Relatori: Gianandrea Gaiani; Gen. Giovanni Maria Iannucci; Gen. Salvatore CuociAnalisi a cura di: Nicola Barbesino

Il panel dedicato al futuro della guerra ha affrontato una tensione che attraversa tutti i conflitti contemporanei: l’accelerazione tecnologica convive con il ritorno dell’attrito, della massa, della trincea, della saturazione e della profondità industriale. Droni, intelligenza artificiale e sistemi a basso costo modificano tempi, costi e modalità dell’azione militare, ma non eliminano la dimensione materiale e umana della guerra.

I casi di riferimento sono stati l’invasione russa dell’Ucraina e il più recente confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti. Entrambi mostrano che la tecnologia può ampliare la capacità di colpire, osservare e saturare, ma non sostituisce scorte, munizioni, logistica, capacità produttiva, volontà di combattere e coesione sociale.

La guerra del futuro non sarà solo più tecnologica: sarà anche più lunga, più costosa, più industriale e più esigente per la resilienza delle società democratiche.
Panel — Attrito, saturazione e sostenibilità dei conflitti

BLUF — Bottom Line Up Front

Il futuro della guerra non coincide con la sostituzione della massa da parte della tecnologia. Al contrario, i conflitti recenti mostrano che l’innovazione produce effetti decisivi solo quando è sostenuta da capacità produttiva, logistica, dottrina, personale addestrato e volontà politica. La democratizzazione dell’accesso a droni, sensori, munizioni circuitanti e sistemi low-cost riduce il divario tra attori maggiori e minori, ma rende più difficile mantenere il vantaggio nel tempo. Per l’Italia, la lezione è chiara: la prontezza non può essere misurata soltanto sul livello qualitativo delle piattaforme, ma sulla capacità del Sistema Paese di rigenerare mezzi, munizioni, personale, consenso e continuità industriale in uno scenario prolungato.

Takeaway strategici

  1. La massa torna centrale. La superiorità tecnologica resta essenziale, ma nei conflitti lunghi conta la disponibilità di munizioni, piattaforme, scorte, riserve e capacità di sostituzione.
  2. La saturazione è un problema militare ed economico. Sistemi low-cost possono obbligare l’avversario a risposte molto più costose, erodendo sostenibilità finanziaria e credibilità deterrente.
  3. La logistica discrimina la capacità di durare. Nel conflitto moderno non basta vincere il primo ciclo operativo: occorre sostenere nel tempo manutenzione, rifornimenti, rotazioni, conversione produttiva e rigenerazione.
  4. La volontà di combattere è un obiettivo strategico. La cognitive warfare mira al consenso degli elettorati e alla coesione sociale, soprattutto nelle democrazie occidentali.
  5. L’Europa deve ridurre frammentazione e dipendenze. Standard multipli, catene industriali non integrate e lentezza decisionale possono trasformarsi in vulnerabilità operativa.

Gianandrea Gaiani: massa, munizioni e vuoti strategici

Il primo intervento ha messo in evidenza come il divario tra grandi potenze e attori militari più piccoli si sia progressivamente assottigliato. La resistenza ucraina oltre le aspettative e la capacità iraniana di mantenere forme di resistenza e contrattacco mostrano che il vantaggio militare non è più garantito dalla sola superiorità tecnologica o dal peso geopolitico.

La lezione comune riguarda la scarsità di munizioni pregiate e la difficoltà di mantenere scorte adeguate durante un conflitto prolungato. In questo contesto, la massa resta necessaria: non come ritorno nostalgico a modelli passati, ma come condizione di sostenibilità operativa. Senza profondità quantitativa, anche sistemi avanzati rischiano di esaurire rapidamente il proprio valore strategico.

Gaiani ha inoltre richiamato il tema della credibilità della presenza americana nel Golfo. Una postura percepita come deterrente può trasformarsi in vulnerabilità se non è sostenuta da capacità, volontà e coerenza strategica. L’eventuale vuoto di potere apre spazi ad altri attori, inclusa la Cina, e pone all’Italia una domanda di fondo: quale ruolo può assumere una potenza economica e militare significativa in una regione strategicamente rilevante?

Commento dell’analista

La riflessione sulla credibilità americana apre un tema decisivo: la dispersione strategica degli Stati Uniti e il rapporto tra garanzie di sicurezza, capacità di proiezione e autonomia europea. L’ipotesi di una maggiore presenza italiana nel Golfo è stimolante, ma richiede una definizione più precisa: in quale quadro multilaterale, con quali obiettivi politici e con quali capacità reali?

Gen. Giovanni Maria Iannucci: natura della guerra, logistica e volontà

Il secondo intervento ha posto al centro una tesi classica ma attualissima: la natura della guerra non è cambiata. Anche quando cambiano strumenti, domini e tecnologie, l’obiettivo resta colpire la volontà e la coesione dell’avversario. I conflitti durano, la superiorità tecnologica non basta e la logistica rimane spesso il fattore discriminante.

Iran e Ucraina hanno dimostrato la possibilità di abbattere i costi mantenendo efficacia, rendendo economicamente insostenibile la risposta avversaria. Questa dinamica riguarda ormai anche attori non statali, come dimostrano le minacce alla sicurezza marittima e alle rotte commerciali. Il rischio è cadere nella “fallacia dell’innovazionismo”: ieri l’illusione che la sola superiorità aerea potesse risolvere la guerra, oggi l’idea che i droni siano una risposta autosufficiente.

La parte più rilevante dell’intervento riguarda il fattore umano. La volontà di combattere mostrata da Ucraina e Iran non è automaticamente replicabile nelle società occidentali. L’avversario lo comprende e mira al consenso degli elettorati, sfruttando strumenti cognitivi, narrativi e informativi. In questa prospettiva, la cognitive warfare non è un tema accessorio, ma una componente della capacità di resistere.

Il richiamo al Piano Militare di Difesa Nazionale elaborato dal COVI indica una crescente attenzione verso generazione e rigenerazione di capacità, anche in relazione al contributo italiano ai piani regionali di difesa NATO.

Commento dell’analista

Il nesso tra volontà di combattere, cognitive warfare e resilienza del Sistema Paese rappresenta uno dei punti più importanti del panel. Il dibattito italiano sulla difesa beneficerebbe di un approccio più esplicitamente whole-of-government e whole-of-society, capace di collegare prontezza militare, comunicazione pubblica, educazione civica, industria e coesione democratica.

Gen. Salvatore Cuoci: lezioni ucraine, industria e Combat Dome

Il terzo intervento ha sottolineato che i conflitti contemporanei producono conseguenze globali anche quando appaiono regionali. Il rapporto con l’Ucraina si è trasformato: non si tratta più soltanto di sostenere Kiev, ma di apprendere dalle sue esperienze e integrarle nella dottrina italiana.

Il nodo europeo emerge con forza. A differenza degli Stati Uniti, che possono contare su standard e filiere più concentrate, l’Europa sconta produttori multipli, standard diversi e processi di acquisizione frammentati. Quando manca una capacità, il rischio è finire in lista d’attesa rispetto alle priorità altrui. Per questo diventa necessario un piano nazionale di rapida conversione produttiva.

Il Generale Cuoci ha inoltre richiamato il dibattito sul futuro dei corazzati. Il carro armato non è obsoleto: integra protezione, mobilità e fuoco, e resta attuale se inserito in un’architettura connessa e protetta. La vera sfida è accorciare radicalmente il ciclo di sviluppo, adattamento e integrazione.

In questo quadro si colloca la “bolla tattica”, o Combat Dome: un sistema di integrazione finalizzato a garantire connettività, protezione e cooperazione tra piattaforme nel campo di battaglia. I droni, in questa prospettiva, sono un complemento e non un sostituto della manovra, della protezione e della capacità terrestre integrata.

Commento dell’analista

La Combat Dome rappresenta un esempio concreto di adattamento ai conflitti di domani: non una singola piattaforma risolutiva, ma un ecosistema che collega sensori, effettori, protezione, mobilità e comando. Il dibattito sul mercato europeo della difesa richiede però una prospettiva industriale più ampia e un coinvolgimento strutturato del settore privato.

La questione industriale: produrre, rigenerare, adattare

Il ritorno della massa non significa rinunciare all’innovazione. Significa riconoscere che l’innovazione deve essere producibile, sostenibile e rigenerabile. Una capacità che non può essere prodotta in quantità adeguata, riparata rapidamente o aggiornata in tempi compatibili con il conflitto rischia di essere strategicamente insufficiente.

La guerra d’attrito obbliga a riconsiderare l’intero ciclo: requisito operativo, procurement, produzione, manutenzione, aggiornamento, scorte, addestramento e impiego. In un ambiente saturo, la velocità di adattamento industriale diventa una forma di deterrenza. Chi può apprendere più rapidamente, modificare i sistemi, aumentare i ratei produttivi e rigenerare capacità mantiene iniziativa e credibilità.

Cognitive warfare e resilienza democratica

Il panel ha lasciato emergere un tema che in Italia resta ancora sottosviluppato: la difesa della volontà collettiva. Nei conflitti contemporanei, la pressione non si esercita solo sul fronte militare, ma anche sulla percezione pubblica, sulla fiducia nelle istituzioni, sulla disponibilità al sacrificio e sulla coesione sociale.

La cognitive warfare punta precisamente a questa soglia: rendere politicamente insostenibile la continuità dello sforzo, alimentare polarizzazione, indebolire la fiducia e separare la società dalle proprie istituzioni. Per questo la resilienza nazionale non può essere interpretata solo come protezione fisica delle infrastrutture, ma anche come capacità di comprendere, comunicare e sostenere nel tempo le ragioni della sicurezza.

Valutazione critica

Nel complesso, gli interventi restituiscono una lettura coerente dei conflitti contemporanei. Massa e rigenerazione delle capacità tornano centrali dopo decenni in cui la superiorità qualitativa sembrava sufficiente a definire il vantaggio occidentale. La tecnologia resta decisiva, ma solo se inserita in una dottrina adeguata e sostenuta da volontà di combattere, logistica, industria e società.

Restano tuttavia alcune questioni aperte. La presenza italiana nel Golfo richiede una definizione più puntuale. Il rapporto tra cognitive warfare e resilienza delle democrazie merita una discussione più ampia. Il quadro europeo della difesa comune, pur evocato, necessita di un approfondimento specifico su interoperabilità, standardizzazione, procurement e capacità industriale condivisa.

Conclusione analitica

La lezione del panel è netta: la guerra del futuro non sarà una guerra “post-materiale”. Sarà una guerra in cui sensori, droni, intelligenza artificiale e sistemi autonomi aumenteranno velocità e letalità, ma in cui continueranno a pesare munizioni, scorte, protezione, logistica, personale, addestramento, industria e volontà collettiva.

Per l’Italia, prepararsi a questo scenario significa costruire una politica industriale della difesa, sviluppare capacità di rapida conversione produttiva, rafforzare l’interoperabilità europea e integrare la dimensione cognitiva nella cultura della sicurezza nazionale. L’attrito e la saturazione non sono residui del passato: sono le condizioni dentro cui l’innovazione dovrà dimostrare il proprio valore.

Output strategico

  • La massa e l’attrito richiedono un ripensamento dottrinale e una capacità produttiva nazionale per conflitti prolungati.
  • La politica industriale della difesa diventa un tema critico della prontezza del Sistema Paese.
  • Volontà di combattere e cognitive warfare devono essere integrate nella riflessione su resilienza sociale e comunicazione pubblica della sicurezza.
  • Ulteriore ricerca su capacità industriale italiana, difesa comune europea e interoperabilità avrebbe forte rilevanza istituzionale.
Nicola Barbesino

Nicola Barbesino

Analista e ricercatore sui temi della difesa e della sicurezza, approfondisce l’evoluzione degli scenari strategici, il rapporto tra Forze Armate, società e innovazione, e le trasformazioni della sicurezza nazionale. Contribuisce alle attività di ricerca di DYNAMES con attenzione a deterrenza, resilienza e cultura della difesa.