“Nella diplomazia contemporanea, il ridicolo non è più un effetto collaterale della comunicazione politica: può diventare una tecnica deliberata.”

L’uso dei social media da parte degli attori statali ha progressivamente trasformato la comunicazione internazionale in un campo di competizione narrativa permanente. La recente strategia social attribuibile a una rete di account diplomatici iraniani, impegnati nella produzione e diffusione di meme, video generati con intelligenza artificiale e contenuti satirici rivolti contro Donald Trump, offre un caso di studio particolarmente rilevante.

Quando il tempo reale diventa infrastruttura del potere

La comunicazione politica internazionale vive ormai dentro un regime di temporalità accelerata. Le crisi diplomatiche, le guerre, le fratture tra alleati e le controversie religiose vengono assorbite in tempo reale dagli ecosistemi digitali, trasformate in contenuti, rilanciate in forma memetica e rielaborate secondo le grammatiche delle piattaforme. In questo ambiente, il valore comunicativo di un attore geopolitico dipende sempre meno dalla sola autorevolezza istituzionale e sempre più dalla capacità di intervenire rapidamente, con codici comprensibili, riconoscibili e condivisibili.

Dentro questa trasformazione si colloca ciò che possiamo definire instant marketing geopolitico: l’adattamento al campo delle relazioni internazionali di una logica tipica della comunicazione commerciale e politica contemporanea, fondata sulla tempestività, sulla pertinenza culturale e sulla capacità di agganciare un evento in corso per produrre significato strategico.

Il caso iraniano è significativo perché riguarda una forma ibrida di comunicazione: ironica, visiva, decentralizzata, apparentemente leggera, eppure capace di agire su piani molto seri della competizione internazionale. Secondo un’analisi dell’Institute for Strategic Dialogue, gli account diplomatici e ufficiali iraniani hanno aumentato in modo molto consistente la loro attività social durante la crisi, passando da circa 10.500 post nei 50 giorni precedenti l’inizio del conflitto a circa 40.000 nei 50 giorni successivi; nello stesso periodo, i like sarebbero passati da circa 660.000 a 22 milioni.

Fonte: Institute for Strategic Dialogue

Questi dati non bastano, da soli, a dimostrare efficacia politica. Permettono però di osservare un fenomeno rilevante: la comunicazione statale, o para-statale, si sta spostando verso un modello di presenza continua, nel quale la quantità, la velocità e la capacità di generare riconoscibilità diventano parte integrante della competizione geopolitica.

Dal soft power alla meme diplomacy

La diplomazia digitale viene generalmente intesa come l’uso di piattaforme e tecnologie digitali da parte di Stati, governi e attori diplomatici per gestire reputazione internazionale, dialogo pubblico e relazioni con audience straniere. La letteratura recente sottolinea come la diplomazia digitale sia insieme un’estensione della public diplomacy tradizionale e un insieme di pratiche nuove, abilitate da ambienti comunicativi partecipativi.

Fonte: Palgrave / digital diplomacy

I meme, in questo contesto, sono dispositivi culturali ad alta densità semantica: condensano giudizi, cornici interpretative, appartenenze e forme di scherno politico in contenuti facilmente replicabili. Il Center on Public Diplomacy della University of Southern California ha descritto la “memeplomacy” come una pratica emergente della diplomazia pubblica, capace di generare attenzione, avvicinare pubblici più giovani e amplificare messaggi istituzionali attraverso linguaggi informali.

Fonte: USC Center on Public Diplomacy

La forza del meme diplomatico sta nella sua ambiguità costitutiva. Può essere derubricato a battuta quando produce attrito, può essere rivendicato come messaggio politico quando ottiene circolazione, può agire contemporaneamente come intrattenimento e come strumento di delegittimazione. Questa ambivalenza lo rende particolarmente utile in contesti di conflitto narrativo, dove l’obiettivo consiste nel destabilizzare la cornice comunicativa dell’avversario prima ancora che nel persuadere.

Nel caso iraniano, il bersaglio principale è Donald Trump. La strategia appare orientata alla sottrazione simbolica: riduce Trump a figura comica, impulsiva, incoerente, eccessiva. In questo modo, l’Iran tenta di colpire uno degli asset principali della comunicazione trumpiana, vale a dire la costruzione di sé come leader dominante, imprevedibile, invulnerabile.

L’Iran e l’arte di colpire nel momento giusto

L’elemento più interessante della campagna iraniana è la sua capacità di intercettare finestre narrative brevi. La comunicazione entra mentre l’evento è ancora caldo, quando l’attenzione delle piattaforme è massima e le interpretazioni sono ancora fluide, senza attendere il consolidamento diplomatico degli eventi.

Un esempio rilevante è il post dell’Ambasciata iraniana in Ghana rivolto all’Italia dopo la frattura tra Giorgia Meloni e Donald Trump. Diversi media internazionali hanno riportato che l’account ha ironizzato sulla presunta “vacancy” lasciata dagli Stati Uniti come alleato dell’Italia, proponendo l’Iran come nuovo partner e citando, tra le proprie “qualifiche”, i 7.000 anni di civiltà, l’amore condiviso per poesia, architettura e cucina, oltre a una battuta sulla disputa tra gelato e tradizione persiana.

Fonti: Wanted in Rome · NDTV · The Indian Express · L’Espresso

La battuta funziona perché fa tre cose insieme. Intercetta una tensione reale tra Washington e Roma: Reuters ha ricostruito la rara presa di distanza di Giorgia Meloni da Trump dopo gli attacchi del presidente statunitense a Papa Leone, descrivendola come una rottura pubblica insolita rispetto alla tradizionale vicinanza tra i due leader.

Fonte: Reuters

Trasforma poi l’Iran da soggetto isolato a interlocutore culturalmente sofisticato, spostando la percezione dall’asse securitario all’asse culturale attraverso il riferimento a civiltà, poesia, architettura e cibo. Infine sfrutta il linguaggio dell’ironia per rendere condivisibile un messaggio politico: la forma è quella della candidatura scherzosa, la sostanza è una contestazione dell’affidabilità americana come alleato.

Questa dinamica mostra la specificità dell’instant marketing geopolitico. L’Iran usa le contraddizioni interne al campo occidentale come materiale creativo, senza limitarsi a rispondere agli Stati Uniti. Il bersaglio comunicativo immediato è Trump; il bersaglio strategico è la credibilità dell’egemonia statunitense.

Il meme come arma di delegittimazione

Altri episodi confermano questa logica. Secondo NDTV, il consolato iraniano a Hyderabad avrebbe condiviso un video generato con AI per prendere in giro Trump e la sua comunicazione sul cessate il fuoco, inserendosi in una sequenza più ampia di contenuti satirici prodotti o rilanciati da account legati alla galassia diplomatica iraniana.

Fonte: NDTV

La University of Manchester ha descritto questa produzione come una forma di contenuto AI-driven, definita anche “slopaganda”, capace di raggiungere pubblici che non seguono direttamente gli account iraniani. L’osservazione è importante: l’efficacia di questi contenuti dipende dalla loro capacità di attraversare le reti sociali attraverso ricondivisioni, reaction, commenti e riprese giornalistiche, prima ancora che dalla dimensione delle audience dirette.

Fonte: University of Manchester

Il termine “slopaganda” tiene insieme due dimensioni apparentemente contraddittorie: la bassa qualità estetica o produttiva di molti contenuti generati con AI e la loro alta funzionalità politica. La raffinatezza tecnica diventa secondaria rispetto alla circolabilità: un contenuto può essere visivamente grossolano e comunicativamente efficace, può sembrare trash e agire come strumento di framing, può apparire ridicolo e contribuire alla ridicolizzazione dell’avversario.

Questo punto è centrale per un’analisi rigorosa: l’efficacia comunicativa, in ambienti memetici, coincide più spesso con la capacità di un contenuto di aderire a una percezione già disponibile. Trump è già percepito da molti pubblici come eccessivo, narcisistico, performativo. Il meme iraniano amplifica questa cornice senza doverla costruire da zero.

Il contro-esempio americano: l’autosacralizzazione di Trump

Il confronto con la comunicazione trumpiana rende il caso ancora più interessante. Reuters ha riportato che Trump ha pubblicato su Truth Social un’immagine generata con intelligenza artificiale che lo raffigurava come una figura simile a Gesù, vestita di bianco, con la mano sul capo di un uomo malato. L’immagine è stata poi cancellata dopo le critiche, comprese quelle provenienti da ambienti cristiani conservatori.

Fonte: Reuters

Il Guardian ha ricostruito la stessa vicenda sottolineando la reazione negativa di sostenitori religiosi e conservatori, alcuni dei quali hanno definito l’immagine offensiva o blasfema.

Fonte: The Guardian

Questo episodio rappresenta un punto di rottura comunicativo. Trump utilizza un codice visuale religioso per rafforzare la propria immagine salvifica, secondo una grammatica già presente nella sua comunicazione politica: il leader come corpo eccezionale, come figura scelta, come personaggio al di sopra della normale mediazione istituzionale. La teatralizzazione supera però una soglia simbolica sensibile, producendo attrito dentro il campo politico-religioso che tradizionalmente lo sostiene.

Papa Leone ha risposto agli attacchi di Trump dichiarando di non avere paura dell’amministrazione statunitense e rivendicando la centralità del messaggio cristiano della pace. Reuters ha definito molto insolita una risposta pubblica così diretta da parte di un pontefice verso un leader straniero.

Fonte: Reuters

Dal punto di vista comunicativo, l’episodio mostra una debolezza strutturale della comunicazione trumpiana: la sovrapposizione tra performance personale, propaganda politica e simboli sacri. La comunicazione di Trump funziona spesso quando trasforma il conflitto in spettacolo; in questo caso, lo spettacolo entra in collisione con una comunità interpretativa che possiede codici, autorità e sensibilità proprie.

Iran efficace, Stati Uniti in difficoltà? Una tesi da maneggiare con cautela

L’ipotesi di partenza, secondo cui l’Iran apparirebbe comunicativamente efficace a fronte di una comunicazione statunitense in difficoltà, è analiticamente utile ma richiede una precisazione. Sul piano scientifico sarebbe rischioso trasformarla in una contrapposizione assoluta. La comunicazione iraniana appare efficace nel breve periodo perché riesce a sfruttare errori, eccessi e fratture dell’avversario; questa efficacia, però, opera soprattutto nel registro della visibilità e della delegittimazione simbolica.

La reputazione internazionale dell’Iran resta gravata da elementi politici molto pesanti: autoritarismo interno, repressione del dissenso, limitazioni delle libertà civili, ruolo regionale controverso, uso della forza e crisi dei diritti umani. Una campagna memetica brillante può produrre attenzione, simpatia momentanea o engagement; fatica però a cancellare contraddizioni strutturali profonde.

Proprio qui emerge il carattere più sofisticato della strategia. L’Iran non ha bisogno di apparire pienamente credibile come modello politico alternativo agli Stati Uniti: gli basta rendere gli Stati Uniti meno credibili come modello morale e strategico. Se Washington appare caotica, litigiosa con i propri alleati e divisa al proprio interno, Teheran può presentarsi come attore lucido, ironico, culturalmente consapevole. La posta in gioco, dunque, è l’erosione del prestigio americano, prima ancora che la costruzione di consenso verso l’Iran.

Tucker Carlson e la frattura interna del campo MAGA

La dissociazione pubblica di Tucker Carlson da Trump aggiunge un ulteriore livello alla vicenda. The Guardian ha riportato che Carlson avrebbe espresso rimorso per il sostegno dato a Trump nel 2024, collegando la rottura soprattutto alla guerra con l’Iran e al tradimento percepito della promessa “America First” di evitare nuove guerre.

Fonte: The Guardian

Time ha ricostruito la frattura come effetto di tensioni crescenti sull’approccio a Teheran, citando dichiarazioni molto dure di Carlson sul proprio ruolo nel sostenere Trump.

Fonte: Time

Questo passaggio è cruciale perché dimostra come la comunicazione iraniana agisca su crepe preesistenti. I meme funzionano meglio quando trovano fratture già aperte: religiose, conservatrici, isolazioniste, geopolitiche. La satira iraniana rende queste fratture più visibili, più condivisibili, più facilmente narrabili, fornendo immagini e battute a contraddizioni che si erano già prodotte autonomamente.

AI, propaganda computazionale e diplomazia del ridicolo

La presenza dell’intelligenza artificiale generativa aggiunge una dimensione nuova. L’AI permette di produrre rapidamente video, immagini e contenuti parodici a basso costo, riducendo i tempi della risposta e ampliando la capacità di sperimentazione. La propaganda digitale entra così in una fase di produzione semi-industriale dell’immaginario.

Il progetto sulla computational propaganda dell’Oxford Internet Institute studia da anni il ruolo di automazione, algoritmi e manipolazione digitale nella vita pubblica, evidenziando come bot, piattaforme e tecniche computazionali possano essere usati per influenzare l’opinione pubblica.

Fonte: Oxford Internet Institute

Nel caso dei meme iraniani, il punto più rilevante è la possibilità di produrre in tempo reale immagini politiche alternative: Trump umiliato, ridicolizzato, trasformato in personaggio grottesco. La figura del leader, già costruita attraverso il culto dell’immagine, diventa vulnerabile proprio sul terreno dell’immagine. Il paradosso è evidente: Trump ha contribuito a normalizzare la politica come performance memetica e ora subisce la stessa grammatica da parte di un avversario geopolitico.

Instant marketing geopolitico: una definizione operativa

Alla luce del caso analizzato, l’instant marketing geopolitico può essere definito come una pratica di comunicazione strategica attraverso la quale un attore politico internazionale utilizza eventi in tempo reale, linguaggi memetici e codici di piattaforma per inserirsi in una conversazione globale, orientando la percezione di sé, dell’avversario e del conflitto in corso.

Questa pratica si caratterizza per alcune proprietà ricorrenti. La prima è la tempestività: il contenuto nasce vicino all’evento e sfrutta la curva alta dell’attenzione, intervenendo mentre le interpretazioni sono ancora fluide. La seconda è la pertinenza culturale: il messaggio adotta riferimenti comprensibili ai pubblici che intende intercettare, siano essi religiosi, gastronomici, sportivi o legati a format social riconoscibili. La terza è l’ambiguità strategica, che consente al contenuto di essere letto contemporaneamente come ironia, propaganda, diplomazia o provocazione, rendendo più difficile una risposta istituzionale diretta. La quarta è la circolabilità: la forma breve, visiva e parodica facilita condivisione e ripresa giornalistica, amplificando la portata ben oltre il pubblico diretto. La quinta, forse la più rilevante sul piano geopolitico, è l’asimmetria: un attore meno forte sul piano militare o diplomatico può ottenere vantaggio simbolico sfruttando velocità, creatività e vulnerabilità narrative dell’avversario.

Il caso iraniano mostra con particolare chiarezza quest’ultima proprietà. La comunicazione diventa uno spazio di compensazione asimmetrica: dove il potere materiale è sbilanciato, il potere simbolico può farsi più fluido e più contendibile.

Conclusione: la geopolitica nell’epoca della battuta strategica

La vicenda dei meme iraniani contro Trump non va letta come semplice colore giornalistico. Rappresenta un laboratorio della comunicazione geopolitica contemporanea, in cui gli Stati parlano attraverso video AI, battute, format virali, immagini parodiche e micro-contenuti progettati per attraversare pubblici globali, affiancando e talvolta sostituendo comunicati, conferenze stampa e note diplomatiche tradizionali.

L’Iran, in questa fase, ha mostrato una notevole capacità di adattamento alla grammatica delle piattaforme: ha usato l’ironia per indebolire l’immagine di Trump, la cultura per riposizionare sé stesso, la velocità per occupare conversazioni già aperte, l’AI per produrre immaginari immediatamente condivisibili. Gli Stati Uniti, attraverso la comunicazione personale di Trump, hanno offerto un caso speculare: una potenza dominante che appare comunicativamente vulnerabile perché assorbita dalla spettacolarizzazione del proprio leader, incapace di controllare le ricadute simboliche della propria auto-mitizzazione.

La lezione più ampia riguarda il rapporto tra potere e ridicolo. Nella diplomazia contemporanea, il ridicolo non è più un effetto collaterale della comunicazione politica: può diventare una tecnica deliberata, capace di erodere autorità, scardinare posture egemoniche e trasformare una crisi in una narrazione facilmente condivisibile. L’instant marketing geopolitico nasce esattamente in questo spazio, nel punto in cui la battuta smette di essere soltanto battuta e diventa infrastruttura simbolica del conflitto.

Laura Laportella

Laura Laportella

Digital strategist e analista della comunicazione digitale. Nel suo lavoro collabora con istituzioni, università, enti non profit e realtà della comunicazione politica e pubblica. A livello di ricerca si occupa di come media, piattaforme e narrazioni contribuiscano a plasmare il modo in cui interpretiamo l’attualità e gli equilibri geopolitici.