodologico essenziale: non basta “vedere” la periferia; occorre mapparla, misurarla, seguirne l’evoluzione.
L’IDISE, in particolare, non va richiamato come fotografia del presente immediato, ma come strumento metodologico: i dati fanno riferimento all’anno 2021, mentre i primi risultati sono stati pubblicati nel dicembre 2025 e la dashboard nel marzo 2026. Proprio questa distinzione è utile: le politiche pubbliche serie devono saper lavorare su basi statistiche solide, anche quando esse restituiscono processi territoriali che maturano nel tempo.
L’attenzione sub-comunale cambia il modo di costruire la decisione pubblica. Non tutte le periferie sono uguali, non tutti i quartieri fragili presentano le stesse cause, non tutte le aree vulnerabili richiedono gli stessi strumenti. La periferia, se osservata seriamente, non è un’immagine uniforme: è una geografia differenziata di bisogni, opportunità mancate, resilienze locali e fallimenti amministrativi.
Fonti: ISTAT, “Audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie”, 26 giugno 2024; ISTAT, “Indice di Disagio socio-economico di individui e famiglie a livello sub-comunale – IDISE. Anno 2021”; ISTAT, “Dashboard dell’Indice di Disagio socio-economico a livello sub-comunale – IDISE. Anno 2021”, 10 marzo 2026; ISTAT, “BES dei territori – Edizione 2025”, 1 luglio 2025.
Sicurezza urbana, oltre l’ordine pubblico
La periferia non può essere compresa senza il tema della sicurezza. Ma la sicurezza, qui, non coincide con una lettura esclusivamente repressiva. Il D.L. n. 14 del 2017, convertito dalla legge n. 48 del 2017, fornisce una base giuridica più ampia: la sicurezza integrata è il risultato del coordinamento tra Stato, Regioni, Province autonome, enti locali e altri soggetti istituzionali, finalizzato al benessere delle comunità territoriali.
La sicurezza urbana, nello stesso decreto, è qualificata come bene pubblico relativo alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche mediante riqualificazione urbanistica, sociale e culturale, recupero delle aree degradate, eliminazione dei fattori di marginalità, prevenzione della criminalità, promozione della legalità, coesione sociale e convivenza civile.
È una definizione importante perché impedisce due semplificazioni opposte. Da un lato, quella securitaria, secondo cui la periferia sarebbe solo territorio da controllare. Dall’altro, quella sociale, secondo cui la sicurezza sarebbe un tema secondario rispetto al welfare. La sicurezza urbana integrata tiene insieme entrambe le dimensioni: legalità e servizi, prevenzione e riqualificazione, presidio e partecipazione.
In questa prospettiva, la sicurezza non è soltanto controllo del territorio; è governo delle condizioni che rendono un territorio abitabile, legale e riconoscibile come parte della Repubblica.
Fonti: D.L. 20 febbraio 2017, n. 14, “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, convertito, con modificazioni, dalla Legge 18 aprile 2017, n. 48, artt. 1 e 4.
Rigenerare non significa abbellire
Anche la rigenerazione urbana rischia di essere fraintesa. Se ridotta alla riqualificazione estetica, produce superfici nuove su fratture vecchie. Una piazza rifatta, da sola, non basta. Un edificio restaurato, se non diventa funzione pubblica, resta un segnale debole. La rigenerazione è efficace quando ricostruisce densità istituzionale: servizi, spazi comuni, scuola, sport, cultura, mobilità, verde, welfare, sicurezza, partecipazione.
Le fonti amministrative più recenti insistono proprio su questa prospettiva. La rigenerazione urbana viene letta non solo in termini urbanistici e ambientali, ma anche sociali, con attenzione a luoghi di aggregazione culturale, religiosa, sportiva e civica. Il PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027, i Piani Urbani Integrati del PNRR e le strategie europee di sviluppo urbano sostenibile confermano la stessa direzione: l’intervento sui luoghi deve produrre inclusione, accessibilità e qualità della vita.
La prospettiva europea rafforza il punto. L’Urban Agenda for the EU propone un metodo multilivello e partenariale per le politiche urbane. La politica di coesione 2021-2027 sostiene strategie territoriali integrate, affidate anche al protagonismo delle autorità urbane e dei partenariati locali. La New Leipzig Charter richiama la città giusta, verde e produttiva come spazio orientato al bene comune. Sono formule diverse, ma convergono su un medesimo principio: la città non si governa per settori separati, ma per connessioni.
Rigenerare una periferia, dunque, non significa abbellirla. Significa ricostruire luoghi nei quali la presenza pubblica torni a essere ordinaria. La differenza è decisiva: l’abbellimento produce immagine; la rigenerazione produce capacità.
Fonti: Conferenza Stato-Città e autonomie locali, “Le politiche pubbliche in materia di rigenerazione urbana”, 12 novembre 2024; PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027; Invitalia, “PNRR, gare da 1,8 miliardi per riqualificare le periferie di 13 grandi città”, 4 ottobre 2022; Commissione europea, “Sustainable urban development”; Urban Agenda for the EU; New Leipzig Charter, “The transformative power of cities for the common good”, 2020.
Caivano come caso-soglia
Caivano è un caso-soglia. Non perché esaurisca la questione delle periferie italiane, ma perché rende visibile una dinamica ricorrente: quando la frattura sociale, criminale, educativa e urbana diventa troppo evidente, lo Stato torna in forma straordinaria.
Il D.L. n. 123 del 2023, convertito dalla Legge n. 159 del 2023, ha previsto un piano straordinario di interventi infrastrutturali e di riqualificazione funzionali al territorio del Comune di Caivano. Successivamente, il D.L. n. 208 del 2024, convertito dalla Legge n. 20 del 2025, ha esteso il perimetro degli interventi straordinari ad alcuni Comuni e aree metropolitane ad alta vulnerabilità sociale, tra cui Scampia-Secondigliano a Napoli, Alessandrino-Quarticciolo a Roma, Borgo Nuovo a Palermo, San Cristoforo a Catania, Rosarno-San Ferdinando, Orta Nova e Rozzano.
Il punto, però, non è celebrare l’eccezione. Caivano mostra che lo Stato può tornare visibile nei territori fragili. Ma la legittimità non si misura soltanto nell’intervento straordinario: si misura nella continuità amministrativa dopo l’emergenza. Una politica pubblica matura non interviene soltanto quando il degrado è divenuto caso nazionale; costruisce strumenti per riconoscere prima i segnali territoriali di rottura.
La formula “modello Caivano” può essere suggestiva, ma rischia di semplificare. Più corretto è parlare di una logica di intervento straordinario su aree urbane ad alta vulnerabilità sociale. È una distinzione non solo lessicale. Il modello, per essere tale, dovrebbe dimostrare capacità di stabilizzazione, trasferibilità e continuità nel tempo. L’intervento straordinario, invece, è una risposta necessaria, ma non ancora sufficiente.
Fonti: D.L. 15 settembre 2023, n. 123, “Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale”, convertito, con modificazioni, dalla Legge 13 novembre 2023, n. 159; Delibera del Consiglio dei Ministri 28 dicembre 2023, “Approvazione del Piano straordinario di interventi infrastrutturali o di riqualificazione funzionale al territorio del Comune di Caivano”; D.L. 31 dicembre 2024, n. 208, convertito, con modificazioni, dalla Legge 28 febbraio 2025, n. 20; Commissario straordinario per Caivano, “Piano straordinario di interventi infrastrutturali e di progetti di riqualificazione sociale e ambientale funzionali ai Comuni o alle Aree Metropolitane ad alta vulnerabilità sociale”.
Dalla periferia alla resilienza civile
Una periferia fragile non è soltanto un problema urbano. È un punto di vulnerabilità del sistema pubblico. Dove i servizi essenziali sono intermittenti, le infrastrutture deboli, la fiducia istituzionale rarefatta e le reti sociali lasciate sole, la sicurezza smette di essere una questione esclusivamente ordinaria e diventa capacità di tenuta civile. È in questo passaggio che il tema delle periferie può essere letto anche attraverso la grammatica strategica della resilienza.
La resilienza NATO, fondata sull’art. 3 del Trattato Nord Atlantico, riguarda la capacità degli Stati alleati di mantenere e sviluppare la propria capacità individuale e collettiva di resistere alle crisi e alle minacce. Sul piano della civil preparedness, essa si collega alla continuità del governo, alla continuità dei servizi essenziali alla popolazione e al supporto civile alle operazioni militari. Le baseline requirements comprendono, tra l’altro, energia, movimenti di popolazione, cibo e acqua, crisi sanitarie, comunicazioni civili e trasporti resilienti.
Il punto metodologico è il cosiddetto approccio whole-of-society: governo, settore privato e società civile concorrono alla tenuta complessiva della comunità. Trasferita sul piano urbano, questa logica suggerisce una lettura precisa: una città resiliente non è quella che protegge solo il centro direzionale, ma quella che impedisce ai suoi margini di diventare zone di vulnerabilità sistemica.
Dove servizi essenziali, trasporti, reti sociali, sanità territoriale, scuola e fiducia istituzionale sono deboli, la sicurezza diventa più fragile. Non perché la periferia sia una minaccia, ma perché rivela il grado di tenuta del sistema. In questa chiave, la periferia può essere letta come infrastruttura civile della sicurezza democratica.
Fonti: NATO, “Resilience, civil preparedness and Article 3”, 13 novembre 2024; NATO, “Strengthened Resilience Commitment”, 14 giugno 2021; NATO, Strategic Concept 2022; NATO, “Human Security”, aggiornato al 30 agosto 2024.
Il limite dell’emergenza
L’emergenza ha una funzione: interrompe l’inerzia, concentra risorse, rende visibile una priorità. Ma ha anche un limite: se resta l’unico modo attraverso cui lo Stato arriva nei territori fragili, rivela una debolezza ordinaria della macchina pubblica. La sfida non è sostituire l’amministrazione con il commissariamento, ma fare in modo che l’intervento straordinario produca competenze, infrastrutture, procedure e reti capaci di durare. Il ritorno dello Stato non può essere soltanto evento. Deve diventare metodo.
È qui che si innesta la legittimità di prossimità: la capacità delle istituzioni di essere percepite come credibili, utili e presenti nei luoghi della vita quotidiana. La legittimità non è soltanto conformità alla legge; è esperienza concreta di affidabilità pubblica. Una strada illuminata, un servizio accessibile, una scuola aperta, un presidio sociale stabile, uno spazio sportivo funzionante possono produrre più fiducia di molte dichiarazioni programmatiche. L’OCSE collega la fiducia nelle istituzioni a fattori come affidabilità, responsività, equità, integrità e apertura. La Caritas, da un’altra prospettiva, richiama invece lo “sguardo della prossimità” come capacità di intercettare ciò che resta fuori campo: povertà, esclusione, vulnerabilità, solitudini sociali, fragilità abitative ed economiche. Sono linguaggi diversi, ma convergono su un punto: ciò che non viene visto dalle istituzioni tende a diventare distanza, e la distanza diventa sfiducia.
Il caso italiano diventa più chiaro se osservato accanto ad altri modelli europei. Non per costruire comparazioni forzate, ma per riconoscere una dinamica comune: in molte democrazie urbane, le periferie sono diventate il punto in cui si incrociano sicurezza, welfare, immigrazione, diseguaglianza, partecipazione e fiducia pubblica. La Francia offre il paradigma più noto delle banlieues: territori nei quali la questione urbana si intreccia con integrazione, ordine pubblico, politiche educative, segregazione spaziale e identità repubblicana. Il Regno Unito ha sviluppato, soprattutto rispetto alla violenza giovanile, un approccio che combina sicurezza, safeguarding, prevenzione e interventi comunitari. Le politiche europee di coesione, invece, insistono sempre più su strumenti place-based, strategie territoriali integrate, partenariati locali e ruolo delle città nella costruzione di risposte pubbliche adattate ai contesti.
Questi specchi non servono a dire che tutte le periferie siano uguali. Servono a mostrare che il problema non è locale in senso riduttivo. È locale perché accade nei quartieri, ma strategico perché riguarda la capacità complessiva dello Stato di governare fratture sociali prima che diventino crisi di legittimità. In questa prospettiva, l’emergenza può aprire una finestra di intervento, ma solo la continuità amministrativa, sociale e istituzionale può trasformarla in fiducia.
Fonti: OECD, “Survey on Drivers of Trust in Public Institutions – 2024 Results”, 2024; OECD, “Government at a Glance 2025”; Caritas Italiana, “Fuori campo. Lo sguardo della prossimità. Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia 2025”; Urban Agenda for the EU; Commissione europea, “Cohesion Policy 2021-2027”; Commissione europea, “Sustainable urban development”; New Leipzig Charter, 2020; UN-Habitat, “World Cities Report 2024: Cities and Climate Action”.
Governare la fiducia
Il 24 giugno non dovrebbe diventare la giornata retorica dei margini. Dovrebbe diventare il momento annuale in cui lo Stato misura la propria capacità di prossimità. Non basta chiedersi quante opere siano state finanziate; occorre chiedersi se siano aumentati servizi, accessibilità, fiducia, partecipazione, sicurezza percepita e reale, opportunità educative, qualità dello spazio pubblico.
Per questo le periferie non vanno portate al centro soltanto nel linguaggio politico. Devono diventare il centro metodologico della decisione pubblica. Una politica urbana è credibile non quando funziona nei quartieri già forti, ma quando riesce a produrre fiducia dove la distanza dallo Stato è più visibile.
La sicurezza nazionale non dipende solo da confini, difesa, cyber security e infrastrutture critiche. Dipende anche dalla tenuta delle comunità, dalla continuità dei servizi, dalla credibilità delle amministrazioni, dalla capacità di prevenire che la marginalità diventi sfiducia e che la sfiducia diventi vulnerabilità.
In questa prospettiva, il 24 giugno potrebbe diventare non solo una ricorrenza, ma una forma di rendicontazione pubblica: che cosa è cambiato nelle periferie? Quali servizi sono migliorati? Quali aree restano vulnerabili? Quali quartieri mostrano segnali di rottura? Quali reti sociali funzionano? Quali interventi straordinari sono diventati capacità ordinaria?
Una Repubblica non è forte perché illumina il centro. È forte quando non lascia opachi i suoi margini.
Fonti: Legge 5 novembre 2024, n. 170; D.L. 20 febbraio 2017, n. 14, convertito dalla Legge 18 aprile 2017, n. 48; ISTAT, IDISE e BES dei territori; OECD, “Government at a Glance 2025”; NATO, “Resilience, civil preparedness and Article 3”; Caritas Italiana, “Fuori campo. Lo sguardo della prossimità. Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia 2025”.
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