“L’intelligenza artificiale è diventata uno dei linguaggi attraverso cui l’Occidente racconta la propria apocalisse culturale, e prova a immaginare la propria rinascita.”

Nel 2026 Roma è diventata, quasi senza volerlo, uno dei teatri simbolici della battaglia narrativa sull'intelligenza artificiale. Da una parte Peter Thiel, co-fondatore di Palantir, ha di recente organizzato nei pressi del Vaticano una serie di lezioni sull'Anticristo, attirando attenzione e polemiche anche per la prossimità fisica e simbolica con le istituzioni cattoliche. Dall’altra Papa Leone XIV ha pubblicato Magnifica Humanitas, enciclica dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. Nel mezzo si colloca Alex Karp, amministratore delegato di Palantir e autore, con Nicholas W. Zamiska, di La repubblica tecnologica: testo che può essere letto come manifesto di una nuova fase del capitalismo tecnologico americano, meno interessata alla retorica libertaria della Silicon Valley e più legata a difesa, Stato, intelligence, hard power e competizione geopolitica.

Questa coincidenza non va però trattata come semplice curiosità: è un sintomo. Tecnologia, apocalisse, potere, religione, Occidente, tutti elementi che stanno tornando a parlarsi, dentro una narrazione che richiama un lessico apparentemente anacronistico e invece descrive con precisione il presente. L'intelligenza artificiale viene contemporaneamente discussa come infrastruttura strategica, rischio esistenziale, promessa di salvezza, motore di produttività, minaccia per il lavoro, nuova questione sociale, arma, oracolo, assistente, specie nascente. Ogni definizione orienta una politica, ogni metafora apre un campo di possibilità e ne chiude altri. Chi riesce a definire l'IA come infrastruttura di sicurezza orienta il dibattito verso la difesa; chi la definisce come motore di crescita orienta le politiche verso produttività e mercato; chi la definisce come minaccia esistenziale può legittimare concentrazioni eccezionali di potere; chi la definisce come questione sociale riapre il campo della deliberazione pubblica.

Da qui la proposta di osservare e analizzare le strategie narrative al centro dei testi sopra accennati muovendo da una specifica tesi: l'intelligenza artificiale è diventata uno dei linguaggi attraverso cui l'Occidente racconta la propria «apocalisse culturale», e prova a immaginare la propria rinascita. Karp, Thiel e Leone XIV non offrono soltanto tre opinioni diverse sulla tecnologia: mettono in scena tre narrazioni concorrenti del futuro, ciascuna con la propria mappa del pericolo e la propria promessa di salvezza. Karp e Thiel abitano lo stesso campo, ovvero la convinzione che l'Occidente stia affrontando l’ennesimo momento di profonda crisi esistenziale e che la tecnologia sia il terreno su cui quella crisi si decide, ma con grammatiche diverse: Karp attraverso il lessico civico della potenza e della repubblica, Thiel attraverso quello apocalittico dell'Anticristo e del katechon (forza o entità capace di frenare l’avvento dell’anticristo e la fine del mondo). Leone XIV entra nella stessa arena con categorie opposte: custodia, limite, dignità, bene comune, e la scelta tra Babele e Gerusalemme come metafora politica dell'epoca algoritmica. Le parole, in questa partita, preparano la politica più di quanto non la accompagnino.

L'apocalisse senza riscatto

Per capire la posta in gioco può essere utile tornare a Ernesto De Martino. Nel suo monumentale testo postumo, La fine del mondo. Contributo all'analisi delle apocalissi culturali, l'antropologo italiano non studia l'apocalisse come semplice previsione catastrofica. La interpreta come esperienza culturale della crisi: il momento in cui un mondo specificamente storicizzato perde la capacità di garantire presenza, senso, orientamento, possibilità di azione.

La fine del mondo, in questa prospettiva, è anzitutto la fine di un mondo. Indica il collasso di un orizzonte simbolico entro cui gli esseri umani riescono a stare nella storia, riconoscere il reale, condividere valori, progettare futuri possibili. Quando quell'orizzonte si sfalda, il soggetto rischia di perdere presenza: smarrisce il proprio posto, la propria direzione, il senso del proprio gesto. La "crisi della presenza", tema centrale dell'opera demartiniana, riguarda proprio questa fragilità dell'io davanti alla perdita di orizzonti simbolici per l'agire.

Il punto decisivo, per il nostro discorso, riguarda dunque la specificità dell'apocalisse moderna occidentale. De Martino la pensa come un'apocalisse senza eschaton: una fine priva di un orizzonte ultimo di redenzione, reintegrazione o nuovo inizio. Nelle apocalissi religiose tradizionali, la fine contiene ancora una promessa: il mondo crolla, ma il crollo viene ricompreso dentro un ordine di senso. Nell'Occidente secolarizzato, invece, la fine rischia di restare nuda, di diventare esperienza del collasso senza riscatto. Alcune letture recenti dell'opera demartiniana insistono proprio su questo punto: l'apocalisse dei moderni sarebbe priva di un orizzonte di reintegrazione possibile.

Questa apocalisse senza riscatto è il punto in cui la tecnica assume una funzione quasi rituale. Se il mondo appare instabile, caotico, privo di garanzie ultime, l'uomo occidentale tenta di ricostruire artificialmente un ordine. La macchina, la produzione industriale, il calcolo, la previsione, l'automazione diventano forme moderne di esorcismo della crisi. La tecnica trasforma la materia; soprattutto rassicura l'umano sulla propria capacità di non precipitare nel caos.

In questo senso la tecnica moderna può essere letta come una risposta alla paura della perdita della presenza. Dove le culture religiose disponevano di riti, miti e simboli per attraversare la crisi e reintegrare il rischio della fine, la modernità occidentale tende a sostituire il riscatto simbolico con il controllo operativo: non redime il mondo, prova a dominarlo; non promette un eschaton, promette gestione, previsione, potenziamento, immunizzazione dal rischio.

L'intelligenza artificiale radicalizza questa dinamica. Non si limita a estendere la capacità meccanica dell'uomo: promette di anticipare scenari, classificare comportamenti, simulare decisioni, prevedere minacce, ottimizzare processi. Davanti a una realtà percepita come ingestibile, l'IA offre l'immagine di un mondo nuovamente governabile.

Letta da questa prospettiva, l'intelligenza artificiale appare come una nuova apocalisse culturale dell'Occidente, non perché annunci necessariamente la distruzione dell'umanità, ma perché porta allo scoperto una crisi già aperta, ovvero la perdita di fiducia nella capacità della politica di governare la tecnica, competizione con potenze autoritarie, automazione della decisione, smarrimento del confine tra umano e macchina, trasformazione del linguaggio in infrastruttura computabile. L'Occidente non teme soltanto le nuove macchine: teme di perdere la capacità di ordinare il mondo che quelle macchine stanno costruendo, di non essere più il centro naturale del futuro, di scoprire che la propria grammatica (libertà, progresso, democrazia, individuo, mercato, diritti) non basta più a reggere la scala della trasformazione tecnologica.

Dentro questa crisi le narrazioni servono a rimettere ordine: ogni narrazione indica una paura, un nemico, una promessa, un soggetto salvifico. Karp individua il nemico nel declino occidentale e nella distrazione consumerista della Silicon Valley; Thiel individua il rischio nell'apocalisse governata da chi promette di salvarci dalla catastrofe; Leone XIV individua il pericolo nella perdita dell'umano dentro il paradigma tecnocratico. In termini demartiniani, tutti e tre cercano una tecnica culturale per attraversare la fine di un mondo senza perdere la presenza. La differenza riguarda la forma della rinascita.

La repubblica tecnologica come narrazione di potenza

La repubblica tecnologica nasce da una diagnosi severa: la Silicon Valley avrebbe smarrito il rapporto con la storia. Dopo essere cresciuta anche grazie alle relazioni con i mondi della ricerca pubblica, della difesa, dell'università, avrebbe riscritto la propria autobiografia come mito di pura imprenditorialità privata. Nel racconto che ama fare di sé, la Silicon Valley deve tutto al garage, al fondatore visionario, al capitale di rischio, alla libertà creativa del mercato.

Karp e Zamiska contestano questa rimozione. Il sito ufficiale del libro presenta The Technological Republic come una critica dell'abbandono collettivo dell'ambizione e come un appello affinché l'industria del software rinnovi il proprio impegno verso le sfide più urgenti, compresa la nuova corsa agli armamenti dell'intelligenza artificiale. Il cuore del volume è una richiesta di riallineamento: tecnologia, Stato, difesa e obiettivi nazionali devono tornare a parlarsi.

La "repubblica tecnologica" nasce da questa ferita narrativa: l'Occidente avrebbe perso ambizione, si sarebbe distratto, lasciando che una parte decisiva della propria intelligenza tecnica lavorasse per catturare attenzione, vendere pubblicità, moltiplicare micro-comodità, anziché affrontare le grandi sfide storiche. Karp propone una conversione del software: dalla Silicon Valley come industria del consumo, alla Silicon Valley come infrastruttura della potenza democratica.

La forza della narrazione di Karp risiede poi anche nella cornice entro cui le inscrive. Ogni parola scelta orienta il campo del possibile: parlare di "repubblica" dà forma civica a un progetto di potenza; parlare di "ambizione" trasforma l'espansione tecnologico-militare in risveglio morale; parlare di "Occidente" colloca un'infrastruttura privata dentro una storia collettiva; parlare di "hard power" presenta il software come condizione materiale della libertà. La "repubblica tecnologica" arriva quindi a presentare come necessario e desiderabile il rapporto tra aziende e Stato. Se l'Occidente è minacciato, se l'IA è il terreno della nuova corsa agli armamenti e il software diventa la base dell'hard power del XXI secolo, allora l'integrazione tra Big Tech, difesa e apparati pubblici appare come responsabilità civile, e l'imprenditore tecnologico smette di essere soltanto fondatore o manager per diventare custode della sopravvivenza democratica.

Una chiave di lettura di questo discorso, forse quella che ha preso più piede, è quella anti-libertaria. Karp non chiede la dissoluzione dello Stato, chiede una nuova alleanza tra Stato e impresa tecnologica. Il bersaglio polemico è la neutralità apparente del capitalismo digitale, quella che finge di non avere una politica mentre costruisce infrastrutture capaci di plasmare comportamenti, preferenze e relazioni di forza. La tensione nasce però proprio da questo punto: se la Silicon Valley deve tornare a servire la repubblica, quale repubblica? Se il software diventa l'architrave dell'hard power democratico, chi decide il significato operativo di "democratico"? Se la difesa dell'Occidente richiede una fusione crescente tra aziende private, apparati militari, intelligence e infrastrutture di IA, dove passa il confine tra sicurezza e dominio?

Palantir e la sovranità del vedere

Palantir invece può essere osservato come una forma di pensiero politico applicato prima ancora che un'azienda tecnologica. Il suo nome, tratto dalle pietre veggenti del mondo di Tolkien, dichiara già l'ambizione: vedere lontano, collegare segnali dispersi, trasformare il caos informativo in decisione. Dove le grandi piattaforme consumer hanno costruito potere catturando attenzione e dati comportamentali, Palantir organizza capacità decisionale: al centro non c'è l'utente ma il decisore, il valore supremo è la superiorità organizzativa. La "repubblica tecnologica" di Karp va quindi letta come una filosofia politica dell'infrastruttura. Ogni architettura decisionale incorpora però una teoria del mondo: che cosa conta, quale rischio merita priorità, quale soggetto appare minaccioso, quale vita entra nel calcolo e quale resta fuori. Il software non esegue decisioni prese altrove: contribuisce a definire il campo entro cui quelle decisioni diventano pensabili. In questo senso Palantir è anche uno strumento narrativo, forse il più potente: costruisce la storia di cosa costituisce una minaccia e di quale scenario diventa plausibile prima degli altri. La sovranità del vedere è anche sovranità del raccontare, e nel XXI secolo sovrano è anche chi possiede l'infrastruttura che rende alcune eccezioni visibili prima di altre.

Thiel e la grammatica dell'apocalisse

Peter Thiel abita la stessa costellazione con un linguaggio diverso. La sua ossessione per l'Anticristo, per il katechon, per René Girard, Carl Schmitt e Leo Strauss appartiene a un immaginario più ampio, in cui tecnologia, destino, salvezza, ordine politico e apocalisse si intrecciano.

Il katéchon, nella tradizione teologico-politica, è ciò che trattiene, ciò che frena l'avvento del caos. Nella sua versione secolarizzata, questa figura diventa giustificazione di un ordine forte: meglio un potere duro, opaco, imperfetto, purché impedisca il collasso. Dentro questa grammatica, la tecnologia può assumere una funzione "catechetica": contiene senza redimere, impedisce l'abisso senza promettere il Regno.

Il lessico apocalittico di Thiel ha una forza performativa particolare. Trasforma la tecnologia da ambito strategico a scena escatologica. Se siamo davanti alla fine, o a una sua prefigurazione, la domanda democratica cambia statuto: chi frena la catastrofe tende a presentarsi come figura di necessità; chi chiede limiti può apparire come complice della stagnazione; chi invoca regolazione può essere sospettato di voler bloccare il progresso; chi denuncia la concentrazione del potere tecnologico può essere dipinto come incapace di riconoscere l'emergenza.

Karp non parla come Thiel. Il suo lessico è più civico, più manageriale, più repubblicano. Eppure La repubblica tecnologica condivide con quell'universo una premessa: la storia non è pacificata, il conflitto non è superato, l'Occidente non può sopravvivere con la sola forza dell'esempio. L'IA smette di essere semplice prodotto tecnologico finalizzato alla massimizzazione della capacità competitiva in ambito produttivo ed industriale, divenendo invece uno strumento di sopravvivenza, una macchina di anticipazione dentro un mondo percepito come instabile, mimetico, violento, esposto al rischio dell'escalation.

Il rischio politico di questa grammatica riguarda perciò la trasformazione dell'emergenza in ontologia. Quando il mondo viene pensato sempre sull'orlo dell'apocalisse, ogni freno etico appare ingenuo, ogni regolazione sembra un lusso, ogni critica all'hard power può essere letta quale sintomo di società che hanno dimenticato la storia.

Magnifica Humanitas: un'altra narrazione della crisi

Magnifica Humanitas invece va letta come una narrazione politica alternativa della crisi tecnologica più che un mero intervento etico sull’intelligenza artificiale. Anche l’enciclica rifiuta l’idea della neutralità della tecnica, la differenza riguarda il criterio ultimo attraverso cui giudicare la trasformazione algoritmica: non la potenza strategica dell’Occidente, né il contenimento dell’apocalisse, ma la custodia della persona e il bene comune. Leone XIV riconosce la tecnica in quanto fatto umano, radicato nella libertà e nella capacità creativa, e osserva che le tecnologie emergenti plasmano processi decisionali e immaginario collettivo. Il documento insiste anche su un passaggio politico decisivo: oggi i principali motori dello sviluppo tecnologico sono spesso attori privati transnazionali, dotati di risorse e capacità superiori a quelle di molti governi, il che rende il potere tecnologico più difficile da discernere e orientare al bene comune.

Questo passaggio sposta il piano del discorso. L'IA esce dal campo prettamente “della tecnica”, venendo inscritta nella tradizione della Dottrina sociale della Chiesa. Così come la Rerum Novarum rispondeva alla questione operaia dell'età industriale, Magnifica Humanitas prova a pensare la nuova questione sociale dell'epoca algoritmica, percorrendo i nodi di tecnica e dominio, verità, lavoro, libertà, cultura della potenza, guerra, multilateralismo, comunicazione e immaginario collettivo.

La scelta narrativa più forte dell'enciclica è l'opposizione tra Babele e Gerusalemme. Babele rappresenta la tecnica assolutizzata: un'unica lingua, un'unica direzione, un'unica infrastruttura, una pretesa di autosufficienza. Gerusalemme diventa invece l'immagine della ricostruzione condivisa, della pluralità, della responsabilità distribuita, della comunione. Leone XIV scrive che la tecnologia può curare, connettere, educare e custodire così come può dividere, scartare e produrre nuove ingiustizie; soprattutto, nella concretezza storica, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la usa.

L'enciclica parla poi di "sindrome di Babele": idolatria del profitto, uniformità che appiattisce le differenze, pretesa di un linguaggio unico, anche digitale, capace di tradurre persino il mistero della persona in dati e prestazioni. La formula è centrale per una geopolitica delle narrazioni. La minaccia non riguarda soltanto la macchina in sé, ma il linguaggio unico che essa può imporre: il mondo tradotto in dati, le vite in profili, le relazioni in segnali, le decisioni in ottimizzazioni, la persona in prestazione.

Anche questo linguaggio è performativo, e in quanto tale va letto nei termini di una narrazione concorrente. Dire che l'IA è una nuova questione sociale significa sottrarla alla sola competenza di ingegneri, investitori, militari e manager: significa riportarla nel campo della giustizia, del lavoro, della democrazia, della pace, della dignità umana, e affermare che il futuro della tecnica riguarda anche i poveri, i lavoratori, i migranti, i malati, le vittime della guerra. La grammatica di Leone XIV non è meno politica di quella di Karp: è una diversa mappa del mondo, con un diverso elenco di soggetti che contano.

Il confronto con Karp si fa allora diretto. Anche Karp rifiuta la neutralità della tecnica, anche Karp pensa che il software abbia una destinazione politica. La divergenza riguarda il criterio ultimo: per Karp è la sopravvivenza delle società democratiche occidentali dentro un ordine competitivo; per Leone XIV è la dignità della persona umana e il bene comune universale. Nel primo caso l'IA viene misurata sulla capacità di garantire vantaggio, deterrenza, superiorità e resilienza strategica; nel secondo viene misurata sulla capacità di custodire l'umano, proteggere i fragili, rafforzare la giustizia, sostenere la pace, impedire che il potere tecnologico diventi dominio.

Il linguaggio del limite

La parte più radicale dell'enciclica riguarda però il limite. Leone XIV mette in guardia contro le narrazioni transumaniste e postumaniste che interpretano il progresso come superamento dell'umano e colonizzano l'immaginario collettivo attraverso l'idea dell'uomo potenziato o ibridato con la macchina. Il documento contrappone a questa promessa il "vero più che umano", che per la tradizione cristiana deriva dalla grazia e dalla comunione, non da una divinizzazione tecnologica.

Questo passaggio tocca il cuore della battaglia narrativa. Nella narrazione della potenza il limite è ritardo, vincolo, inefficienza, perdita di ambizione; nella narrazione della custodia è invece il luogo dell'umano, il punto da cui nascono relazione, cura, responsabilità. Per Karp il limite occidentale è la perdita di volontà storica: avversione al rischio, gestione amministrativa del presente, paura del conflitto, riduzione della tecnologia a comfort. Per Leone XIV, il limite salva l'umano dalla trasformazione in materiale disponibile: la fragilità non autorizza lo scarto ma fonda la cura; il corpo non è una prigione da superare ma il luogo della relazione; la dipendenza rivela che nessuno si salva da solo.

Questo consente di affrontare il tema del divino senza scorciatoie. L'intelligenza artificiale non sostituisce Dio, ma può assumere una funzione para-religiosa: promette previsione, ordine, superamento del limite, contenimento della catastrofe, salvezza immanente attraverso la conoscenza totale dei dati. Offre una provvidenza senza trascendenza, una redenzione senza grazia, un ordine senza conversione. La domanda teologico-politica diventa allora: quale forma di salvezza promette l'IA? Quella che passa attraverso il controllo del mondo, o quella che passa attraverso la custodia dell'umano?

La cultura della potenza e la civiltà dell'amore

Il quinto capitolo di Magnifica Humanitas esplicita la scommessa politica attraverso l'opposizione tra "cultura della potenza" e "civiltà dell'amore". Il documento colloca nello stesso campo semantico la normalizzazione della guerra, la forza senza limiti, le armi, l'intelligenza artificiale, la crisi del multilateralismo.

Questa sezione dialoga in negativo con La repubblica tecnologica. Karp vede nella potenza tecnologica una condizione della libertà democratica; Leone XIV vede nella cultura della potenza il rischio che la forza diventi criterio di sé stessa. Il dissenso non riguarda il riconoscimento della pericolosità del mondo: l'enciclica sa che esistono guerra, riarmo, crisi del multilateralismo, instabilità internazionale. Respinge però l'assuefazione alla guerra come destino ordinario della politica. Per Karp, l'Occidente ha dimenticato che le società libere devono saper combattere; per Leone XIV, una civiltà che pensa di salvarsi solo potenziando i propri strumenti di forza rischia di non chiedersi più che cosa stia salvando.

L'enciclica lega questo nodo alla comunicazione, collocando "comunicazione e immaginario collettivo" nel capitolo dedicato a verità, lavoro e libertà. La scelta è rilevante: l'immaginario non è decorazione culturale, è parte dell'ordine politico. Chi controlla i linguaggi della tecnica controlla anche le forme attraverso cui una società desidera, teme, accetta, rifiuta, obbedisce.

La guerra del XXI secolo si combatte sì attraverso droni, satelliti, modelli predittivi, cyberattacchi, piattaforme di sorveglianza e sistemi di comando aumentati dall'IA, ma anche attraverso narrazioni automatizzate, propaganda computazionale, manipolazione dell'informazione, polarizzazione algoritmica. Il campo di battaglia non resta separato dalla sfera pubblica: l'opinione pubblica diventa ambiente operativo, e la geopolitica delle narrazioni dell'IA nasce esattamente in questo punto di contatto. Le parole che usiamo per descrivere la tecnologia preparano il tipo di potere che siamo disposti ad accettare. "Sicurezza", "innovazione", "competitività", "rischio esistenziale", "custodia", "dignità", "efficienza", "apocalisse": ognuna di queste parole costruisce una diversa politica del futuro.

Chi racconterà il futuro?

De Martino ci ha aiutato a vedere il nodo più profondo: ogni civiltà ha bisogno di dispositivi simbolici per attraversare la crisi. Quando questi dispositivi si svuotano, la tecnica può diventare l'ultimo grande esorcismo. L'IA promette di ricostruire un ordine dove il mondo appare troppo complesso, troppo instabile, troppo veloce: previsione al posto della provvidenza, controllo al posto del riscatto, calcolo al posto dell'eschaton.

Prima di essere una tecnologia, l'IA è diventata una narrazione di salvezza. Karp racconta la salvezza attraverso la potenza: software, hard power, mobilitazione strategica, ritorno dello Stato tecnologico. Thiel la racconta come dramma escatologico del contenimento, cercando ciò che può trattenere la fine attraverso una grammatica che trasforma la crisi in destino. Leone XIV propone un'altra via: custodire l'umano dentro la trasformazione, impedendo che la tecnica diventi un nuovo assoluto, edificare con la logica di Neemia (responsabilità condivisa, pluralità, attenzione ai fragili, limite, giustizia, pace) anziché alzare l'ennesima torre.

Ci troviamo davanti a posizioni che non sono soltanto intellettuali: sono vere e proprie narrazioni operative, capaci di orientare istituzioni, investimenti, regole, desideri collettivi. In termini demartiniani, tutti e tre cercano di attraversare una fine del mondo: Karp vuole impedire la perdita di presenza dell'Occidente restituendogli potenza; Thiel vuole nominare la crisi attraverso una grammatica escatologica; Leone XIV vuole evitare che l'umano perda presenza dentro il mondo tecnico che ha costruito.

La questione decisiva, allora, riguarda il tipo di intelligenza artificiale che costruiremo e, ancora più a fondo, il racconto del futuro capace di rendere legittime le sue forme di governo. Nel conflitto tra repubblica tecnologica, grammatica apocalittica e custodia dell’umano si decide qualcosa che supera la regolazione di una tecnologia: il modo in cui l’Occidente prova ad attraversare la fine di un mondo senza perdere la propria presenza storica.

Laura Laportella

Laura Laportella

Digital strategist e analista della comunicazione digitale. Nel suo lavoro collabora con istituzioni, università, enti non profit e realtà della comunicazione politica e pubblica. A livello di ricerca si occupa di come media, piattaforme e narrazioni contribuiscano a plasmare il modo in cui interpretiamo l’attualità e gli equilibri geopolitici.